lunedì, Ottobre 25

Così li ho salvati dallo tsunami

0

L’ex numero uno della Protezione civile Guido Bertolaso a dieci anni dal sisma che devastò il Sudest asiatico: “Le Autorità erano scettiche, nessuno si era reso conto della gravità dell’evento. Per fortuna, nonostante le perplessità di autorevoli esponenti di Governo,  mi impuntai e fummo i primi ad arrivare sul posto, dove facemmo un lavoro talmente eccellente che persino gli svizzeri bararono per prendersi il merito”, ci racconta Bertolaso in questa lunga intervista in esclusiva.

Il rapporto dell’intervento italiano in occasione del tsunami che il 26 dicembre del 2004, nel bilancio sintetico recita: «A meno di 24 ore dallo tsunami, una squadra del Dipartimento della protezione civile è in Sri Lanka per portare assistenza e soccorso ai turisti italiani colpiti dalla catastrofe, mentre altre unità d’emergenza raggiunono le Maldive e Phuket, in Thailandia. Ha così inizio l’impegno del Dipartimento in Sri Lanka, che alla gestione della prima emergenza fa seguire un programma di aiuti in favore delle vittime dello tsunami fino alla realizzazioni di interventi di ricostruzione, di assistenza sociale e di rilancio dell’economia locale. Il Programma emergenza maremoto, possibile grazie anche alle donazioni degli italiani che hanno partecipato alla campagna di soldarietà lanciata dal Dipartimento, ha realizzato 56 progetti di ricostruzione e sviluppo dal 2004 al 2007: 34 realizzati da Organizzazioni non governative (ONG) italiane tramite convenzioni e 8 con altri enti e organizzazioni; 14 realizzati direttamente dal Dipartimento della Protezione Civile».

La documentazione degli interventi è pubblica.


Bertolaso, lo tsunami che il 26 dicembre del 2004 ha colpito l’Oceano Indiano è stata la catastrofe naturale più dirompente dell’ultimo secolo. Dopo dieci anni qual è il ricordo o la storia che le sono rimasti più impressi?
Può sembrare strano tuttavia le modalità grazie alle quali compresi la gravità della vicenda ancora mi lasciano sbigottito dopo tanto tempo. Fui infatti subito informato nel corso della notte fra il 25 e il 26 dell’inusitata violenza del terremoto che si era verificato al largo delle coste indonesiane e subito sospettai qualcosa di grave perché non arrivavano notizie dai luoghi limitrofi all’epicentro. Poteva essere una buona cosa perché non c’erano danni, oppure tremenda perché non c’erano superstiti. Attesi nervoso alcune ore, fino all’alba quando alla ennesima chiamata all’Unità di Crisi della Farnesina mi fu risposto che l’unica anomalia che avevano registrato era la chiusura dell’aeroporto di Mahé, alle Maldive, migliaia di miglia ad ovest dell’epicentro, perché “la pista era invasa dall’acqua sebbene il tempo fosse sereno“. Temetti subito uno tsunami senza precedenti e convocai subito, fra le perplessità di tutti, il comitato operativo di protezione civile buttando giù dal letto, nel giorno di Santo Stefano, l’intero dipartimento. Per le prime ore di riunione tutti i colleghi continuavano a guardarmi perplessi: le notizie di agenzia, estremamente scarne rispetto all’eccezionalità del fenomeno, parlavano di una o due vittime mentre io come un ossesso continuavo a predisporre il più importante intervento di emergenza mai realizzato all’estero fino a quel momento.

Come scattò il piano di emergenza? Che metodo di lavoro vi siete dati?
La tragedia fu ancor più drammatica per il periodo ed il momento in cui accadde. In piena vacanza natalizia i Paesi colpiti ospitavano migliaia di turisti europei e connazionali che si trovavano sulle spiagge al momento dello tsunami. Bloccammo quindi tutti i voli in partenza per quelle destinazioni ed invece di caricare i passeggeri caricammo team di pronto intervento e materiali di emergenza che inviammo verso le zone che sapevamo maggiormente colpite dal dramma: Thailandia, Sri Lanka e Maldive. Era impossibile dirigere verso Banda Aceh, l’epicentro del disastro, così ci dedicammo a soccorrere le altre zone devastate per garantire assistenza alle popolazioni locali e gestire il rimpatrio delle migliaia di turisti italiani ed europei rimasti di fatto in costume da bagno.

Lo tsunami ci ha insegnato che non bisogna farsi mai cogliere impreparati e che il successo degli aiuti sta soprattutto nell’avere sempre pronta la macchina dei soccorsi. L’Italia fu all’altezza del compito?
Nonostante le perplessità di autorevoli rappresentanti del Governo di allora, il nostro intervento fu fulmineo. Arrivammo prima di tutti, addirittura i nostri tecnici gestirono il traffico impazzito dell’aeroporto alle Maldive. E così mentre il Ministro degli Esteri svedese se ne andava a teatro quella sera, la Protezione civile italiana cominciava a riportare in patria i nostri concittadini e famiglie di svedesi e altri Paesi scandinavi che trovavano all’aeroporto di Fiumicino i loro rappresentanti consolari, da noi allertati, che con nuovi passaporti li accompagnavano ai gate per tornare a casa vestiti dai nostri volontari della Croce rossa.

Lo tsunami ha ucciso milioni di persone, ma ha avuto un impatto molto violento anche sull’ambiente, sulle infrastrutture e sulle economie locali. Come si sopravvive a tutto ciò e com’è stato superato il gap?
Il gap non è stato affatto superato: furono promessi interventi di ogni genere per mitigare i rischi in quelle aree compresi sistemi di early warning intercontinentali, al di lá di allarmi via radio dopo ogni scossa null’altro è stato messo in piedi. Manca una seria e precisa programmazione dei rischi e delle misure per mitigarli.

Quali e quante risorse mise a disposizione il Governo italiano?
Tutto il necessario venne mobilitato senza esitazioni, ma fu un investimento in risorse umane piuttosto che economico. Questo a dimostrazione del fatto che non sono i soldi a fare la differenza, ma l’impegno e la determinazione nell’agire senza se e senza ma.

Come sono state impiegate dall’Italia, a livello umanitario, le risorse arrivate tramite i contributi volontari (sms, donazioni, …)?
Si trattò della più incredibile, spontanea e cospicua mobilitazione popolare mai avvenuta. Furono raccolti più di 50 milioni di euro in poco piú di una settimana. Dopo aver chiarito con la Farnesina chi avrebbe gestito e speso tale somma fu costituito un comitato di saggi che controllarono centesimo per centesimo come vennero spese le donazioni degli italiani. Si trattava di Emma Bonino, Giulio Andreotti, Andrea Monorchio, Giuliano Amato e Giorgio Napolitano. In dodici mesi vennero costruiti ospedali, scuole, villaggi e donati alle popolazioni strumenti per far ripartire l’economia. Gli svizzeri, incapaci di emulare i tempi e i modi della nostra azione, mettevano sui nostri interventi le targhe che segnalavano come i lavori fossero stati opera loro.

L’esperienza dello tsunami ha suggerito nuovi metodi e strumenti di lavoro? Cosa è cambiato in Italia, negli ultimi dieci anni, nei piani di gestione delle crisi e riduzione del rischio disastri?
Lo tsunami dimostrò la giusta visione di chi cambiò radicalmente la nostra Protezione civile nel 2001 e confermò che la strada intrapresa di una sola linea di comando in un sistema complesso ma integrato era l’unica efficace strategia di intervento. I piani di gestione della crisi erano chiari e condivisi, molto meno la percezione del rischio: oggi tutto questo è stato vanificato da una politica ignorante, ottusa e gelosa dei risultati conseguiti.

Ha un segno personale che le ha lasciato quella tragedia?
Tre inviti nelle più prestigiose istituzioni scandinave, migliaia di attestati cittadini pieni di lodi per l’Italia, un bell’articolo che lodava il nostro intervento se paragonato a quello del resto dell’Europa firmato da un tal  Mario Monti, lo stesso che poi nel 2012 avrebbe ucciso la Protezione civile.

Un aggettivo per definire la tragedia del 2004.
Epocale.

Il 2004 ci ha insegnato in che modo e fino a che punto può cambiare il mondo in pochi minuti. Da dove crede possano arrivare le minacce più serie dei prossimi dieci anni?
I mutamenti climatici avranno un ruolo sempre più drammatico ovunque: temo in particolare siccitá devastanti. In Italia, il rischio sismico in Calabria e il risveglio del Vesuvio di certo segneranno la storia del terzo millennio, non credo quella dei prossimi dieci anni.

Infine, negli ultimi mesi ha fatto un lavoro eccezionale in Sierra Leone per creare nuove strutture sanitare e aiutare le popolazioni locali. Ed è stato lei a premere per la creazione di unità anti Ebola all’interno del Sacco di Milano e dello Spallanzani a Roma. Quanto deve preoccupare questo virus? Ci indichi un aspetto che la rassicura ed uno che invece  la preoccupa.
Scrissi mesi fa che dovevamo essere tranquilli grazie alla preparazione del nostro personale sanitario e delle strutture che sono state realizzate: le buone notizie sul caro e bravo Collega ricoverato allo Spallanzani dimostrano che non avevo torto. Mi preoccupa il rischio della memoria corta: temo che una volta passata la paura, di Ebola non si parli più. Mentre il rischio di un suo riapparire, anche peggiore di adesso, è sempre dietro l’angolo.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->