giovedì, Ottobre 21

Cosa c’è dietro la vicenda Morisi Obiettivo ultimo: Matteo Salvini. Gli attacchi del leader della Lega all'attuale Ministro dell'Interno Luciana Lamorgese per certi ambienti erano qualcosa che andava fermato

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Si fosse preda di quel virus che infetta molti: di essere più sensibili al ‘retroscena’ che alla ‘scena’; si avesse la vocazione, sempre e comunque, alla dietrologia e al complottismo, ci si porrebbe innanzitutto la domanda: è un caso se un è quotidiano, sia pure prestigioso e con tanti bravissimi cronisti-segugi-da-trifola, comeLa Repubblicaa essere puntualmente informata degli sviluppi delcasoLuca Morisi?
La vicenda principia a metà agosto. Per giorni e giorni tutto si dipana nella massima discrezione. Non un fiato dalla procura di Verona, dai Carabinieri; e al Ministero dell’Interno, dove in molti sanno, si tace. La parola d’ordine:Gestire la pratica col massimo riserbo, evitare la fuga di notizie‘. Poi, a pochi giorni dalle elezioni, labomba‘. Coincidenze, che sono incidenze.
Si fosse affetti da dietrologia, non si escluderebbe che abbia un qualche fondamento il sospetto di qualche leghista: la vicenda esplode perché a un certo punto qualcuno, dal Viminale, ha deciso che era giunto il momento di dire basta, di mandare unsegnalepreciso, netto, inequivocabile.
Quale segnale?
Si fosse il dietrologo che non si è, ci si ricorderebbe che da sempre Matteo Salvini non perde occasione per polemizzare con rude pesantezza con il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Ovvio che il ‘va e uccidi’ non è partito dal Ministro o dal suo entourage. Ma un dietrologo professionista sicuramente non esclude, anzi, darà per certo, che qualcuno abbia deciso che era giunto il momento di dare corpo al detto: ‘A brigante, brigante e mezzo’.
Sia chiaro, nessun nome è stato fatto, ma gli attacchi del leader della Lega all’attuale Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese per certi ambienti erano qualcosa che andava fermato. A questo punto cosa di meglio che colpire uno degli stretti collaboratori di Salvini? e proprio in quei punti più sensibili, leabitudini‘, ledebolezze‘, iviziprivati che confliggono in modo clamoroso con le evocatevirtùpubbliche. Un classico, in fondo; e si potrebbero fare esempi a iosa. Semmai stupisce l’ingenuità dei protagonisti, che pur avendo frequentato il Ministero dell’Interno, avrebbero dovuto aver consapevolezza dei metodi di certi spregiudicati frequentatori di quel Palazzo. Invece no. Per arroganza, o ingenuità, o imbecillità, hanno praticamente offerto la testa alla mannaia del boia. Così, a cinque giorni dal voto, la trappola è scattata. E’ andata così? Il dietrologo professionista ne è sicuro.

Repubblica‘, e poi ‘Il Corriere della Sera‘ dispongono di notizie di prima mano: le telefonate di Morisi, agli amici rimasti al Quirinale, per sapere come procedono le cose; i particolari di quello che avviene a metà agosto, mentre gli italiani si godono il mare: Morisi in caserma, reticente, non fa il nome del pusher e non firma il verbale.
Il capo della procura di Verona esclude nel modo più tassativo che la fuga di notizie sia nata dai suoi uffici; ed è sicura che anche i carabinieri, fedeli al motto, obbediscano tacendo. Chi resta, dunque? Se Verona tace, è a Roma che qualcuno parla. E gioca porsi la domanda: a chi giova? Il dietrologo conosce la risposta: nel mirino c’è la Lega, e soprattutto Salvini è il pesce grosso da arpionare. Avversari dentro e fuori il Carroccio non attendono altro. Forse Salvini ha fiutato il trappolone, ma troppo tardi. Il resto è cronaca di queste ore.

Ora sulla vicenda si ricama con particolari da guardoni, un dejà vu tutto sommato ininfluente, irrilevante: cosa può interessare con chi va a letto Morisi, e se sia un piccolo spacciatore-consumatore di qualche droga? Sia quello che sia, non è lui che interessa. E’ Salvini che si voleva colpire, e che si è colpito. Da tempo in ribasso, è l’ombra di quel capitanoche dopo le elezioni per il Parlamento Europeo, sembrava a capo di un’invincibile armata, con il suo 34 e passa per cento di voti. Poi è venuto il Papeete; poi gaffe a ripetizione; poi la sconfitta secca alle elezioni in Emilia-Romagna e in Toscana… E sempre più si ringalluzziscono gli avversari interni: dai Giancarlo Giorgetti ai Luca Zaia. Non ha saputo neppure ben sfruttare l’occasione che gli hanno offerto Maurizio Turco e il Partito Radicale dei sei referendum per una giustizia più giusta: partita facile, dal momento che ogni giorno la magistratura fa di tutto e di più. Eppure…

Fantasie da dietrologo? Chissà. La politica italiana è ricca di vicende fantastiche. Non è invece fantasia che ci sia un centro-destra, sulla carta (e nei sondaggi) ancora largamente maggioritario; e tuttavia privo di una classe politica affidabile, prova ne sia che in occasione di queste elezioni amministrative non ha saputo produrre un candidato che sia uno di qualche credibile affidabilità: una sconcertante immaturità politica, nessuna ‘visione’ o politica di medio-lungo raggio; slogan a iosa buoni per risse televisive, ma senza costrutto.
Poco male, si potrebbe dire, ci fosse un’alternativa credibile. Non c’è. Il centro-sinistra è anch’esso prigioniero di antichi vizi politici, una classe politica altamente inadeguata, un’incapacità non di ora di non saper più parlare al suo tradizionale elettorato, e incapace di leggere i fermenti che percorrono e agitano la società. Quanto al Movimento 5 Stelle, il declino appare ineluttabile, e Giuseppe Conte potrà solo prolungarne l’agonia. L’Italia è un Paese in apnea.
Mario Draghi è l’ultima spiaggia. Ma per quanto gigante anche lui deve fare i conti con i lillipuziani e i tanti, infiniti, quotidiani legacci che lo imbrigliano. Finora oltre che per personale autorevolezza, è forte dell’impotenza altrui; ma non andrà così in eterno, e allora saranno dolori.

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