lunedì, Ottobre 18

Cosa succede tra Marocco e Francia?

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L’interruzione degli accordi di cooperazione giudiziaria fra i due paesi risale a quasi un anno fa (febbraio 2014): c’entrano un’infelice battuta di un diplomatico francese (che ha definito il Marocco “una maitresse”), un documentario sul Sahara occidentale girato da Javier Bardem e, non ultima, la marcia della pace di Parigi in memoria dei giornalisti di “Charlie Hebdo”, alla quale il paese nordafricano non ha partecipato (e, secondo il Ministro degli Esteri Mezouar, ne aveva ben donde).

Nel frattempo i rapporti fra i paesi delle due sponde del Mediterraneo non hanno fatto altro che deteriorarsi e la recente defezione della delegazione marocchina alla marcia in onore del massacro al “Charlie Hebdo” ne è la prova evidente. Il vertice dei Ministri degli Esteri organizzato per il 29 gennaio sarà l’occasione per lasciarsi alle spalle le recenti frizioni?

Sembra terminata l’inedita crisi che aveva opposto la cancelleria francese e quella marocchina nell’ultimo anno (o quasi). I due incontri del 29 e 30 gennaio a Parigi fra Mustapha Ramid, Ministro della Giustizia di Rabat, e Christiane Taubira, sua omologa francese, hanno posto la parola fine in calce a un 2014 vissuto pericolosamente. L’emendamento degli accordi di cooperazione giudiziaria, sospesi per tutto l’anno appena passato, dovrebbe iniziare con validità immediata: nel comunicato rilasciato dai due Ministri al termine degli incontri, il 31 gennaio, annunciano che è stato trovato «un accordo per favorire, in maniera durevole, una cooperazione più efficace fra le autorità giudiziarie dei due paesi e per rafforzare lo scambio di informazioni». Il Ministro degli Esteri Salaheddine Mezouar ha confermato che l’accordo giudiziario comprende il reciproco impegno dei due governi nella lotta al terrorismo, aggiungendo poi che prevede “prossimamente” un vis-à-vis con Laurent Fabius, titolare degli Esteri al Quai d’Orsay. Una nota dell’Agence France Press (AFP) indicava come probabile anche un prossimo incontro, a coronamento dell’avvenuto disgelo, fra re Mohammed VI e François Hollande, quest’ultimo divenuto, suo malgrado, protagonista di un piccolo caso in Marocco. L’espediente l’ha fornito il quotidiano ‘Al-Watan Al-An’, il quale aveva deciso (28 gennaio) di scioccare i propri lettori proponendo in copertina un’immagine di Hollande dotato di un paio di baffi “à la Hitler”. Abderrahim Ariri, direttore del giornale, aveva difeso questa quantomeno discutibile scelta sostenendo che l’Esagono non è più in grado di assicurare la sicurezza dei propri cittadini musulmani (in un azzardato paragone con la condizione degli ebrei di Francia, avvenuto proprio nel giorno del 70esimo anniversario dell’ingresso sovietico ad Auschwitz) e che l’incredibile aumento degli atti islamofobi (128 casi registrati nelle due settimane precedenti alla pubblicazione) stava lì a testimoniarlo.

Per il momento la questione sembra non aver minimamente toccato i vertici politici francesi, sebbene non sia un segreto che il Presidente Hollande non goda di particolare stima nel paese, e il recente massacro al “Charlie Hebdo” è diventato nel web marocchino oggetto di forte dibattito. Sui social network, a “Je suis Charlie” si opponeva, in maniera significativa, “Je suis Gaza” o “Je suis avec Mohammed” (in riferimento al Profeta Maometto). Il sociologo Mehdi Alioua afferma che “in effetti, i media francesi e francofoni hanno coperto molto l’avvenimento, producendo l’inconveniente di far sparire le altre notizie di attualità”. Decisamente: negli stessi giorni si compivano sanguinosi massacri in Nigeria, Yemen e Siria – ma la stampa si dedicava solo ai misfatti parigini. Gli assassinii del 7, 8 e 9 gennaio sono solo gli ennesimi di una serie di tasselli che stanno portando alla progressiva polarizzazione del vasto pubblico musulmano – e il Marocco non fa eccezione. La retorica con la quale Hollande aveva avviato, in occasione dell’inizio del conflitto maliano (2012), l’agenda antiterroristica francese in Africa non aveva fatto altro che dare vita a un processo di alienazione dalle posizioni del paese europeo; processo che aveva i propri riflessi geopolitici nelle frizioni fra Marocco e Francia, in seguito alla decisione di quest’ultima di appoggiare l’opzione di Algeri (i cui rapporti con Rabat sono, storicamente, ostili) come capofila nella mediazione nel conflitto del nord del Mali. Diversi uomini politici francesi hanno osservato che il gelo fra Rabat e Parigi in materia di cooperazione giudiziaria possa aver pregiudicato l’efficienza dei servizi di sicurezza francesi nell’agire più drasticamente in occasione degli omicidi del “Charlie Hebdo”. Charles Pasqua, ex Ministro degli Interni, dichiarava (7 gennaio), senza mezzi termini, di non essere certo che “l’attacco contro Charlie Hebdo avrebbe avuto luogo se noi (i francesi, ndr) avessimo intrattenuto relazioni migliori coi marocchini” – un’urgenza sottolineata, più in là, anche dall’ex presidente Sarkozy. Una posizione che è pure condivisa dall’altra sponda del Mediterraneo: Mohamed Benhammou, Presidente del Centro marocchino di Studi strategici, concorda nel dire che i tre giorni di spirale violenta che hanno sconvolto la Francia (e l’Europa) sono «l’evidenza che il gelo nella cooperazione col Marocco è pregiudizievole per la Francia», considerando il tipo di minacce di carattere mutevole che gli apparati securitari devono essere preparati ad affrontare. «Per i francesi, così come per gli spagnoli» – prosegue Benhammou – «il Marocco ha un apporto notevole in materia di sicurezza e prevenzione degli attacchi terroristici. È un apporto che non ha prezzo». Nel clima recente, sembra quindi che il governo francese non possa permettersi la defezione di neanche uno dei suoi partner strategici.

Le reti diplomatiche marocchine hanno puntato i piedi per quasi un anno, e sembra che questa strategia, alla lunga, abbia pagato. Il regno nordafricano resta un attore-chiave negli sviluppi mediterranei e saheliani e non desidera più rimanere “ricattabile” dal cosiddetto “dossier Sahara”, come confermato dalle parole di Mohammed VI. Quest’ultimo affermava che «la sovranità del Marocco non può rimanere in ostaggio di concezioni ideologiche e di orientamenti stereotipati di certi funzionari internazionali», in riferimento al progetto di estendere il mandato del contingente ONU Minurso nel Sahara Occidentale per la salvaguardia dei diritti umani nell’area, presentato nel 2013 davanti alle Nazioni Unite. La questione dell’indipendenza del Sahara (o dell’auto-proclamata Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi) si mostra quindi come il vero nervo scoperto della diplomazia marocchina, malgrado la recente presa di posizione nei confronti del grande alleato (ed ex madrepatria) dimostri che l’attuale governo non ha voglia di rimanere in balia di questo punto di vulnerabilità. Ancor di più, se si va con la memoria al 20 febbraio 2014, la data ufficiale dell’inizio della crisi franco-marocchina. Quel giorno dei funzionari di polizia francesi entrarono nella residenza dell’ambasciatore di Rabat a Parigi, Chekib Benmoussa, per consegnare una convocazione giudiziaria ad Abdellatif Hammouchi, direttore della Direction générale de la surveillance du territoire (DGST, i servizi di sicurezza marocchini). Si trattava, per l’appunto, di accuse di “complicità nelle torture” deposte davanti alle autorità giudiziarie parigine da diversi sahrawi: sei giorni dopo, il regno decide di annullare la cooperazione in materia di giustizia e sospendere la cooperazione antiterroristica.

Ma questo non era che il secondo atto di una collisione prossima, preannunciato dall’inaccettabile dichiarazione dell’ambasciatore francese presso le Nazioni Unite, Gérard Araud, nel 2011. L’occasione era quella della presentazione del documentario prodotto dall’attore spagnolo Javier Bardem, “Hijos de las nubes, la ùltima colonia”, ambientato nel campo di Tindouf e incentrato sulle attività dei guerriglieri del fronte Polisario (Frente Popular de Liberaciòn de Saguìa el Hamra y Rìo de Oro, il movimento di liberazione del popolo sahrawi nel Sahara occidentale in lotta contro l’amministrazione marocchina, accusata di aver occupato abusivamente l’area). Araud commentò che «il Marocco è un’amante con la quale si dorme tutte le notti e della quale non si è per forza innamorati ma che si deve sempre difendere», suscitando immediatamente le proteste nel paese, che si raccolse in manifestazione davanti all’ambasciata francese di Rabat. L’avvenimento si dimostrò l’occasione buona per la diplomazia marocchina per distaccarsi dalle abituali posizioni attendiste nei riguardi del “dossier Sahara” e cercare di diversificare i propri accordi di partenariato. Decisione frutto, indubbiamente, anche della cattiva congiuntura economica europea (Francia, Spagna e Italia, principali partner e paesi più colpiti dalla crisi), la quale non sembrava promettere niente di buono nel futuro prossimo per le finanze del regno, il quale ha piuttosto preferito guardarsi intorno. L’avvicinamento a Mosca e Pechino, con le visite ufficiali del re durante il 2014, pare esserne la prova.

Così come l’attuale iper-attivismo del paese nel proporsi come grande hub africano, nell’ottica di una cooperazione Sud-Sud che permetta al paese di sganciarsi parzialmente dalle maglie dell’Unione Europea. La recente (20-21 gennaio) visita del Presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, in occasione del Forum economico marocco-ivoriano, è stata coronata dalla firma di ben 24 accordi di cooperazione: si va dalla cooperazione giudiziaria in merito ad arresto ed estradizione, passando per accordi pubblico-privato, giungendo infine agli accordi di natura economica, i quali vedono in prima fila i grandi gruppi immobiliari (Alliances, Addoha) seguiti dal settore bancario e delle telecomunicazioni. La contemporanea esecuzione dell’adesione del Marocco al Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG, che riunisce tutte le cosiddette petro-monarchie della Penisola araba: Kuwait, Qatar, Emirati, Oman, Bahrein e Arabia Saudita), lascia intendere implicitamente come il piano della questione sahrawi, le imposizioni post-Washington-consensus sui diritti umani e le considerazioni economiche agiscano di concerto, nell’agenda diplomatica marocchina. Il coordinamento multilaterale con i paesi del Golfo presenta dei vantaggi oggettivi per il Marocco a livello di tutela dei diritti umani, contrariamente all’UE e ai suoi membri che vincolano il loro sostegno alla realizzazione di determinate misure definite “democratiche”. Dopo il massacro di Parigi e il disgelo del 31 gennaio, la Francia, pare ora aver capito la lezione.

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