mercoledì, dicembre 19

Cosa nascondono gli UFO americani? Fermata al Pentagono la ricerca contro l’invasione extraterrestre

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La notizia sta facendo il giro del mondo, come è comprensibile e del resto, se la fonte è affidabile come può esserlo il ‘New York Times‘, non può meravigliare che la questione sconvolga un po’ tutta l’opinione pubblica: il Pentagono ha ammesso che nelle sue attività ci sia stato un programma per cercare gli UFO e del resto gli archivi di stato traboccano delle immancabili immagini di presunti incontri tra militari americani e oggetti volanti non identificati a testimonianza di quanto affermato.

Lo studio, coperto da segreto, sarebbe stato finanziato dal 2007 al 2012, poi qualcosa non deve aver funzionato e le indagini si sono fermate. La ricerca, stando alle rivelazioni, valeva 22 milioni di dollari all’anno del budget di cui dispone il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e tra i documenti acquisiti dal quotidiano della Grande Mela, anche alcuni video registrati da piloti della marina militare statunitense mostrano proprio ovoidi pilotati da omini verdi. O almeno, di materiale la cui natura lascia perplessi gli stessi aviatori, che d’altra parte prima di divulgare quanto visto attraverso i vetri dei propri caschi, devono aver ottenuto l’autorizzazione dei propri Comandi. C’è stato poi anche il commento degli scienziati intervistati dal quotidiano newyorkese, che hanno commentato tali riprese sottolineando come non sempre ciò che non si capisce può avere una spiegazione insolita.

Il motto del New York Times è: ‘Tutte le notizie che valga la pena stampare‘ e siamo certi che il direttore Dean Baquet intende continuare a essere a capo del migliore giornale al mondo con la pretesa di «fare anche in modo di comportarci con responsabilità sui social, in linea con i valori di imparzialità e obiettività della nostra redazione». Sue testuali parole.

Quindi, smaltita la sbornia di ilarità che ha pervaso un po’ tutti, ci riproponiamo di tornare sulla notizia appena avremo migliori nozioni sugli accadimenti che avvengono nel palazzo a cinque punte nella contea di Arlington, sulla riva destra del fiume Potomac. Per adesso cerchiamo di approfondire qualche punto dell’inchiesta giornalistica che ricostruisce l’origine del progetto segreto, che fu voluto a metà degli anni 2000 dal senatore democratico Harry Reid e preso in carico da Robert Bigelow, vecchio amico di Reid e attualmente collaboratore della NASA. Ma di che cosa stiamo parlando?

UFO è l’acronimo di Unidentified Flying Object ovvero oggetto volante non identificato, con cui si indica genericamente ogni fenomeno aereo le cui cause non possano essere individuate da un osservatore e il termine dovrebbe venire dalla United States Air Force, che ne produsse la definizione nel 1952. Era il tempo in cui si muovevano i primi indiscutibili passi verso l’uscita dall’atmosfera terrestre: lo spazio era più vicino dopo che americani e russi avevano carpito i segreti militari della Germania nazista che aveva per prima completato le armi di distruzione a distanza attraverso la missilistica del barone Wernher von Braun e del generale Walter Dornberger. Per cui –al di là della trasparenza dell’informazione dell’epoca- molto si giocava sulla comparsa di oggetti strani nel cielo, quando non si sapeva o poteva spiegare la natura delle macchine che si alzavano dalle basi segrete, una tra tutte era il Nevada Test Site 51 facente parte di una zona grande come la Sicilia situata a nord-ovest di Las Vegas. L’Area 51, nota alla letteratura spionistica da almeno mezzo secolo.

Oggi con quella sigla si intende qualsiasi situazione apparente non identificabile, indipendentemente dal fatto che si sia effettivamente verificato e sono molte le segnalazioni avvenute dopo il primo avvistamento ufficiale negli Stati Uniti, il 24 giugno 1947, segnalato dal pilota Kenneth Arnold che forse incosciamente creò i dischi volanti.

Non mancano testi di autori molto seri che sostengono la reale esistenza di visitatori extraterrestri: senza alcuna ironia ci peritiamo di ricordare tra questi Roberto Pinotti, un giornalista toscano apprezzato che ha pubblicato molti volumi sulla materia e tiene frequentemente seminari e corsi di formazione al riguardo.

È fuori dubbio che se navigassero astronavi da altri sistemi solari, gli esploratori dovrebbero avere un bagaglio di conoscenze intergalattiche superiori a quelle della civiltà terrestre, visto che noi umani siamo ancora alle prime battute e siamo riusciti a esplorare solo il nostro satellite naturale e con le macchine automatiche appena un paio di pianeti a noi vicini e poi la coda di una cometa.

«Se ci sono così tante civiltà evolute, perché non ne abbiamo ancora ricevuto le prove, tipo trasmissioni radio, sonde o navi spaziali?» ha detto una volta il grande fisico italiano Enrico Fermi in una delle sue conversazioni accademiche evidenziando con l’equazione di Green Bank utilizzata per stimare il numero di civiltà extraterrestri esistenti in grado di comunicare nella nostra galassia e mostrando che l’ipotesi che non siamo soli nell’Universo è un paradosso. A dire la verità, nel 1960 l’astronomo e astrofisico statunitense Frank Drake condusse la prima ricerca di segnali radio provenienti da civiltà extraterrestri presso il National Radio Astronomy Observatory della Virginia. Quando ufficializzò i suoi studi, Drake disse: «Pianificando l’incontro, mi resi conto con qualche giorno d’anticipo che avevamo bisogno di un programma. E così mi scrissi tutte le cose che avevamo bisogno di sapere per capire quanto difficile si sarebbe rivelato entrare in contatto con delle forme di vita extraterrestri».

Molte le affermazioni e riteniamo che quando si è in buona fede, va rispettata ogni opinione. Lo scienziato Antonino Zichichi per esempio è convinto che nel cosmo non abbiamo compagnia ma pure ritiene, come in tutte le questioni di scienza, che nulla può essere scontato a priori se prima non si è cercato di capire e scoprire. Però recentemente ha dichiarato: «Io credo che il privilegio di cui godiamo sia unico nel cosmo», mentre l’astronomo gesuita padre Josè Gabriel Funes ha sostenuto che è possibile ammettere l’esistenza di altri mondi e altre vite senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell’incarnazione e nella redenzione.

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