martedì, Ottobre 19

‘Cosmopolicy’, lo spazio come bene comune

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Parlando ancora di budget disponibile, quali sono le somme concretamente allocate e i vincoli che impediscono lo sviluppo da Lei suggerito?

In termini di budget allocato, l’Italia è uno dei Paesi leader lontanissimi dagli USA, una sorte che la accomuna alla Germania, alla Russia e – con certa approssimazione – alla Cina. Dal «Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca» (MIUR) sono direttamente versati all’ASI 500 milioni di euro annui. Se a questi aggiungiamo gli investimenti privati, la cifra raggiunge il miliardo. Per un raffronto, nel bilancio USA troviamo 2 macro-capitoli: la NASA, alla quale sono assegnati 14 miliardi l’anno, e le spese militari, che superano quelle destinate alla NASA. Stiamo parlando di un preventivo 35/40 volte superiore a quello dell’Italia, ma si tratta davvero di un’eccezione. Nella media degli altri Paesi, l’Italia è ben collocata, con un ruolo forte assunto dalla ricerca scientifica. I contributi italiani alla ricerca e all’attività nello spazio sono tangibili: pensiamo alla Missione «Rosetta», che ha visto l’Italia ricoprire un ruolo principale nelle sperimentazioni effettuate, o alla recente Missione «ExoMars», dove l’unico esperimento a bordo della sonda dimostrativa «Schiaparelli», malgrado l’incidente che l’ha distrutta, è stato italiano. Nello stesso contesto, la seconda missione che l’ «Agenzia Spaziale Europea» lancerà nel 2018  vedrà l’impiego di un trapano costruito a Nerviano (MI) da «Leonardo-Finmeccanica» SpA, che scaverà fino a 2 metri di profondità nel suolo di Marte.

Pensiamo, ancora al successo di due team di giovanissimi: «Lunar Breathe» e «Space 4 Life», entrambi italiani, che hanno superato la selezione al concorso internazionale «Lab2Moon» promosso dal Team «Indus», con oltre 3000 team concorrenti, per portare sulla luna un proprio esperimento destinato ad essere videoripreso e trasmesso.  In particolare, vincitore del concorso è risultato «Space 4 Life», formato da tre studenti campani (il più giovane ha oggi 16 anni), che installeranno su un lander lunare del Team «Indus» uno schermo capace di proteggere dalle radiazioni cosmiche. Si tratta del primo caso di investigatori europei autorizzati a portare sulla luna un loro esperimento.

A conferma della preminenza industriale nel settore, l’Italia ha prodotto più del 50% degli ambienti pressurizzati – ossia dove l’uomo passa la maggior parte del suo tempo, come i laboratori – destinati alla «Stazione Spaziale Internazionale» (ISS). Inoltre, la famosa cupola è stata realizzata a Torino da «Alenia Spazio», oggi «Thales Alenia Space». Da Torino proviene anche il 50% del rifornimento in acqua potabile e alimenti (con tanto di macchina ‘spaziale’ per il caffè «espresso») destinati all’ISS.

L’ASI ha, poi, sviluppato la Costellazione «Cosmo Sky Med», ossia un sistema duale (civile e militare) di 4 satelliti dotati di radar, con un’ampia gamma di utilizzi, per l’osservazione della superficie terrestre.

Sul piano delle strategie adottate, l’Italia si caratterizza per un approccio molto trasversale, a differenza di un Paese come l’India, dove si ‘verticalizza’ la decisione di investire fortemente su un progetto – come è successo con la loro missione nazionale sulla luna.

Nei primi anni 2000, presi parte a un gruppo di lavoro con l’obiettivo di definire proposte inerenti a macro-progetti nel settore aerospaziale. Eravamo circa 30 persone di comprovata esperienza. Si arrivò alla conclusione che, nonostante la plausibilità dei progetti basati sulla nostra ideazione e tecnologia (ad esempio, il lanciatore europeo «VEGA»), avremmo dovuto sacrificare il 90% del budget disponibile per un arco temporale di 10 anni. Questo non è coerente con la nostra cultura dello sviluppo (parlo in termini di policy industriale), secondo la quale dobbiamo mettere mano a più fronti.

In cosa si traduce concretamente questa policy?

Nell’intenzione di dedicare più risorse a più progetti, impiegandole in modo diffuso: preferiamo installare uno strumento su ogni satellite che avere un unico satellite tutto nostro.

Parlando della Sua esperienza nell’ambito del CNS, potrebbe chiarire in che senso lo spazio può diventare una realtà aperta alle imprese in un’ottica di sviluppo dell’aeronautica civile e di ispirazione per i più giovani?

A fondamento di tutto il lavoro del CNS sta un concetto che dobbiamo al Prof. Luigi Gerardo Napolitano, insigne scienziato e mio maestro: il concetto di «quarto ambiente». Lo spazio è il quarto ambiente dell’uomo (dopo la terra, il mare e il cielo) ed è significativamenteumano’, quantomeno nella porzione compresa fra la stratosfera e l’orbita bassa terrestre.

Prima che morissero i 7 astronauti dello Shuttle «Challenger» nel 1986, il clima in Italia era molto propositivo e c’era una forte spinta a investire nella progettazione industriale. Dopo quell’incidente, è stata la paralisi. Da allora nessuno parla più di industrializzazione dello spazio.  

La «Virgin Galactic», creata dal magnate britannico Richard Branson, offre un servizio privato di accesso allo spazio orbitale. Un incidente che, 2 anni fa, ha coinvolto uno «Spaceship2», spazio-plano suborbitale progettato dall’azienda, ha bloccato gli accordi a livello nazionale con quella compagnia. Nondimeno, in base a un’intesa contrattuale con la torinese «Altec» Spa, è prevista l’individuazione degli spazioporti destinati alle navette che renderanno possibile in italia, grazie ai viaggi orbitali, il turismo spaziale.

Se non ci saranno ritardi, alla fine del 2017 si darà avvio allo sviluppo di questo settore privato di accesso allo spazio. In Italia bisognerà attendere ancora 10 anni, forse meno, fondi permettendo.

Da parte del CNS, ci muoviamo come associazione integrata nell’ «Italian Institute for the Future» e non disponiamo di fondi governativi. Nel nostro contesto privato, su base volontaria, stiamo studiando l’accesso allo spazio con un velivolo (lo «Hyplane») proposto da «Trans-Tech» (ossia dal Prof. Raffaele Savino e da me). Si tratta di un mezzo ipersonico, destinanto sia ai voli suborbitali, che faranno sperimentare agli utenti la microgravità, sia a coprire tratte inter-continentali o trans-oceaniche. Inoltre, stiamo lavorando a una stazione spaziale futuribile, ma non fantascientifica: ossia realizzabile in tempi ragionevolmente brevi. La prospettiva auspicata ci porta a pensare che nel 2069, a 100 anni dal primo uomo sulla Luna, si potrà andare su Marte come oggi si va in orbita bassa. In quel tempo, non si partirà più dalla superficie terrestre ma da un luogo presente nello spazio tra Luna e Terra, una vera piccola città, con quartieri e stazioni spaziali intorno alla Terra e alla Luna. Nel nuovo contesto urbanistico-spaziale, saranno presenti dei ‘nodi’, cioè punti focali, intersezioni urbane dove decine di persone, con mansioni specifiche, lavoreranno in sinergia per far funzionare la città e alimentare percorsi più lunghi.

Tutto ciò è pensabile, ma come ci si muove nel «quarto ambiente» secondo una misurabilità rispondente alle nostre necessità future?

Per dare un’idea, se volessi programmare un viaggio in automobile da Napoli a Pechino e se tra le due località si stendesse il deserto assoluto, avrei bisogno di 4 TIR.  Se, invece, fossero presenti delle oasi, avrei modo di partire leggero e approvigionarmi lungo la rotta. Tra la Terra e Marte potrebbe funzionare allo stesso modo. Come l’aeronautica civile, che nel Novecento ha conosciuto il suo processo di maturazione, l’astronautica civile è il nuovo settore commerciale in grado di aprire lo spazio alle imprese e, soprattutto, ai giovani, futuri utenti del «quarto ambiente». Una progettualità capace di rendere lo spazio una realtàvivibile’ e ‘comune’ avrà bisogno di una ridefinizione concettuale nata dall’apporto delle diverse figure professionali già coinvolte dal CNS: scienziati e ingegneri, certo, ma anche architetti, biologi, psicologi.

Per offrire un invito in tale direzione alle nuove generazioni, l’associazione ha ideato e sperimentato campagne di volo su aerei da turismo, con manovre particolari idonee a fare percepire ai passeggeri la sensazione di essere astronauta per 6 secondi. Un volo di 2 ore, al costo individuale di 50 euro.

Una logica lontana, negli intenti, dai profitti realizzati da «Virgin Galactic» (250000 euro per una settimana di volo e 2 minuti di gravità) o dall’esempio plutocratico della Russia, dove una settimana per 9 passeggeri è offerta alla cifra – è il caso di dirlo – ‘spaziale’ di 30 milioni di euro.

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