mercoledì, Aprile 21

Costa d’Avorio: la rivolta delle bidonville field_506ffb1d3dbe2

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Bambini in lacrime, madri disperate, padri affranti hanno assistito impotenti alla distruzione delle loro baracche. Le ruspe hanno demolito pezzi della loro vita. Alcuni sono riusciti a malapena a prendere i pochi affetti personali, altri hanno perso tutto. Un’unica domanda: «Dove andremo a vivere?»

Non hanno un alloggio, un riparo. E la stagione delle piogge non è ancora finita.

Il deprimente spettacolo è andato in scena mercoledì scorso a Gobelet, una baraccopoli dove ci vivono oltre 10.000 persone. Si trova nel comune di Cocody, ad Abidjan. Lo sgombero ha riguardato altri quartieri, come quello di Attoban e di Attécoubé. Sono considerate zone ‘pericolose’.

«È un trattamento disumano contro i poveri di questa città», si è lamentato un abitante della baraccopoli di Gobelet.

La maggior parte delle persone che vivono qui sono giovani disoccupati, camerieri, operai e piccoli commercianti che non hanno neppure, come lo chiamano nel dialetto locale, uno ‘Smig’, un mezzo di trasporto. Vivono qui perché sono vicini ai loro padroni che abitano nelle ville o alle loro attività di poco conto. Non possono vivere in posti lontani perché non hanno i soldi per prendere ogni giorno l’autobus.

Secondo una fonte sul posto, che vive da diversi anni ad Abidjan, le persone che sono state sfrattate non sanno dove andare, sono costrette a vivere all’aperto, anche quando piove. Se sono fortunati, riescono a trovare un riparo a casa di amici o presso le parrocchie cattoliche, che sono ormai stracolme.

La situazione è drammatica. La ‘premiere dame’, Domenique Folleroux, ha inviato viveri, materassi e altre beni di necessità, ma dopo alcuni giorni gli sfrattati sono stati abbandonati nuovamente a se stessi.

Non si discute lo smantellamento della baraccopoli. La zona è a rischio di inondazioni, frane e smottamenti. Quest’anno sono morte già 39 persone e la stagione delle piogge è solo all’inizio. Da Nord a Sud, da Est ad Ovest, la Costa d’Avorio è in stato d’emergenza per via delle piogge torrenziali che hanno messo a dura prova la popolazione e recato danni ingenti.

Tuttavia, gli abitanti delle zone a rischio si lamentano del poco riguardo che ha avuto il Governo ivoriano nei loro riguardi, lasciandoli senza un tetto e sotto la pioggia.

Secondo un funzionario del Ministero delle Costruzioni, lo Stato è stato fin troppo paziente: «Le recenti piogge torrenziali hanno ucciso molte persone. Se si dà spazio alla sensibilità, ci saranno altri morti con i prossimi acquazzoni. Nel 2012, lo Stato ha dato ad ogni famiglia 150.000 franchi CFA per sloggiare. Ma nessuno si è mosso».

Le autorità ivoriane  hanno quindi deciso di passare alle misure forti, sfrattando gli abitanti e abbattendo le baracche. L’operazione di demolizione è iniziata il 16 luglio scorso nel comune di Attécoubé, a ovest di Abidjan, provocando le prime proteste. Gli abitanti hanno chiesto un risarcimento adeguato dei danni che non può essere tradotto in 150.000 franchi CFA, ovvero in 230 euro. Tuttavia, non hanno avuto scelta che lasciare a malincuore le loro fatiscenti abitazioni.

Diversa la reazione a Est di Abidjan, nel comune di Cocody, in particolare a Gobelet e  Séma, che sono baraccopoli densamente popolate, con abitazioni di fortuna a schiera e strade strette. Nel mezzo, c’è una fogna a cielo aperto che diventa un torrente pericoloso nella stagione delle piogge. I residenti della zona hanno creato delle barricate, tra le ville lussuose e le baracche, per impedire l’avanzamento dei bulldozer. Hanno gridato slogan e mostrato cartelli di sdegno, il più significativo: «Presidente, vogliamo dormire. Dove andremo a vivere?». Le forze dell’ordine hanno disperso la folla con gas lacrimogeni.

Tuttavia, il clima è rimasto teso per diverse ore. Gli abitanti della zona hanno negato che ci sia stata una campagna di sensibilizzazione governativa e di aver ricevuto un risarcimento o una sistemazione provvisoria e alternativa. «Ci sono persone che hanno ricevuto 150.000 franchi CFA, ma noi non abbiamo ricevuto nulla. Hanno rotto tutto ciò che era in casa mia. Ora, io e la famiglia, non sappiamo dove dormire», si lamenta Maxime Gansoné, uno dei residenti che ha perso la casa.

L’indignazione del popolo si è trasformata in una ‘rivolta’.  Ci sono stati scontri con le forze dell’ordine che hanno provocato alcuni feriti e qualche arresto.

Di fronte alla protesta, il Governo di Abidjan non è tornato sui suoi passi. «Non ci sono altre alternative, lo Stato deve assumersi la sua responsabilità», ha sostenuto il portavoce del Governo, Bruno Koné, in una conferenza con i media. «Abbiamo ascoltato le lamentele e i pianti del popolo, ma questa operazione è nel suo interesse. Come è doloroso per le persone, è doloroso per le autorità. Non distruggiamo le abitazioni con leggerezza, ma per necessità», ha sottolineato Koné.
Non si discute la legittimità dell’operazione. Si chiede un posto dove dormire prima della demolizione.

Tempo fa, un’operazione simile aveva interessato il quartiere di Youpougon, in particolare una strada –‘rue de princesse’- dove, oltre alla baracche abusive, c’erano discoteche e alberghetti. Brutta di giorno, la notte si trasformava in una via di divertimento e trasgressione che attirava i ricchi e gli stranieri. A distanza di tempo, le attività notturne sono riprese.

In Africa, come in America Latina e in India, le baraccopoli sono il frutto di un’urbanizzazione incontrollata e irrazionale. Che si chiamino ‘bidonville’, ‘favelas’, ‘slum’, poco cambia. Sono i cosiddetti quartieri poveri e degradati delle grandi città: insediamenti informali senza luce e acqua corrente, senza sistemi di fogne e sanitari adeguati, ghetti di fango e lamiere. Eppure c’è tutto un mondo là dentro: storie di vita, di umanità, di sofferenza, di gioia e di solidarietà. È come un cancro della società, che non si riesce a curare perché i poveri sono tanti e non sanno dove andare. Ad una baraccopoli se ne sostituisce un’altra.

Di poveri ce ne sono tanti in Costa d’Avorio, soprattutto tra i giovani, che non trovano lavoro. Dieci anni di conflitto non hanno di certo favorito l’economia, nonostante il Paese sia ricco di cacao, caffè e altri risorse naturali.

Ad oggi, il suo potenziale economico non è sfruttato, chiuso nella morsa della Francia. I principali settori della società sono totalmente controllati dalle imprese francesi quali la telefonia, l’acqua, l’elettricità, il trasporto aereo, il settore della comunicazione, l’estrazione del petrolio e dei minerali, il caffè e il cacao.

Le cose sono peggiorate dopo le elezioni presidenziali del 2010, che hanno visto lo scontro tra l’ex Presidente ivoriano Laurent Gbagbo e quello attuale Alassane Dramane Ouattara.  Le votazioni si sono trasformate in un sanguinoso conflitto che ha causato 60.000 morti, migliaia di mutilati e profughi, cancellato interi villaggi e distrutto l’economia un tempo florida della regina dell’Africa Occidentale.

La Costa d’Avorio è oggi un Paese in lutto, che piange le sue vittime e che non conosce riconciliazione e giustizia.

Nonostante l’attuale capo dello Stato ivoriano abbia dichiarato, durante la visita del Presidente francese François Hollande, che non esiste «una giustizia dei vincitori» nel Paese del cacao, ci sono ancora migliaia di prigionieri politici che aspettano un processo equo e che necessitano di assistenza medica.

Secondo Ouattara, la «giustizia è uguale per tutti». Tuttavia, per ora c’è una sola lista di imputati che sono tutti riconducibili all’ex Presidente Gbagbo. Le organizzazioni umanitarie hanno denunciato che gli ex ribelli delle Forze Nuove, oggi integrati nell’Esercito nazionale, hanno ucciso migliaia di civili, violentato le donne, bruciato e saccheggiato interi villaggi durante l’offensiva lanciata, con l’aiuto delle forze francesi e dei caschi blu dell’Onu, per prendere il potere. A fine marzo del 2011, nel villaggio di Duékoué, gli ex ribelli di Ouattara hanno ucciso  -secondo i dati della Croce Rossa Internazionale-  800 civili, raso al suolo il paese, stuprato le donne e i  bambini. Crimini che si protratti nel tempo: le ex Forze Nuove diedero vita ad epurazioni di massa contro chiunque avesse a che fare per motivi etnici, religiosi o politici con Gbagbo, oggi in prigione presso l’AJA.

Di fronte al clima di impunità, il Presidente francese Hollande ha alzato la voce contro le autorità ivoriane, invitandole «a collaborare con la Francia» per trovare i responsabili «degli omicidi di tre francesi» morti durante la crisi post-elettorale.

 

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