martedì, Maggio 11

Cos’è il Trattato Italia-Libia di Amicizia, Partenariato e Cooperazione Richiamato da Draghi in visita a Tripoli, ma risalente al 2008, è stato, in realtà, il punto di arrivo di una politica che, con una serie di accordi bilaterali, era stata avviata dai Governi italiani già dal 1998

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Il Presidente del Consiglio Mario Draghi è arrivato a Tripoli accompagnato dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio per incontrare il Primo Ministro libico Abdulhamid Dabaiba.

«E’ un momento unico per la Libia, c’è un governo di unità nazionale legittimato dal Parlamento che sta procedendo alla riconciliazione nazionale. Il momento è unico per ricostruire quella che è stata un’antica amicizia. Un requisito essenziale per procedere con la collaborazione è che il cessate il fuoco continui» ha detto Draghi, aggiungendo che «è un momento unico per guardare al futuro e per muoversi con celerità e decisione. C’è la volontà di riportare quello che era l’interscambio culturale ed economico con la Libia ai livelli di cinque, sei, sette o otto anni fa e la conversazione di oggi mi assicura che si vuole anche superarlo».

«E’ stato un incontro straordinariamente soddisfacente. Abbiamo parlato della cooperazione in campo infrastrutturale, energetico, sanitario e culturale. L’Italia aumenterà le borse di studio per gli studenti libici e l’attività dell’Istituto di Cultura italiano» ha affermato il Premier italiano, sottolineando che «si vuole fare di questa partnership una guida per il futuro nel rispetto della piena sovranità libica».

«Sul piano dell’immigrazione noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia. Ma il problema non è solo geopolitico, e anche umanitario e in questo senso l’Italia è uno dei pochi Paesi che tiene attivi i corridoi umanitari. Una delle questioni più importanti da riattivare è l’Accordo di amicizia del 2008, a cominciare dalla costruzione dell’autostrada» e «prevediamo un aumento della collaborazione nell’elettricità e nell’energia».

Il richiamo di Draghi è all’Accordo di Amicizia del 2008, voluto dall’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal rais libico Muhammar Gheddafi.

Il Trattato Italia-Libia di Amicizia, Partenariato e  Cooperazione del 2008 è stato, in realtà, il punto di arrivo di una politica che, con una serie di accordi bilaterali, era stata avviata dai Governi italiani già dal 1998. Nonostante il processo di normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi, era andato avanti a fasi alterne, nel 2008 si arrivò alla firma del trattato.

Il Trattato del 2008 era molto ambizioso e non si limitava a stabilire degli amichevoli rapporti economici, bensì si proponeva di stabilire un rapporto di partenariato che avrebbe dovuto svolgere la funzione diponteverso un più completo accordo tra Libia ed Unione Europea (le trattative per tale accordo, in effetti, vennero fatte partire alla fine del 2008). Il Trattato, ci dice Claudio Bertolotti, analista strategico ISPI e ITSTIME, “è un vero e proprio accordo programmatico che guarda(va) a un rapporto speciale e privilegiato di partenariato tra i due Paesi, in particolare nell’ambito dell’Unione Europea e in quello dell’Unione Africana, in un’ottica di cooperazione Europeo-libica in cui ad avvantaggiarsi sarebbero entrambe le parti”.

La natura autoritaria del Governo di Gheddafi rendeva necessaria una serie di specificazioni nel trattato: in primo luogo, i contraenti di impegnavano al rispetto del Diritto Internazionale, ovvero a non aggredire altri Stati e a non violare i Diritti Umani sul proprio territorio; si tratta chiaramente di indicazioni che dovevano mitigare l’imbarazzo italiano per l’accordo con il dittatore libico.

Le parti più interessanti dell’accordo del 2008, però, sono quelle che riguardano economia e migrazione.
Per quanto riguarda l’economia, l’Italia si impegnava a realizzare in Libia infrastrutture di base per un valore complessivo di 5 miliardi di dollari (250 milioni all’anno per vent’anni). Si sarebbe dovuto trattare di lavori svolti da imprese italiane in territorio libico. Inoltre, le imprese italiane avrebbero dovuto realizzare lavori per la costruzione di unità abitative. Un ruolo oneroso, quello dell’Italia, “totalmente a carico dell’ENI, attraverso un’imposta sul reddito della società”, spiega Bertolotti. “Un vincolo, imposto dalla Libia, per chiudere qualunque contenzioso riferito alpassato colonialedell’Italia. In questo caso potrebbe esserci un vantaggio relativo da parte dell’Italia per chiudere un’annosa questione che di per sé non avrebbe ragione d’essere non essendo il colonialismo all’epoca un fatto contrario al diritto internazionale. Ma tant’è, la rilettura dei fatti storici passa anche attraverso l’opportunità del momento”.

Nel campo della difesa e della sicurezza nel Trattato viene preso impegno a realizzare ‘un forte ed ampio’ partenariato industriale e delle industrie militari, sottolinea Bertolotti, nonché la conduzione di manovre congiunte.
I due Paesi, inoltre, si impegnavano a delle reciproche restituzioni: da un lato, l’Italia si impegnava alla restituzione di reperti archeologici trafugati nel periodo coloniale (1911-1951); dall’altro, la Libia si impegnava a restituire i crediti vantati da aziende italiane con lo Stato nordafricano e mai riscossi a causa della rivoluzione di Gheddafi nel 1969 (a questo proposito, l’impegno prevedeva anche il superamento del divieto, per gli esuli italiani partiti dopo il 1969, a rientrare in territorio libico).

La questione che oggi pare essere quella più rilevante è quella relativa al contrasto all’immigrazione clandestina attraverso la Libia e il Mediterraneo e al terrorismo. Per quanto riguarda la lotta all’immigrazione clandestina, “l’art. 19 del Trattato del 2008 ribadisce la disponibilità delle due parti al pattugliamento con equipaggi misti con motovedette messe a disposizione dall’Italia  -cessione di motovedette che è già stata in parte effettuate e in parte è in corso”, sottolinea Bertolotti. “Un’altra opzione che l’Italia ha proposto e la Libia ha accettato è la realizzazione di un sistema di telerilevamento alle frontiere terrestri libiche, in affidamento a società italiane. Un sistema piuttosto oneroso per l’Italia in termini di risorse economiche (previsto per metà a carico dell’Italia e per l’altra metà dell’Unione Europea) ma non di personale, in quanto non prevede il dislocamento di forze di polizia italiane. Ma al tempo stesso una scelta di opportunità che al momento non vede possibilità di realizzazione a causa della sostanziale assenza di controllo territoriale sui confini da parte delle forze di sicurezza facenti capo al presidente al-Sarraj. Va tenuto poi conto che la frontiera sud, quella con il Niger   -dove l’impegno economico dell’Unione Europea si è rivelato tutt’altro che soddisfacente-, vede un’ampia presenza di forze militari francesi, sostanzialmente disinteressate ai flussi migratori attraverso il territorio nigerino e verso la Libia”.

Lo scoppio della guerra civile e la caduta di Gheddafi nel 2011 hanno trasformato in carta straccia l’accordo.

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