martedì, Maggio 11

COVID-19: dal reale al virtuale Apprendiamo a navigare in una forma di virtualità del reale linda pulita senza scossoni, rilassante. Un reale pandemico che modifica le antiche cosmogonie del mondo, fondate sull’ambivalente incontro con un altro umano

0

Nella società odierna gli individui, le cerchie ed i gruppi sociali si estendono in un villaggio globale’ comunicativo (McLuhan). Dove le esperienze della vita, la politica, l’amore, il sesso, le droghe, la finanza, l’economia sono a portata di un clic tra web emerso e Deep State (pedopornografia, terrorismo, armi), così come le emozioni infantilizzate riversate in ogni social elettronico. Lì dove i vecchi odiatori nel privato sono i nuovi odiatori pubblici di massa. Nuova forma di ‘conclavi’, dove ‘giurie’ anonime riversano odio livore rabbia covate nelle proprie bassezze interiori di cui solo gli umani tra le specie viventi sono capaci. Un panorama sociale dove ormai la realtà virtuale si sovrappone alla realtà fisica diretta sempre più faticosa. Realtà il-limitata dai caratteri impensabili ai tempi dell’era analogica sostituita da un digitale personalizzato di massa i cui effetti si sono ormai infiltrati, come un virus, prendendo possesso di menti e vivere quotidiano. La realtà, ovvero ciò che è dinanzi ed esterno a noi. Tema ontologico impegnativo.

Esiste la realtà o siamo noi umani che ce la rappresentiamo? Secondo Cartesio, la soluzione confermerebbe l’esistenza di Dio, ‘garante’ della verità come ce la rappresentiamo. Non molto convincente. Poi vennero Kant Fichte o Hegel. E Freud, con il suo principio di realtà dove la tensione non è subito espulsa ma verrebbe rielaborata dal pensiero. Cui contrapponiamo la vitale ricerca del sempre più lontano principio di piacere, due polarità entro cui balbettiamo disturbati da quando la pandemia biologica è divenuta ilparadigma sociale di un nuovo stressante modo di interagire tra la nostra realtà interiore già stressata e l’esterno caotico e cacofonico in cui la parola di uno è la negazione dell’altro. Tant’è, questa è la Torre di Babele degli umani, come nello straordinario dipinto di Bruegel il Vecchio al Kunsthistorisches Museum della mia amata Vienna.

La realtà, cui ci è possibile avvicinarci cercando il modo sociologico con cui gli attori sociali si pongono dinanzi ad essa, o i modi con cui quelli la sostanziano. Avremo con buona concretezza quattro modi generali di rapporto con essa. La prima è la Distorsione della realtà, fatta di rifiuto di atti, fatti, dati, sostituiti con affermazioni proprie non verificabili. La seconda, è la Negazione della realtà derivante da un’ignoranza su fatti dati elementi riscontrabili, tutti fattori che inducono a non poter fare altro che negare tutto. Un terzo versante corre sulla linea della Riscrittura della realtà dove l’innesco sta nel riscrivere fatti ed avvenimenti della realtà fondandosi sulla propria opinione fallace priva di conferme adeguate. L’ultima, infine, coincide con la parte oggi preponderante, benché anche le altre sono ormai riversate nel discorso pubblico senza freni, quella relativa alla Manipolazione della realtàche consiste in una ridefinizione della realtà circostante inserendo elementi, variabili, codici, messaggi funzionali a confermare le proprie tesi.

Berlusconi con le sue costanti reiterate bugie è stato un esempio comunicativo di studio per tutte le bugie dette con il tono postura ammiccamenti tendenti a far emergere il lato ‘piacione’ così da far risultar vero ciò che era in sé falso. Incontriamo e veniamo in contatto con miriadi di persone, gli ‘altri’, estranei, conoscenti, familiari, immettendo nella relazioni diverseintensità a seconda di ciò che richiede la natura della relazione comunicativa con il prossimo. E ciò che non incrociamo nella nostra esperienza diretta fisica di contatto, derubricata ad una forma ‘pestifera’ di relazione sociale, riceviamo sui supporti tecnologici personalizzati degli smartphone, divenuto il primo prolungamento ed estensione tecnica postumana del nostro corpo umano. O nella Rete, l’immenso infinito rispecchiamento comunicativo in cui oltre a comunicare, diamo una vita ‘reale’ ad oggetti cose situazioni che marginalizziamo sempre più nel contatto fisico.

La protesi tecnologica mobile diviene così la versione aggiornata del vecchio buco della serratura da cui si cercava ai primi bollori giovanili di scorgere parti intime dell’amica o della giovane governante che viveva in casa. Altre epoche…Nell’epoca storica attuale saturata da un’oppressiva pandemia virale biologica ci stiamo ritraendo dal mondo fisico diretto dove le forme di socialità appaiono sempre più pericolose e da evitare. Siamo ormai da anni sul piano globale impegnati in una sorta di trasloco come fosse di una casa, ma a scala globale, da una realtà fisica diretta sempre più faticosa verso un sogno entropico, interno, s-confinato rispetto ai muri e barriere che innalziamo. Dai deserti ai mari, come il ‘Muro’ nel Mediterraneo, ex Mare Nostrum con croci cadaveri bare in fondo al mare. Così apprendiamo a navigare in una forma di virtualità del reale linda pulita senza scossoni, rilassante. Un reale pandemico che modifica le antiche cosmogonie del mondo, fondate sull’ambivalente incontro con un altro umano. Dall’asfittica didattica a distanza, vera disgrazia de-socializzante per i giovani, ad uno smart working condotto tra poco smart poco lavorativo con meno diritti, le chiusure degli spazi di socializzazione bar ristoranti trattorie, tra Dpcm, ordinanze, raccomandazioni (nel senso di stare attenti…). Tra ansie disgrazie e sofferenze temute, gioie contenute, mascherine personalizzate, virologi in competizione anche non nobile, ci alziamo dal letto la mattina sperando di poterci fidare di un orizzonte che si restringe sempre più. Così ci aggiriamo tra lavoro studio tempo libero incontrando ‘Altri’ Significativi, Selettivi, Generalizzati ed Anonimi, sforzandoci di fidarci.

Siamo talmente presi da queste cerchie moltiplicate di altri, amici conoscenti affetti familiari, da non prestare l’attenzione che merita a ciascuna delle interazioni sociali di cui siamo partecipi. Queste dinamiche ci inducono a differenziare ed allocare parti del nostro interesse all’esterno. Così siamo sempre indaffarati, coinvolti, assorbiti, assorti, assenti. Se giovani, componenti ‘movidizzati’ di folle e masse temporanee bersaglio oggi di rischi pandemici, trasmissioni di virus, sfregamenti, comunicazioni eccitamenti dei/con i corpi. Oggi banditi, nel duplice senso della forzatura oltre legge e circoscritti, ‘salvati’ nei recinti casalinghi soffocanti o gradevoli. Ieri era la paura di ‘attaccarsi’ le malattie veneree con i famosi ‘casini’ o ‘bordelli’ dove la gioventù svezzava le sue voglie e desideri sessuali.

Oggi, i virus incolori, inodori, privi di ‘massa atomica’, senza ‘volto’ dunque non iconizzabili e dunque non visibili. Sola immagine, oggi moltiplicata con grafiche diverse, una pallina con tante protuberanze. Immagine moltiplicata al microscopio. Altrimenti, non ha volto. E ciò che non ha volto identità fattezze massa come si può sapere se esiste? Terreno infido per i no brain, i senza cervello che non sapendo alcunché, sanno tutto. Ci si deve fidare di qualcuno che ‘sa’ e ce lo dica. Gli umani per attivarsi devono imprimersi nella mente ciò di cui vanno alla ricerca. Per comprendere devono delimitare, circoscrivere, poi elaborare strategie. In caso contrario, comincia una sorta di screening interiore, avrò usato tutte le precauzioni possibili? In quel negozio non eravamo troppo ‘prossimi’? perché in quell’altro esercizio commerciale non mi hanno misurato la temperatura? Ed ogni volta la misurazione investe e satura lo spazio interiore (supererò ‘l’esame’ febbre? E se sono vicino alla soglia che cosa significherà?).

Devastanti baratri interiori si appropinquano e ci fasciano in una spira mortifera, che non si tramuti in mortale. Altrimenti la ‘caccia’ è appannaggio solo di alcuni, gli scienziati, nostri avamposti in un territorio che non ha confini asperità fattezze. È nell’aria. Dunque è ovunque noi siamo, soprattutto, o nell’altro che incrociamo in un cammino colmo di asperità titubanze ansie angosce ed un’impalpabile paura, contrappunto di un atto concreto di pericolo. Mentre ansia ed angoscia sono elaborazioni di fantasie amplificate di nostri demoni proliferati nelle fibre nervose. In questo tempo di sospensione di tempo e spazio e di vita che si nasconde, andiamo ripensando a quando appena ieri manifestavamo con stupore frammisto ad angoscia delle nostre vite compresse in un ‘chiuso’ sanificatore contro un ‘aperto’ potenzialmente virale.

Quell’‘andrà tutto bene’, grido soffocato di rassicurazione esposto alle finestre con il primo confinamento fisico (e mentale) nelle proprie case. Rappresi da un’invocazione rituale per scacciare un virus a cui ci siamo avvicinati troppo. Da allora sono passati otto mesi, oltre 50 mila morti ‘tendenzialmente’ deceduti per Covid-19. È arrivata poi un’asfissiante estate, e dibattito su discoteche sì/no. Poi viaggi all’estero. Fine di agosto: ritorno dalle vacanze ed esplosione di positivi. Ma abbronzati. A settembre sono cominciati a risalire positivi, molti asintomatici. Tra curve in ascesa, aumento di tamponi, moltiplicazione di assembramenti, si è giunti alle fasce territoriali con colori diversi ed al ritorno di chiusure, differenziate o totali. Mentre i presidenti di regione, quelli che avevano cannoneggiato contro il Governo, oggi vorrebbero che le ordinanze le firmasse l’Esecutivo, senza prendersi scomode responsabilità. Tutti che straparlano, come quel salernitano bifolco e dunque ‘star’ dei social, tristo spirito del tempo. E noi sopravvissuti a ri-metterci mascherine a non baciarci, anaffettivi ora per tornare (forse) ad esserlo domani.

Mentre le piazze vengono occupate da sfasciatori di estrema destra, e da pseudo antagonisti, ‘come se fosse antani con doppio scappellamento a destra’!… più varie infiltrazioni criminali territoriali. Ed ora siamo qui, santo natale alle quasi porte a contrattare la ‘nascita’ del ‘bambinello’. Con i primi panettoni ed alberi natalizi, in un mercato che induce consumi indotti. Mentre ci aggrappiamo al ‘Finché c’è vita c’è speranza’ (fides e spes per giustificare l’esistenza) autoesortazione fiduciaria consolatoria con gestire ed elaborare problemi difficoltà dolori della vita. Oggi dinanzi ad una crisi pandemica ‘ontologica’ al centro del progetto biologico, guardiamo attoniti immagini di infermieri e medici in tute similspaziali, luoghi ai margini delle nostre paure. E ci portiamo la mano alla fronte, sudata di gelo vitale, per capire e carpire sintomi da ricondurre lì… così ammettiamo che finché “c’era” vita “c’erasperanza…impreparati a questo modo di morire.

Non accompagnando nostri cari nei luoghi del nostro canone civile, il cimitero, o ad una laica cremazione, polvere alla polvere… Sospesi in un assoluto vuoto tra una morte che veglia furtiva, in una veglia di morte silente. Oggi che la vita individuale e sociale subisce una frattura tra la nuda vita biologica e l’espressione culturale interna alla comunità sociale, con la sostanza del corpo che copre le altre manifestazioni della nostra vita relazionale. Riportandoci ad una dialettica contrastiva tra intelletto e vita, antico dualismo sbilanciato sul versante della seconda. Un tentativo dell’intelletto con le sue rimarchevoli assonanze razionali che cerca di imbrigliare la vita. Ma la vita deborda oltre i pur solidi ma labili confini di un intelletto che vorrebbe determinare una causa per ogni fenomeno della realtà.

Dunque con un’espressione mista di paura panico ragione, cerchiamo di dare un nome a ciò che un nome neanche ce l’ha, bastandogli essere quello che è: un virus, esistente in natura sul pianeta Terra da millenni e che non si palesava a noi perché noi eravamo ancora impauriti dal ‘buio’ della natura. Rappresi da processi biologici che ci hanno preceduto e che ci seguiranno, una specie che transita nell’universo interstellare e che in guisa di un ‘Prometeo incatenato’ ruba il fuoco agli dei per darlo agli umani, che ritennero un giorno dell’evoluzione di poter essere idominatori e non abitanti di un bene comune chiamato Terra estintasi per mano sua. Confermando che la straordinaria specie umana è prevedibile nei suoi antichi e moderni comportamenti individuali e collettivi, sì da farne il facile bersaglio di qualsiasi organismo monocellulare. L’unica cosa che poi pensiamo di saper fare è di arzigogolare con il linguaggio per bisbigliare o urlare risposte che non abbiamo.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

End Comment -->