domenica, Settembre 19

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Costruire il “Partito che non c’è”. Dare una rappresentanza a una vasta porzione di elettorato (tra i 20 e i 25 milioni di elettori) che ad oggi non saprebbe chi votare, addirittura non saprebbe se vale la pena andare a votare. Come realizzare questo ambizioso progetto, con quali soggetti e con quali obiettivi sono stati i problemi affrontati durante il secondo congresso nazionale di FARE per Fermare il Declino, tenutosi a Firenze domenica 9 marzo.

Fare per Fermare il Declino, è il partito politico scaturito dal movimento nato nell’agosto 2012 per iniziava di sette personalità di primissimo piano a livello italiano e internazionale, indipendenti e libere da legami politici con i vecchi partiti (Oscar Giannino, Alessandro De Nicola, Carlo Stagnaro, Sandro Brusco, Andrea Moro, Luigi Zingales, Michele Boldrin). Il manifesto di appello agli italiani, pubblicato su sei quotidiani e intitolato “Cambiare la politica, fermare il declino, tornare a crescere”, era basato su 10 punti programmatici, incentrati principalmente su problematiche economiche, e aveva ottenuto una immediata e forte risposta da parte degli italiani, che ha permesso al movimento di partecipare alle elezioni politiche già dopo pochi mesi dalla costituzione.

Dopo le elezioni 2013, il partito ha rinnovato i propri organi dirigenti e proseguito la propria attività sul territorio. La mozione vincente fu proprio quella di Michele Boldrin, oggi peraltro riconfermato alla guida del movimento. Nel 2013 la mozione congressuale presentata da Michele Boldrin si intitolava “Manifesto per Fare”, quella 2014 “Oltre Fare”, ma la sostanza non cambia. Secondo Boldrin le idee di Fare – che, lo ricordiamo, sono sintetizzate nei 10 punti dell’appello manifesto di luglio 2012 – possono e devono continuare a viaggiare ma su nuovi binari, avendo il coraggio di andare “oltre Fare” appunto e «Costruire il partito che non c’è e di cui questo paese ha disperato bisogno», si legge nell’ultima mozione congressuale. Che il progetto sia ormai a uno stadio avanzato e che il processo innescato sia irreversibile, lo si comprende leggendo anche l’ addendum alla mozione congressuale, da cui emergono i principali connotati del nascituro Partito che non c’è.

Un partito imperniato sui seguenti punti programmatici: la valorizzazione del merito e dei meccanismi concorrenziali, ad ogni livello sia nel pubblico che nel privato; l’eliminazione progressiva dei privilegi legali, delle posizioni di monopolio e della corruzione indotta dall’attribuzione di poteri e funzioni non necessarie all’apparato burocratico pubblico; l’adozione del criterio di sussidiarietà nella produzione di beni pubblici, con conseguente adozione di un sistema “federalistico” generalizzato che porti ad una razionalizzazione della spesa pubblica e sua drastica riduzione; il ridimensionamento della spesa e dell’indebitamento pubblico, quindi della pressione fiscale necessaria a sostenerli.

Un partito che aspira a divenire partito di governo, attraendo, in particolare, il consenso di coloro che oggi esprimono un voto di protesta o si astengono ma anche di quei settori produttivi che oggi, per ragioni meramente ideologiche, vengono malamente rappresentati dai due gruppi di potere tradizionale (PD e galassia “ex PdL”).

Come ha evidenziato Ezio Maestri, membro della Direzione Nazionale, nel corso dei lavori congressuali, il Partito che non c’è è strettamente connesso a una certa idea di Paese. “Il partito che non c’è è connesso all’Italia che non c’è e che vogliamo. L’Italia che vogliamo deve portarci a costruire il partito che vogliamo. Il partito non è il fine ma il mezzo. L’obiettivo è smagrire lo Stato, ristabilire un rapporto paritario tra Stato e cittadini”.

Ciò che colpisce rispetto alla proposta di costruzione del partito che non c’è è la modalità proposta: non un restyling dell’esistente, bensì una più complessa operazione che prevede quale primo passo formale lo “scioglimento” di Fare. Recita sul punto la mozione Boldrin: «Questa la nostra linea politica, questo il grande obiettivo per il quale vi chiedo di compiere una scelta che dimostri con i fatti e non con le parole la nostra diversità. Immolare Fare, il figlio primogenito, sull’altare della costruzione del partito che non c’è, questa è la sostanza della mia mozione. Per farlo dobbiamo avere l’audacia di diventare non solo il leader intellettuale di tale progetto, cosa che in buona misura già siamo, ma il suo motore, la sua ossatura, il suo lievito. E perché questo succeda occorre che l’obiettivo della costruzione del partito che non c’è sia condiviso non solo razionalmente ma anche emozionalmente da tutti gli aderenti a Fare. Il lavoro di costruzione deve avvenire fra la gente, deve uscire dalle stanze in cui se ne creano i presupposti per arrivare nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nei caseggiati, nelle scuole ed in rete».

Il Congresso appena concluso è stato dunque il momento in cui la base del partito e i suoi dirigenti si sono confrontati sullo stato di questo percorso e sull’opportunità di andare avanti. La riconferma di Michele Boldrin a coordinatore Nazionale ha avuto in primo luogo il significato di conferma di un percorso ormai avviato e che nei prossimi mesi subirà inevitabilmente un’accelerazione nell’ottica sopra evidenziata. Un percorso che prevede una serie di tappe già definite e che passerà per il test delle elezioni europee già nel mese di maggio.

Ciò che è certo è che si tratterà di un progetto che richiederà del tempo (quindi è sbagliato parlare di scioglimento immediato del partito) e vari test, essendo necessario – come più volte ribadito da Boldrin – “annusarsi” con i compagni di viaggio che mano a mano si incontrano. L’obiettivo, del resto, è altamente ambizioso: individuare e far emergere una nuova classe dirigente, capace di far uscire l’Italia dal suo declino pluridecennale, lavorare sui programmi e sui metodi di selezione della classe politica, non sulle contrapposizioni ideologiche, individualiste o di bandiera.

Le prove tecniche di costruzione del partito che non c’è ad oggi passano da due esperimenti già avviati, sia pur tra loro distinti, come rimarcato dal membro uscente (oggi riconfermato) della Direzione Nazionale Fabio BertazzoliIl primo, si chiama “In Cammino per Cambiare”, che intende «aggregare tutti coloro che, in Italia, non accettando di farsi schiacciare nel bipolarismo PD-FI, si riconoscono in quei principi liberal-popolari che hanno governato gli anni migliori della nostra Repubblica. Ed è per questo stesso motivo che, pur nelle ovvie differenze e distinzioni contingenti, noi valutiamo positivamente ogni sforzo di aggregare – su programmi concreti e discriminanti etiche ben definite – tutte le forze liberali e popolari oggi presenti nel nostro paese».

Il secondo è la lista italiana di ALDE alle elezioni europee che unisce forze politiche e sociali d’ispirazione liberal-democratica e popolare o con esse compatibili, sotto l’egida di ALDE e in appoggio alla candidatura di Guy Verhofstadt come presidente della commissione.

Per cercare meglio di capire cos’è il “Partito che non c’è” (o “che ancora non c’è” come è stato precisato dall’assemblea congressuale), abbiamo raccolto i principali passaggi del discorso di Michele Boldrin alla platea congressuale, dai quali emergono chiaramente i tratti del programma.

Anzitutto, con riguardo alla genesi dell’idea, Boldrin ha evidenziato come essa sia il naturale sviluppo di quanto era stato scritto nel manifesto di Fermare il declino del 2012, che recitava appunto: «Per questo motivo auspichiamo la creazione di una nuova forza politica – completamente diversa dalle esistenti – che induca un rinnovamento nei contenuti, nelle persone e nel modo di fare politica. Cittadini, associazioni, corpi intermedi, rappresentanze del lavoro e dell’impresa esprimono disagio e chiedono cambiamento, ma non trovano interlocutori. Ci rivolgiamo a loro per avviare un processo di aggregazione politica libero da personalismi e senza pregiudiziali ideologiche, mirato a fare dell’Italia un paese che prospera e cresce». “La sostanza di quanto scritto nel 2012” – ha dichiarato Boldrin – “non cambia, se non che adesso sono non più 151 ma 152/153 anni di storia unitaria senza che tale partito si sia ancora formato”.

Il partito che ancora non c’è “Esprime una realtà di fatto. Non c’è mai stato. Se c’è una cosa folle e ambiziosa che ci siamo proposti di fare è proprio questa”. L’idea di costruire il partito che non c’è venne oltre a Boldrin ad Andrea Moro, Alberto Bisin e Sandro Brusco: “Brusco accettò dicendo di amare le cause perse. Ma riteniamo che questa sia l’unica causa persa per la quale vale la pena di lottare”.

La costruzione del Partito che non c’è è un’esigenza che impone di andare oltre l’esistente, e dunque anche oltre a Fare. Sul punto Boldrin ha precisato il senso della sua mozione e proposta cercando di chiarire alcuni possibili equivoci. “Non vogliamo cancellare il pezzo di storia di Fare ma transustanziare Fare in una cosa che riesca a diventare il partito che non c’è”.

Perché non può essere Fare il partito che non c’è? Ecco la spiegazione di Boldrin: “Continuare a pensare di aver capito tutto, di essere gli unici con la moralità e strategia adeguata è sbagliato. É fallimentare, ci trasformerà in un gruppuscolo extraparlamentare. Non è vero che le cose diciamo sono tutte giuste, dobbiamo andare a parlare con persone diverse da noi stessi, anche con le persone più note e visibili”. La strategia passa dunque per il confronto. “Se vuoi migliorare devi confrontarti con quelli più capaci, più visibili, con qualche idea in più. Purché il percorso sia condiviso e ci sia alla fine convergenza di idee. Nessun complesso di inferiorità. Faremo tanti errori ma li correggeremo, quando ci accorgeremo che la strada è sbagliata”.

E dunque, il processo avviato con In cammino per cambiare, proseguirà, continuando a dialogare con  associazioni culturali, gruppi di giovani e associazioni imprenditoriali. Boldrin non nasconde che la sfida sia ambiziosa ma proprio su questa sfida intende investire: “Se questo movimento politico non riusciamo a costruirlo avremo predicato bene ma non avremo influito sulla realtà”.

 

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