lunedì, Settembre 20

Cottarelli, tra luci ed ombre field_506ffb1d3dbe2

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Cottarelli

La riduzione della spesa pubblica è un tema molto delicato e complesso. Essa è un’operazione che per sua natura crea degli oppositori, cioè i soggetti colpiti dalla riduzione dei fondi. Inoltre, considerando la vastità dell’intervento pubblico diviene difficile discriminare tra ciò che è necessario e va preservato e ciò che è superfluo e può essere tagliato. Questo compito è stato a lungo indicato come una chiave di volta per poter modificare il rapporto tra stato e cittadini. Il paradigma alla base della spending review è che, data la contingenza economica, l’unico modo per ridurre la tassazione su famiglie e imprese è quello di ridurre la spesa pubblica.

Negli ultimi anni ci sono stati diversi tentativi di avviare un simile processo, ma solo nelle ultime settimane si è arrivati a definire un elenco di possibili risparmi che tra 2014 e 2016 possono consentire allo Stato di trovare le risorse per supportare la ripresa economica attraverso la riduzione del carico fiscale. Questo piano, redatto dal Commissario alla Spending review Carlo Cottarelli, ha visto la luce nell’ultima settimana e, ovviamente, è subito cominciato l’esame delle misure inserite nel documento. È bene precisare, come ha fatto il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che il piano Cottarelli rappresenta solo un insieme di proposte. Saranno Governo e Parlamento a decidere quali proposte attuare e come attuarle. Quindi, non è detto che ciò che è stato presentato nel piano debba diventare realtà.

Fatta questa necessaria premessa, si può provare ad analizzare qualche punto della proposta Cottarelli. Il piano è suddiviso in cinque aree di intervento: efficientamento diretto, riorganizzazioni, costi della politica, riduzione trasferimenti inefficienti, spese settoriali (difesa, sanità, pensioni). Ogni area racchiude singoli interventi che vengono illustrati a grandi linee nel documento e per ogni intervento è indicato il risparmio che si intende raggiungere dal 2014 al 2016. Poiché il documento è vasto, ci si soffermerà solo su una voce per ogni area di intervento. Le misure esaminate sono state scelte o per la loro rilevanza finanziaria o per l’importanza sociale.

 

Efficientamento diretto

In questo primo nucleo di misure l’attenzione è posta al capitolo ‘Fabbisogni standard dei comuni‘. I risparmi che potrebbero essere garantiti da questa voce sono crescenti nel tempo: per il 2014 non sono previste misure, nel 2015 si ipotizza un risparmio di 500 milioni e nel 2016 si sale fino ad una riduzione di 2 miliardi. All’interno del capitolo ‘Efficientamento diretto’ questa voce sarà la seconda per rilevanza nel 2016, su un totale di 12,1 miliardi. Vediamo nello specifico come vengono spiegate le misure che conducono ad un risparmio cumulato di 2,5 miliardi nel prossimo biennio.

Per determinare un risparmio di «almeno» 2 miliardi nel 2016 si sottolinea la necessità di «calibrare le risorse che vanno ai comuni in base ai costi di chi è efficiente». Si aggiunge che «ora i costi standard sono usati per ripartire le risorse totali e non per determinare il totale».

Questa misura, quindi, intende utilizzare come metro di paragone a livello nazionale i comuni più efficienti e determinare in base al livello delle loro spese sia l’ammontare totale che l’allocazione delle risorse da destinare ai comuni. È indubbiamente un modo per stimolare le amministrazioni locali ad essere più efficienti. Se questa metodologia fosse applicata, si avrebbe un pari trattamento teorico tra tutti i comuni, visto che tutti dovrebbero avere la stessa efficienza nell’utilizzare le risorse. I comuni non efficienti mostrerebbero immediatamente degli scompensi nei conti e i cittadini potrebbero immediatamente capire se la loro amministrazione locale è efficiente o no.

Un rischio che si può ravvisare in questa impostazione, risolvibile a livello politico, è che accanto alla standardizzazione dei costi e, quindi, all’efficienza non si dovrebbe dimenticare che compito dello Stato è anche quello di supportare i comuni che operano in aree difficili con una destinazione aggiuntiva di risorse. Si potrebbe ipotizzare che parte dei risparmi della spending review a livello centrale possa essere destinata a quei comuni che, pur rispettando le best practices nella gestione e destinazione delle risorse, abbiano necessità di ulteriore supporto finanziario.

 

Riorganizzazioni

All’interno di questa voce, che nel 2016 dovrebbe garantire 5,9 miliardi di risparmi, ha destato interesse l’obiettivo ‘Sinergie corpi di polizia‘. La spending review di Cottarelli da questo intervento fa derivare risparmi di 1,7 miliardi di Euro nel 2016. Anche in questo caso si tratta della seconda voce per rilevanza all’interno del capitolo ‘Riorganizzazioni’.

Nella scheda dedicata ai corpi di polizia il testo menziona in avvio alcuni dati: l’esistenza di 5 forze di polizia; il loro costo complessivo di 20 miliardi; il numero elevato di unità di polizia in Italia nel confronto internazionale. Alla scheda viene affiancato anche un grafico da cui emerge che il numero di unità di polizia ogni 100.000 abitanti in Italia, pari a 466, è di circa 150-160 unità superiore a quello di Francia (312,4) e Germania (298,1). Tra le grandi economie, la Spagna ha un numero superiore all’Italia di unità di polizia per 100.000 abitanti, pari a 533,8. Nel grafico sono mostrati anche i dati di Finlandia (148,8), Norvegia (159,3) e Danimarca (192,8) che, si spera, non vengano prese come obiettivo, visto che è impensabile un paragone tra la realtà italiana e quella di questi Paesi.

Dopo aver sottolineato questi valori, numero elevato, esistenza di 5 forze di polizia e costo complessivo, il team di Cottarelli, però, si limita a dire che il risparmio di 1,7 miliardi previsto nel 2016 deriva «solo da efficientamento delle polizie individuali (anche senza sinergie)». Quindi, se l’interpretazione del documento è corretta, il risparmio non presuppone accorpamenti di forze o rivisitazioni dei compiti, ma si ottiene semplicemente chiedendo ai vari corpi di polizia una riforma di spesa al fine di ricavare i risparmi indicati (0 nel 2014, 800 milioni nel 2015 e 1,7 miliardi nel 2016). Se ne deduce che su questa voce i risparmi potenziali, almeno nell’ottica di chi ha preparato il documento, potrebbero essere più cospicui di quanto indicato.

Su questo argomento, però, è bene sottolineare una particolarità che potrebbe sfuggire a chi chiede maggior efficienza alle forze di polizia e ne sottolinea l’elevato numero di unità. Infatti, al netto di possibili sprechi e usi inefficienti delle risorse, ampie zone dell’Italia devono necessariamente essere presidiate più di quanto avviene all’estero a causa di una più pervasiva presenza della malavita organizzata. Questo aspetto è bene che tutti lo tengano a mente e che si vada cauti nel proporre confronti tra l’Italia e i Paesi del Nord Europa che, per loro fortuna, non hanno fenomeni di criminalità simili a quelli italiani contro cui combattere.

 

Costi politica

Il terzo macro capitolo di risparmio presentato nel documento è quello relativo ai costi della politica. È da sottolineare che tra i cinque capitoli quello dei costi della politica contribuisce di meno in termini assoluti, solo 900 milioni nel 2016. In un recente dibattito parlamentare, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi è intervenuto su una delle voci di risparmio previste, facendo riferimento al futuro del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) e auspicando che si riesca a cancellare enti e organi ormai superati. L’intervento di Renzi era riferito ad una voce presente nel documento e intitolata ‘Organi costituzionali e a rilevanza costituzionale‘. I possibili risparmi legati alla rimodulazione della spesa in questo ambito ammontano a 200 milioni nel 2014, 400 milioni nel 2015 e 500 milioni nel 2016.

Un aspetto molto interessante è che nel documento viene rimarcato con un grafico che, al netto della spesa per le pensioni, mentre le Amministrazioni Centrali hanno registrato un calo del 10 per cento delle spese tra 2009 e 2012, Camera, Senato, Corte Costituzionale, altri organi costituzionali e di rilievo costituzionale hanno conservato lo stesso livello di spesa o lo hanno addirittura innalzato.

Il problema di fondo legato a questi possibili risparmi, così come evidenziato nello stesso documento, è che la responsabilità delle spese è in capo agli stessi organi costituzionali e non è del Governo. Di conseguenza, il Governo, pur volendo, non può agire direttamente su queste uscite. Quindi, seppur come voce non abbia una grande incidenza, la prudenza avrebbe consigliato di eliminare tale indicazione dal totale dei possibili risparmi utilizzabili dal Governo, visto che quest’ultimo non ne ha un controllo diretto.

 

Riduzione trasferimenti inefficienti

Il quarto capitolo della spending review si occupa dei trasferimenti dallo Stato a imprese e cittadini. Da queste voci si ipotizza un risparmio che cresce gradualmente da 2 miliardi nel 2014 a 7,1 nel 2016. Di particolare interesse è la riduzione delTrasferimento a impreseda parte dello Stato, che è la voce più cospicua nei tre anni (1 miliardo nel 2014, 1,6 nel 2015 e 2,2 miliardi nel 2016). Questa riduzione non è ottenuta considerando il totale della spesa aggredibile, che viene indicata in 16 miliardi, ma focalizzandosi solo su alcune voci, che ammontano a 3,7 miliardi di euro. Di queste spese aggredibili la più elevata è rappresentata dai trasferimenti per l’autotrasporto, circa 2 miliardi. Le altre voci su cui è possibile intervenire sono i trasferimenti all’agricoltura e artigianato (circa 300 milioni di trasferimenti), all’editoria (cui sono destinati un po’ più di 200 milioni), all’istruzione (350 milioni), allo spettacolo (che ora riceve più di 100 milioni), a TV e radio (90 milioni di trasferimenti). Nella scheda relativa a questi trasferimenti si precisa che spetterà alla politica decidere quali trasferimenti ridurre o azzerare e come procedere nel corso del triennio per giungere fino all’obiettivo di 2,2 miliardi di minori trasferimenti nel 2016.

Data la delicatezza di questo punto, è plausibile attendersi proteste in vari e settori e specialmente nel settore dei trasporti, visto che rappresenta da solo più del 50 per cento dei trasferimenti indicati come aggredibili.

 

Spese settoriali

L’ultima nota riguarda il capitolo sulle ‘spese settoriali’. In questo caso il risparmio previsto sale dai 2,2 miliardi del 2014 fino ai 7,9 del 2016. Tra le sette voci su cui è possibile risparmiare è inclusa anche ‘indicizzazione pensioni‘, con risparmio possibile al 2016 pari a 1,5 miliardi di euro. Su questa voce, però, non vengono forniti dettagli specifici. Il documento indica solo che tra le misure rientra una «maggiore deindicizzazione delle pensioni dal 2015». Ciò significa che si suggerisce di ridurre ulteriormente la rivalutazione delle pensioni in base all’andamento dell’inflazione, a detrimento del potere d’acquisto dei pensionati. La deindicizzazione è solo una delle voci che la spending review dedica alle pensioni. Infatti, considerate tutte le voci, nel 2016 il risparmio sulle pensioni contenuto nella proposta Cottarelli dovrebbe arrivare a 3,5 miliardi.

Questo comportamento aggressivo sul comparto pensionistico viene giustificato nel documento sulla base di alcuni dati. Il primo dato presentato è il più elevato tasso di sostituzione delle pensioni italiane (cioè il rapporto tra ultimo reddito da lavoro e prima pensione). In Italia il valore è superiore al 70 per cento, mentre in Germania è al 42 e in Francia al 64. Si aggiunge che la spesa pensionistica in Italia nel 2012 era pari al 15,6 per cento del Pil, superiore agli altri Paesi europei (Germania: 11,5; Francia: 14,3; Spagna 10,3). Un’altra evidenza che giustificherebbe l’intervento sulle pensioni è che in Italia la percentuale di pensioni di alto importo è superiore rispetto alla Germania nonostante il reddito tedesco sia più elevato di quello italiano. Per ultimo, si sottolinea che una quota elevata delle pensioni viene risparmiata e che il risparmio delle famiglie dei pensionati è più elevato di quello delle altre famiglie.

La classe politica ha già sottolineato che tali proposte sul settore delle pensioni difficilmente troveranno piena applicazione. Per, prescindendo da quale sarà la volontà politica, vi è qualche perplessità sull’analisi di Cottarelli. In primo luogo, è naturale che una famiglia di pensionati abbia un tasso di risparmio superiore alle altre famiglie e vi sono diverse motivazioni alla base di questa differenza: andando in quiescenza le spese si riducono; nelle famiglie con capofamiglia pensionato ci sono meno membri rispetto alle famiglie più giovani, quindi si riducono le spese complessive della famiglia; i pensionati modificano il loro stile di vita riducendo le spese.

Inoltre, considerando lo scenario economico attuale, giustificare un intervento sulle pensioni basandosi sull’evidenza che i pensionati riescono a risparmiare parte del reddito è una impostazione decisamente forte. Significa che chi ha redatto il documento preferirebbe un minor tasso di risparmio dei pensionati e lo vorrebbe ottenere o aumentando la tassazione sulle pensioni o riducendone l’indicizzazione. Si tenga presente che, data la gravissima situazione economica, non è ormai inusuale che i risparmi dei pensionati vengano utilizzati per sostenere i figli se non addirittura i nipoti.

Aumentare le tasse sugli anziani con l’obiettivo di usare quelle risorse per «finanziare la fiscalizzazione degli oneri sociali sui nuovi assunti» può anche essere un buon proposito (cioè una redistribuzione intergenerazionale della torta, anche se in Italia è più necessario incrementare la torta, non ridistribuirla tra poveri…), ma, visto il comportamento pluridecennale della classe politica italiana, ritengo che sia più efficiente che siano direttamente i nonni con i loro risparmi ad aiutare figli e nipoti

 

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