domenica, Agosto 1

Covid-19: carceri, aumentano i contagi tra detenuti e agenti Raffaele Cutolo, anche da morto rimane al 41-bis

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E’ davvero una brutta gatta da pelare, quella che Alfonso Bonafede ha lasciato a Marta Cartabia. Dovrà sudare molto più delle proverbiali sette camicie per porre rimedio a mesi di inerzie, errori, incapacità di comprendere quello che si agita nelle carceri e più in generale nel ‘pianeta giustizia’. Le persone che le sono vicine e la conoscono assicurano che il meo-ministro della Giustizia sa dosare efficienza e determinazione, la calma del prudente e l’audacia del coraggioso. Comunque non sarà un compito facile. La pandemia nei penitenziari rivelaproblematiche antiche, colpevolmente lasciate incancrenire.

Michele Miravalle è il coordinatore nazionale dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell’associazione Antigone. C’è stato anche un fatto molto rilevante, dice. “Il procuratore generale della Corte di Cassazione ha chiesto alle procure italiane di arrestare meno, di mandare meno gente in custodia cautelare in carcere. Questo a causa della pandemia. Così la situazione nei penitenziari italiani è leggermente migliorata. Tuttavia il minor numero di ingressi non ha risolto i problemi di sovraffollamento. Una situazione che permane e non permette di gestire meglio le situazioni di criticità durante la pandemia. Osserva amaro Miravalle: “Se c’è la necessità di fare un isolamento per motivi sanitari di un presunto positivo e non hai spazio perché tutte le celle sono già piene, quell’isolamento non si può fare e quindi c’è il rischio di far circolare il virus molto più velocemente.

La pandemia inoltre ha interrotto tutte le attività che i detenuti potevano svolgere all’esterno dellecase circondariali; e al momento non se ne vede la fine. L’ultimo report del ministero della Giustizia sulla diffusione del Covid nelle carceri, è di una settimana fa: è di meno di sette giorni fa. Sugli attuali 52.522 detenuti, 431 risultano positivi; una quarantina sono da poco entrati in carcere; 389 asintomatici, 18 sintomatici curati nelle strutture sanitarie carcerarie, 24 ricoverati in ospedali esterni. Drammatico il quadro dei positivi tra il personale di polizia penitenziaria: 537 su 36.939 dipendenti. Gli ultimi casi, in Campania, nel carcere di Carinola. Tra loro, l’ispettore Giuseppe Matano, 50 anni sposato, due figli; secondo agente penitenziario morto in dieci giorni in quella struttura.

Barbara Greco, vedova dell’ispettore Matano non ha dubbi: Mio marito ha contratto il Covid sul posto di lavoro, privo di adeguate protezioni e senza tutele. Lo Stato lo ha fatto morire. Nei tanti documenti di prevenzione sul Covid, non c’è una riga sulla situazione nelle carceri e su chi vi lavora.

Samuele Ciambrello, garante per i diritti dei detenuti in Campania, è più che allarmato: tre agenti morti in pochi giorni, sono in tutto cinque in Campania da inizio pandemia. “A Carinola”, dice, “si è sviluppato un focolaio di contagi, con 19 detenuti positivi asintomatici e 30 agenti contagiati. Tra loro, i tre morti degli ultimi giorni. Dopo l’ispettore Matano, l’agente Antonio Maiello che era in terapia intensiva.

L’affollamento nelle carceri, le condizioni di promiscuità e di vicinanza con igiene approssimativa, sono un quotidiano, costante pericolo anche per gli agenti. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha cercato di correre ai ripari, con una serie di prescrizioni ai direttori delle carceri: isolamento per i positivi; socialità solo “tra detenuti ristretti nella medesima sezione detentiva“; limitazione di attività formative, scolastiche e sportive, oltre che ricreative. E poi, stop ai trasferimenti, autorizzati solo per “situazioni indispensabili correlate a gravi motivi di salute e a gravissime e documentate ragioni di sicurezza“.

Pannicelli. La radiografia del garante Ciambriello è lucidamente amara: Il sistema carcerario si è visto aggravare i problemi di sovraffollamento, la mancanza di cure adeguate, l’approccio carcero-centrico del legislatore e dell’apparato giudiziario. La Campania è la seconda regione, dopo la Lombardia per strutture carcerarie e sovraffollamento di detenuti“.

L’ultimo rapporto di ‘Antigone’ sulle carceri documenta un tasso di affollamento carcerario del 119,4 per cento; una situazione che rende “impossibile un’adeguata adozione delle misure necessaria ad evitare la diffusione dei focolai“. Non sono immuni neanche i dipendenti amministrativi: 49 positivi su 4.021 dipendenti. Nel carcere di Secondigliano, è morto di Covid il medico sanitario.

Una sorta di appendice, prima di finire. Riguarda Raffaele Cutolo, il capo della Nuova Camorra Organizzata, morto il 17 febbraio scorso, sottoposto fino all’ultimo suo respiro al regime del 41-bis, carcere particolarmente duro.

Un regime applicato anche ‘dopo’. Secondo Gaetano Aufiero, avvocato del boss, nella notte dei funerali, il 20 febbraio scorso, funzionari della prefettura e questura di Napoli effettuarono un sopralluogo nel Castello Mediceo di Ottavianoresidenza storica della famiglia Cutolo. Forse”, dice ironico Aufiero, “per scacciarne il fantasma”. Per conto della famiglia presenterà un dettagliato esposto alla Procura di Parma, per fare piena luce sui funerali del mio assistito e per accertare se siano stati commessi abusi e reati per le incredibili e inumane modalità con le quali si sono svolti i funerali. Una cosa sono i reati, la pericolosità di un condannato. Un’altra è l’umana pietà che nella morte non si può negare a nessuno in uno Stato democratico.

Nella denuncia si racconta che il pubblico ministero ha disposto immediatamente il sequestro del corpo di Cutolo. Provvedimento che avrebbe impedito alla moglie, giunta a Parma nelle prime ore del mattino del giorno seguente, di vedere la salma del marito. Solo dopo l’autopsia moglie e figlia sono potute entrare nellobitorio. “Qui accade una cosa incredibile”, racconta Aufiero. “Nel provvedimento di dissequestro il magistrato aveva ordinato che né l’una né l’altra potevano avvicinarsi alla salma. Vietato porre sulla bara alcun oggetto, né corone, né fiori o immagini sacre. Un ‘saluto’ a debita distanza e con la tassativa presenza delle forze dell’ordine, per appena cinque minuti. Misure abnormi e irragionevoli. Come può una persona priva di vita ‘capire’ il senso di quest’ultima pena inflitta? Questa forma di 41 bis post mortem ha finito per colpire due donne innocenti, alle quali è stato tolto il diritto di piangere un loro caro. La sepoltura poi, racconta l’avvocato, “è durata lo spazio di una manciata di minuti alla presenza della vedova, della figlia e della sorella Rosetta stretta ai fratelli. Persino il povero parroco si è visto prelevare da casa e portato al cimitero dove gli è stata consentita la sola benedizione. Non so se era necessario agire in questo modo”.

Il boss ora è sepolto in una tomba anonima, senza nome e fotografia, confusa con molte altre, nel cimitero di Ottaviano. Sì, è davvero morto; e – ammesso ci sia ancora qualcuno – non fa più paura.

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