domenica, Settembre 26

Cosa succede se crolla il Venezuela? La crisi venezuelana potrebbe far cadere il sistema di alleanze costruito da Chavez

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Lo scorso 29 gennaio, il secondo summit della Comunità degli Stati latino-americani e caraibici (CELAC), che riunisce tutte le nazioni del continente americano, dal Messico all’Argentina, sembrava sancire il protagonismo regionale di Cuba e Venezuela. La location dell’incontro, L’Avana, e il linguaggio della dichiarazione finale, centrato sull’indipendenza e l’autodeterminazione, parevano confermare l’esclusione degli Stati Uniti dagli affari del loro cortile di casa in nome di una ritrovata coesione panamericana.

Il sogno del blocco socialista venecubano dell’Alleanza bolivariana dei popoli della nostra America (ALBA), l’organizzazione internazionale fortemente voluta da Hugo Chavez, aveva compiuto un passo avanti nella realizzazione del suo sogno antimperialista, a coronamento di un periodo di crescita politica ed economica che aveva visto aumentare notevolmente la sua importanza in sede internazionale.

Ma se la marginalizzazione degli USA e l’allineamento a sinistra della maggior parte degli Stati del Continente (due fenomeni streattamente legati) sono una realtà apparentemente consolidata, la tenuta del blocco bolivariano è ora messa a dura prova dalla crisi politica che sta vivendo il venezuela post-Chavez.

Le difficoltà economiche che già molti analisti prevedevano fin dalla dipartita dell’ex Presidente, unite alla scarsa capacità di leadership del suo successore Nicolás Maduro e al crescere dell’insicurezza legata alla criminalità, hanno infatti provocato le proteste che ancora oggi stanno imperversando nella Repubbblica Bolivariana.

L’esito di questo conflitto, che mostra un Paese diviso e polarizzato, e della crisi economica che lo aveva preceduto e ora lo sta accompagnando, potrebbero essere fatali per la salute del blocco dell’ALBA che, se nella Cuba rivoluzionaria riconosce la sua leadership storica e morale, ha nell’economia petrolifera venezuelana le vere fondamenta del suo successo.

Ed è proprio la tenuta economica a rappresentare uno spauracchio per Caracas. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel suo ultimo rapporto sulle prospettive dell’economia mondiale, ha previsto che ‘le prospettive di breve periodo del Venezuela sono peggiorate nuovamente’. Secondo l’istituzione, il paese è alla prese con ‘difficili condizioni di finanziamento esterno e l’impatto negativo di nuovi controlli cambiari e amministrativi’. Sempre secondo l’FMI, l’inflazione sarà del 50% quest’anno per ridursi al 38% nel 2015, e il tasso di disoccupazione crescerà dall’11.2% al 13,3% tra 2014 e 2015.

La formula che aveva consentito al Venezuela di costruire un largo consenso dentro e fuori dai confini nazionali nel decennio d’oro 1998-2008 era semplice. Una redistribuzione delle rendite petrolifere all’interno della nazione per combattere la povertà e la disuguaglianza, e un’alleanza tra Paesi ideologicamente affini (l’ALBA, inaugurata nel 2005) retta, al di là del collante ideologico socialista e antimperialista, dalla condivisione solidarista delle medesime risorse di oro nero al di fuori dei meccanismi di mercato.

In pratica, Caracas prestava petrolio a bassissimi tassi di interesse, in cambio di consenso politico e di forniture di beni materiali. Il 20% del petrolio venezuelano raggiunge i membri di Petrocaribe, soprattutto Cuba e Nicaragua, che non a caso sono i più fedeli alleati caraibici del chavismo. Ce ne eravamo già occupati, proprio qui.

Le economie dei Paesi coinvolti in questo sistema, denominato Petrocaribe (di cui fanno parte, oltre a Cuba e Nicaragua, altre 14 nazioni) hanno beneficiato del petrolio venezuelano, che ne ha aiutato lo sviluppo in concomitanza con la crisi del 2008. Ora le concessioni venezuelane vengono usate per generare una fetta importante del PIL di questi Paesi, che per Cuba rappresentano il 12%, per il Nicaragua l’8%.

 Non è difficile immaginare cosa accadrebbe se, per un collasso economico del fornitore o per l’avvento dell’opposizione al Governo, queste sovvenzioni dovessero interrompersi. Si scatenerebbe un effetto domino che colpirebbe duramente le economie coinvolte, incapaci di adattarsi ai prezzi di mercato delle importazioni petrolifere.

Maduro, conscio delle difficoltà economiche che il suo Paese stava sperimentando prima dello scoppio della crisi politica, e delle possibili ripercussioni su Petrocaribe, già a maggio aveva rassicurato i partner che le sovvenzioni petrolifere sarebbero rimaste in vigore alle medesime, favorevoli, condizioni. Una promessa che, alla luce dei fatti occorsi negli ultimi mesi, sembra sempre più difficile da mantenere.

I macroscopici squilibri a cui fa riferimento l’FMI nel suo rapporto, che costringono il paese a importare senza potersi permettere di pagare, hanno accumulato, negli ultimi mesi, un debito che ammonta a 56 miliardi di dollari. Mentre i flussi di pagamenti dai paesi coinvolti continuano ad arrivare, il Venezuela è sempre più in difficoltà nel pagamento del suo debito, che lo ha costretto, in un perverso gioco di prestiti collegati, a ricorrere alla Cina. Una strategia che potrebbe durare ancora per poco.

Il destino dell’ALBA e di Petrocaribe si gioca dunque sui prossimi sviluppi della crisi venezuelana. Gli scenari possibili sono diversi, e dipendono dall’evolversi del confronto tra Governo e opposizione. Appare chiaro che, nel caso le proteste sfociassero in una rinuncia del Presidente o in un rovesciamento del Governo, Petrocaribe si dissolverebbe e l’ALBA subirebbe un duro colpo, ridimensionandosi sotto la guida di Cuba, Bolivia ed Ecuador. Stati che non hanno le risorse per restituirle vitalità. Anche un colpo di mano di una fazione più pragmatica, forse guidata dai militari, potrebbe ritenere la soppressione degli aiuti una necessità per risollevare il Paese dal baratro economico.

In realtà, Maduro sembra intenzionato, di fronte al perdurare delle manifestazioni, ad aprire un dialogo con le ‘colombe’ del MUD (Tavola dell’unità democratica), la coalizione all’opposizione, per escludere dal gioco le frange più intolleranti che puntano a un suo rovesciamento tramite la continuazione delle proteste.

Una possibilità che potrebbe trovare l’appoggio anche dei Governi di centrosinistra che fino ad ora hanno supportato il Governo, ignorando, per motivi economici e politici, le repressioni in atto contro i manifestanti. L’ex Presidente brasiliano Luiz Inacio Lula Da Silva ha chiesto questa settimana a Maduro di lavorare per costruire un Governo di coalizione per porre fine alla crisi. Una prospettiva, quella del dialogo, che viene propiziata anche dall’UNASUR (Unione delle nazioni sudamericane) che, dopo le recenti visite nel Paese, ha in programma di conciliare una serie di incontri tra Governo e opposizione per abbassare il livello di conflittualità.

La lunga storia di radicalizzazione dello scontro politico in Venezuela, con le relative persecuzioni politiche e le violenze per le strade, nonché la stessa distribuzione di potere all’interno delle istituzioni, che vede un saldo controllo dell’esecutivo sul giudiziario, rendono complicatissima la formazione di un Governo di larghe intese.

Questo non significa che la via della distensione non sia percorribile, ma più che attraverso una condivisione del potere, si potrebbe attuare attraverso una diminuzione della stretta governativa sull’opposizione, attraverso il rilascio degli arrestati, la condanna di chi si è reso autore di violenze, qualche rimpasto istituzionale. In questo senso, un accresciuto supporto della comunità internazionale, finora troppo accomodante nei confronti di Maduro, potrebbe svolgere un ruolo fondamentale. Gli stessi governanti che fino ad ora hanno propeso per il Governo, sembrano rendersi conto dei danni che un’escalation potrebbe causare alla regione.

Ad ogni modo, la scarsa sostenibilità di Petrocaribe è ormai sotto gli occhi di tutti, compresi gli stessi Stati che vi partecipano. Il Nicaragua guarda già alla Cina e alla Russia per tutelarsi.Cuba dovrebbe accelerare le riforme in atto per non subire un contraccolpo simile a quello seguito al crollo dell’URSS. Il Governo venezuelano  -anche questo stesso Governo- pagherebbe, in questo caso, un alto prezzo a livello internazionale dal ridimensionamento delle politiche petrolifere, ma potrebbe essere l’unico modo per non colare a picco insieme ad esse.

 

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