mercoledì, Giugno 16

Covid-19: carcere più isolato dal resto della società ‘Garante dei detenuti? Voto Matteo Messina Denaro‘: l’episodio di Padova

0

Chissà cosa può passare per la testa di un ragazzo sedicenne di Boscoreale, un comune vicino Napoli, che viene trovato impiccato nei locali della comunità di Villa di Briano, vicino Caserta. Il giovane lascia un biglietto, dove ‘giustifica’ il suo gesto estremo. La comunità è un luogo dove si cerca di recuperare ragazzi minorenni che hanno conti da regolare con la giustizia.

Nella sola Campania ogni anno si contano in media cinquemila minorenni tra i 12 e i 18 anni, identificati e riaffidati ai genitori o condotti in comunità di recupero per episodi di disagio, devianza, atti di bullismo, risse; 250 circa affrontano percorsi rieducativi, altri sono affidati a comunità, centri di accoglienza per minori per accuse relative a reati penalmente rilevanti.

Quasi sempre, alle spalle storie di povertà, disagio, degrado. Circa la metà ha abbandonato la scuola. Molti sono figli o parenti di camorristi o adulti comunque legati ai clan; spesso costituiscono baby gang che si esibiscono in manifestazioni di gratuita violenza, accoltellamenti e risse solo per dimostrare agli adulti quello che sono e valgono. Questo è il mondo da cui proveniva il sedicenne trovato senza vita nel bagno della comunità di Villa di Briano.

   Chissà cosa può passare per la testa di quel cinquantenne magrebino che si è impiccato nella cella del carcere di Vasto, dove era rinchiuso. Non stava scontando una pena: era in cella in seguito a una misura di sicurezza disposta perché dichiarato ‘socialmente pericoloso’. Pericoloso sicuramente: a se stesso. L’uomo aveva chiesto più volte l’estradizione; il magistrato l’aveva negata per un problema di identità: aveva cinque o sei alias che impedivano, di fatto, una sua certa e corretta identificazione. Da circa tre anni era ospite della Casa lavoro di Vasto.

 Chissà cosa può passare per la testa di quel trentunenne marocchino detenuto che si è ucciso nel carcere di Modena. Avrebbe dovuto collegarsi in videoconferenza con il tribunale per un processo a suo carico. Ha preferito ‘evadere’ definitivamente inalando il gas della bombola del fornelletto usato per cucinare. L’uomo era imputato a Ferrara per resistenza a pubblico ufficiale e inosservanza del divieto di far rientro in città.

   Chissà cosa può passare per la testa di un consigliere comunale di Padova chiamato, con i suoi colleghi, a votare la nomina del nuovo garante dei detenuti. Forse pensava di essere spiritoso, nel vergare, complice l’anonimato, il nome del boss mafioso Matteo Messina Denaro.  Su 22 preferenze necessarie per l’elezione, il principale candidato ne ha incassate 21. Quella decisiva, e che ha fatto saltare la votazione, è andata invece al boss della Cosa Nostra. Il sindaco Sergio Giordani, condanna l’episodio: «Non capisco come sia possibile che a un consigliere comunale, un rappresentante dei cittadini, passi per la mente di scrivere sulla scheda di un voto a scrutinio segreto il nome di un mafioso superlatitante». Ma no, si capisce benissimo: è un cretino che ha voluto lasciare un segno della sua esistenza.

 Oltre il virus è il titolo del diciassettesimo ‘Rapporto’ curato dall’associazione Antigone sulle condizioni della detenzione negli istituti di pena italiani.

  Larga parte del ‘Rapporto’ è legato alle implicazioni e conseguenze della pandemia nelle prigioni. «Abbiamo assistito», anticipano i curatori, «a migliaia di contagi, sia tra i detenuti che gli operatori; allo scoppio di focolai; ad alcuni decessi». La pandemia ha posto in risalto tutte le criticità del ‘sistema carcere’: «Ha isolato ancora di più il carcere dal resto della società. Gli sforzi delle istituzioni sono concentrati in questa fase sul contenimento del Coronavirus, tuttavia occorre guardare oltre: con la sua scomparsa, che ci auguriamo avverrà presto, anche grazie alla somministrazione dei vaccini, non spariranno i problemi del sistema penitenziario». La pandemia, concludono, «deve rappresentare, in questo senso, l’occasione per non tornare indietro».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->