mercoledì, Maggio 12

‘Cosmopolicy’, lo spazio come bene comune

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In Parlamento si torna a parlare di «spazio», governance e competitività, nell’ambto di una nuova spinta allo sviluppo della politica aerospaziale nazionale. Il Ddl n. 1110, approvato lo scorso 27 aprile dalla Commissione Industria del Senato e passato all’esame in aula (calendarizzato al 25 maggio), prevede alcune importanti novità. Si tratta di una legge ‘di riordino’: in particolare, è disposta l’istituzione di un Comitato interministeriale di indirizzo, capace di fare da ponte tra la ricerca tecnologica e scientifica inerente al settore e le esigenze della produzione e dei servizi. Per mezzo di una politica governativa integrata, si mira a potenziare le piccole e medie imprese (sul piano tecnologico e, in termini più ampi, su quello della competitività) e a facilitare una trasmissione di conoscenze verso altri settori: dai trasporti alla sicurezza, dalle telecomunicazioni alla tutela ambientale.

Già nella premessa alla proposta di legge originaria, presentata il 12 settembre 2013 su iniziativa dell’On. Alessia Maria Mosca (Pd), possiamo leggere che «La necessità di riorganizzare questo comparto nasce» da una «diversa finalità del settore spaziale, che da politica è diventata sempre più economica», con il conseguente coinvolgimento di diversi settori e dei relativi apparati amministrativi.   Soggetto centrale delle iniziative assunte in materia rimane l’ «Agenzia Spaziale Italiana» (ASI), istituita dalla L. 186/1988 per alleggerire il CNR delle funzioni programmatiche, organizzative e gestionali relative alla promozione delle attività spaziali nel contesto europeo (l’Italia è membro fondatore dell’ «European Space Agency» – ESA) e internazionale.  Già alla sua nascita, nuove strategie – diverse dalle logiche dei ‘blocchi’ e dei programmi realizzati per ragioni di prestigio militare – stavano alla base di una volontà cooperativa tra gli Stati. Tale volontà era un effetto della partecipazione ai progetti europei extra-blocco degli anni ’60 (avviati da due organizzazioni di ricerca poi unificate nell’ESA) e costituiva la premessa politica per richiamare le risorse necessarie ai progetti spaziali. Già nel 1964, il 15 dicembre, l’Italia lanciò in orbita il «San Marco», suo primo satellite artificiale, grazie a una cooperazione con gli Stati Uniti, divenendo di fatto il terzo attore istituzionale spaziale al mondo (dopo Usa e Unione Sovietica).

Come organo di coordinamento che agisce secondo le direttive del «Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca» (MIUR), l’ASI definisce e dispone l’attuazione del «Piano Spaziale Nazionale» (PSN), con devoluzione alle imprese private di tutti gli aspetti e le funzioni operative. In seguito alla crisi finanziaria e gestionale degli anni ’90 (dovuta a un’insufficienza dei contributi statali e alla nostra svalutazione monetaria), l’intero settore è stato riordinato dal D.Lgs. 27/1999, con un più ampio margine di intervento dell’ASI nei programmi di ricerca, una maggiore libertà negoziale (istituzione di accordi, società, consorzi o fondazioni con soggetti terzi, pubblici e privati) e l’avviamento di un sodalizio tra attività spaziali e industria aeronautica.

Il Ddl in esame, nella definizione di una nuova configurazione politico-economica del settore, accresce il ruolo dell’ASI estendendone le competenze come soggetto di raccordo tra l’industria, gli istituti di ricerca, le istituzioni statali e le organizzazioni internazionali.

Le principali linee di indirizzo della strategia unitaria di sviluppo saranno definite dal Comitato «con particolare riferimento ai settori delle osservazioni della Terra, delle telecomunicazioni e della navigazione satellitare, dell’esplorazione dell’universo e dei sistemi di trasporto e di lancio» (Art. 2 Ddl). Per l’attuazione dei piani triennali di attività dell’ASI, il Comitato ha il compito di disporre una dotazione finanziaria annuale, a valere sul bilancio dell’Agenzia, tratta dal fondo ordinario per il finanziamento degli enti pubblici di ricerca.

Gennaro Russo, Ingegnere aerospaziale, ha alle spalle un’esperienza di oltre 25 anni presso «Centro Italiano di Ricerche Aerospaziali» (CIRA) a fianco del Prof. Luigi G. Napolitano, come responsabile dei programmi di ricerca sullo spazio promossi da quell’istituto.  Presidente di «Trans-Tech», impresa che offre servizi di ingegneria e consulenza specializzata in tema di innovazione tecnologica, dirige il «Center for Near Space» (CNS), inaugurato nel 2015 sotto la competenza dell’organizzazione no-profit «Italian Institute for the Future».

 

Ingegner Russo, qual è l’evoluzione recente della nostra politica aerospaziale alla luce delle strategie applicate nei Piani Spaziali Nazionali e delle direzioni di sviluppo per l’industria e la ricerca?

Premesso che l’Italia è uno dei Paesi più all’avanguardia nel campo dell’innovazione spaziale – fatto che implica un indubbio investimento sul piano della policy -, nell’ambito dell’esperienza che ha portato alla nascita del CNS, mi muoverò nella prospettiva della sua ragione costitutiva, volta a stimolare la nascita e la crescita di un settore spaziale privato. Senza andare troppo a ritroso, nel Secolo scorso la nostra aeronautica governativa è diventata un settore merceologico.

Con ciò intende che una simile trasformazione interesserà anche lo spazio?

Benché se ne parli poco, lo spazio è usato da molto tempo, anche a livello privato. Pensiamo al settore delle telecomunicazioni… Tuttavia, tutto il resto è ancora oggi pesantemente non commerciale.

Ai dati del satellite è riservato un impiego limitato in termini di utilizzo: i dati provenienti dall’Asi sono disponibili gratuitamente, eppure gli utenti finali non ne fanno uso.  Non essendo ancora commerciale, lo spazio è prerogativa esclusiva di pochissime persone, in linea con gli obiettivi governativi ‘di punta’, di natura strategica. È necessario ampliare la base di utenza, andare oltre l’approccio strettamente governativo. Ripeto, dico tutto questo in una prospettiva concreta di sviluppo prevedibile pensando al contesto economico di cui l’Italia è parte attiva e nel quale ha già dimostrato di eccellere.

Nonostante si collochi al settimo posto come potenza spaziale nel mondo, 500 milioni di euro l’anno di fondi pubblici sono ancora pochi per poter sviluppare un settore merceologico ampio. Una situazione ben diversa dagli Stati Uniti, che rappresentano un’eccezione mondiale, soprattutto negli ultimi 15 anni.  Non alludo soltanto alla NASA, ma a diverse entità private. Per fare solo un esempio, la «Deep Space Industries», con sede in California, è un’impresa estrattiva spaziale fondata nel 2013, con la quale mi trovo in frequente contatto. Il suo obiettivo sociale è svolgere l’attività di «mining» sugli asteroidi. Molto concretamente, questo significa che oggi – e non tra 10 anni – occorre avere un bilancio di fine anno in verde. Ciò non è ancora possibile mediante una gestione diretta dagli asteroidi, ma costituisce un obiettivo di sviluppo concreto, a pari delle ragioni sociali di altre società del settore.  Gli USA stanno alimentando questo percorso. Nel nostro contesto nazionale, il CNS vorrebbe promuoverlo.

Come si colloca l’Italia rispetto agli altri Paesi europei e quali sono i fattori che maggiormente influenzano oggi la sua attività nel settore?

La politica aerospaziale, non solo in Italia ma nel mondo – con l’eccezione USA appena rilevata – è ad oggi ancora fortemente connotata da due aspetti principali. Anzitutto, un’impostazione governativa fondata sulla strategicità e attività ‘di punta’ basate sulla ricerca scientifica e tecnologica, con aspetti di estremo interesse culturale. Stiamo parlando di un approccio centrato sulla volontà di ‘carpire’ dallo spazio elementi validi per comprendere l’origine dell’uomo. Vi sono, poi, altri aspetti più ‘ordinari’, ossia più facilmente percepibili, inerenti al riflesso delle attività spaziali nella vita quotidiana, al benessere dell’uomo sulla Terra: ad esempio, i dati meteorologici, lo studio delle correnti oceaniche, la climatologia, le osservazioni condotte per prevenire i disastri ambientali.

L’industria aerospaziale è supportata perché è un’industria di eccellenza, foriera di un’evoluzione tecnologica facilmente trasferibile in altri settori, con un beneficio pari a un rapporto di 1 : 9. Pertanto, per ogni euro investito nello spazio, ne avremo 9 in grado di contribuire allo sviluppo generale della nazione.  Fuori dall’ambito strettamente governativo, iniziano a comparire piccoli germogli, tentativi di sviluppo del settore privato, che necessita di essere alimentato attraverso un maggior coinvolgimento dell’uomo comune’ .

Quali sono le maggiori criticità applicative attualmente riscontrate?

La principale criticità è la limitatezza di fondi, anche se comunemente si crede che le nazioni investano troppo. In fondo, si pensa, cosa importa scandagliare le lezioni della relatività se sulla terra dobbiamo affrontare problemi come la povertà sociale e i flussi migratori?  Peraltro, non sarà cancellando i picchi di tecnologia e il loro peso nel bilancio statale che risolveremo i problemi di tutti i giorni. Pensando al nuovo «Piano nazionale spaziale», la distorsione della spesa pubblica come effetto dell’attività spaziale non inciderebbe sulle dimensioni economiche (ben più ampie) di tali problemi.

Dal punto di vista applicativo, le criticità interessano la stessa percezione dello sviluppo derivante dall’attività spaziale. Pochi, anche tra gli esperti, si rendono conto del ritorno che si è avuto e si ha, in termini oggettivi, grazie ai contributi di questa all’attività.   Pensiamo alla meteorologia, ai dati elaborati dai satelliti: molte persone sanno come funzionamno i navigatori satellitari o i cellulari, eppure c’è un diffuso ‘scollegamento’ tra il contesto settoriale e la vita quotidiana. Si tratta di un’attitudine che non risparmia neppure gli esponenti di categorie direttamente implicate nelle politiche aerospaziali. Secondo un aneddoto recentemente riportato da un alto ufficiale statunitense, un generale, chiamato a in sede strettamente militare a pronunciarsi in merito a una serie di investimenti destinati a un nuovo satellite, esclamò, mostrando un TomTom: «Perché abbiamo bisogno di un altro satellite? Io ho già questo!».

L’elenco dei prodotti che arrivano dall’industria spaziale è infinito: dai teli isolanti con cui si soccorrono le persone in mare e le vittime di incidenti in vari ambienti, alle pentole antiaderenti, al velcro, un sistema di chiusura nato nell’ambito dello sviluppo delle tute aerospaziali. Tutto ciò fa parte dei citati 9 euro ‘ricaduti a terra’ .

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