mercoledì, Aprile 14

Cosa c'è dietro i buoni rapporti tra India e Cina Il legame tra i due Paesi dopo la visita di Xi Jinping

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Xi Jinping via della seta

Come valutare la recente visita di tre giorni in India del presidente cinese Xi Jinping? Se ci si basa sul linguaggio corporale del presidente cinese e del primo ministro indiano, Narendra Modi, così come si è visto sui canali televisivi, la visita sarebbe stata segnata dal desiderio sincero di crescere insieme. In realtà, prima che la visita cominciasse, il presidente Xi aveva scritto per un giornale induista un articolo in cui affermava: «In quanto motori dell’economia asiatica, dobbiamo collaborare per trainare la crescita. Credo che l’unione dell’energia cinese con la saggezza indiana possano rilasciare un potenziale notevole».

Durante la permanenza a Delhi, il presidente cinese si è anche rivolto a una gruppo di analisti strategici. Dopo aver assistito al suo discorso, posso dire che Xi sembra essere uno dei pochi alti dirigenti cinesi a seguire l’India da vicino, e sembrava sincero quando ha detto: «La Cina e l’India hanno in totale una popolazione di due miliardi e mezzo di abitanti: se parlano all’unisono, tutto il mondo ascolterà; se si stringono le mani, tutto il mondo guarderà; i due Paesi devono rafforzare la collaborazione strategica per affrontare i temi globali. Dovremmo far nostri e portare avanti i Cinque Principi della Coesistenza Pacifica. Dovremmo basarci sui principi di eguaglianza sovrana, equità e giustizia, sicurezza comune, crescita comune, benefici mutui e inclusione, in modo da sostenere non solo gli interessi comuni di due nazioni, ma quelli dell’ampia maggioranza di Paesi in via di sviluppo».

Allo stesso modo, la dichiarazione congiunta in venti punti pubblicata il 19 settembre per concludere la visita è stata più completa e positiva rispetto a quella in undici punti del 23 ottobre 2013 seguita al viaggio in India del primo ministro Li Keqiang. Di fatto, il secondo punto dell’ultima dichiarazione congiunta esprime tutto quando dice che «i leader hanno valutato positivamente il progresso delle relazioni tra India e Cina negli ultimi anni, e hanno messo in risalto il fatto che entrambe le parti considerino i propri rapporti da un punto di vista strategico e complessivo.  I due Paesi hanno riaffermato il proprio impegno a rispettare i principi e i consensi accordati, e a consolidare ulteriormente l’Associazione Strategica e di Cooperazione per la Pace e la Prosperità sulla base dei Cinque Principi della Coesistenza Pacifica e del rispetto e la sensibilità reciproci per le preoccupazioni e le aspirazioni di entrambi. Hanno affermato di comune accordo che, in qualità di grandi Paesi emergenti in via di sviluppo, i loro obiettivi di progresso sono legati, e dovrebbero essere perseguiti tramite un appoggio mutuo. Riconoscendo che i rispettivi processi di crescita si rafforzano mutuamente, hanno concordato di far leva sulle caratteristiche complementari e di creare una collaborazione per lo sviluppo più ravvicinata. I leader sono d’accordo nella volontà di fare di questa cooperazione per lo sviluppo uno dei fattori centrali dell’Associazione Strategica e di Cooperazione per la Pace e la Prosperità. Questo accordo di sviluppo non solo promuove gli interessi comuni delle due parti, ma anche la stabilità e la prosperità della regione e del mondo».

In ogni caso, la storia parlerà della visita inaugurale di Xi in India come di un evento ordinario, segnato dalla quiete dopo la tempesta che ha circondato gli eserciti dei due Paesi sulla contesa Linea di Controllo Effettivo (LAC nella sigla inglese) nella regione di Ladakh. Ovviamente, “l’intrusione” delle truppe cinesi nell’area sotto il controllo indiano è diventata un fenomeno più o meno rutinario alla vigilia di ogni visita politica reciproca. Stavolta, però, è avvenuta quando il presidente cinese, capo militare supremo del Paese, si trovava già in terra indiana. Inoltre, ha interessato un’area chiamata Chumar, mai reclamata dalla Cina fino ad allora. Il fatto è stato così inusuale da portare il primo ministro Modi a sollevare la questione durante la visita; in realtà, è stata la prima volta che un primo ministro indiano ha parlato del tema in una riunione congiunta davanti alla stampa, fatto a cui i politici cinesi sono poco abituati. Non solo Modi ha infranto il protocollo, ma si è anche allontanato dalla tradizione diplomatica sino-indiana di non permettere alle dispute sulle frontiere di mettere in fase di stallo i progressi su altri fronti bilaterali. Modi ha fatto capire chiaramente che ulteriori ritardi nella risoluzione dei problemi di confine avrebbero avuto ripercussioni sulle relazioni nella loro totalità.

Varie teorie circolano nella capitale indiana sul perché dell’attuale situazione di stallo tra le truppe indiane e cinesi proprio in questo momento. Una accusa un pattugliamento più aggressivo da parte delle truppe indiane per ordine del “nazionalista” Modi. Questa speculazione fa pensare che l’incidente sia stato creato proprio per i mezzi di comunicazione indiani creduloni e sia stato sponsorizzato dai mercanti di armi filostatunitensi alla vigilia dell’imminente visita di Modi negli Stati Uniti, dove gli acquisti di armi americane da parte dell’India saranno un tema importante. Non voglio commentare questa teoria, ma viene spontaneo chiedersi perché negli ultimi anni si sia sentito spesso di casi di intrusione dei cinesi nei territori indiani, secondo la logica faziosa per cui i LAC non siano stati chiaramente identificati o marcati. O ancora, viene da chiedersi perché non si senta mai, da parte cinese, che le truppe indiane abbiano scavalcato i confini citando la stessa logica di non demarcazione.

La seconda teoria dice che Xi avrebbe permesso alle truppe cinesi di entrare nel territorio indiano durante la visita per ripagare Modi delle dichiarazioni fatte durante il recente viaggio in Giappone, quando aveva indicato che la politica cinese di espansione territoriale non sarebbe stata tollerata. Ma questa teoria non sembra quella giusta: infatti Modi aveva parlato di espansione territoriale solo per riferirsi al Giappone. Il primo ministro stava infatti cercando di spiegare come la politica nipponica di sviluppo economico fin dalla seconda guerra mondiale sia stata un grande successo, mentre i progetti della “Sfera di Prosperità Comune” del Giappone, portati avanti dal paese tramite guerre territoriali precedenti e contemporanee alla Seconda Guerra Mondiale, si erano rivelati un disastro. C’è da chiedersi perché i diplomatici indiani non siano stati capaci di spiegare il discorso di Modi in questi termini durante e dopo la sua visita in Giappone.

C’è anche una terza teoria che afferma che Xi realmente non sapesse dell’incursione durante la propria visita e che alcuni elementi sovversivi dell’Esercito di liberazione popolare (PLA nella sigla inglese) abbiano così voluto metterlo in imbarazzo. È risaputo che, nell’instancabile crociata contro la corruzione all’interno del PLA, Xi abbia fatto dei passi avanti notevoli, facendo cadere migliaia di teste a livello dirigenziale e dozzine a livello ministeriale. È stato detto che Xi, in qualità di presidente della Commissione Militare Centrale (CMC), vuole promuovere due dei più fedeli generali, Liu Yuan e Zhang Youxia, destinati a diventare rispettivamente vicepresidente della CMC e capo della commissione disciplinare militare. Ovviamente, tutto ciò ha disturbato elementi a lui opposti. Questo spiegherebbe perché, al suo ritorno a Pechino, Xi abbia indetto per il 21 settembre una riunione degli alti comandanti militari e abbia parlato di “inefficienze” nella catena di comando militare, chiedendo di “assicurarsi che” tutte le forze del PLA seguissero le istruzioni del presidente Xi.

In ogni caso, le relazioni complessive tra India e Cina possono essere viste da tre punti di vista: dispute di frontiera, legami economici e obiettivi geopolitici, e qui è dove le cose si fanno meno promettenti. Nonostante le varie fasi di negoziato tra le due parti negli ultimi quindici anni, non esiste un vero e proprio progresso dal punto di vista delle frontiere, se non perché i soldati di entrambe le parti hanno evitato veri scontri armati. Dal punto di vista economico, la relazione è unilaterale e fortemente in favore della Cina. Attualmente, con quasi 70 miliardi di dollari all’anno, la Cina si presenta come il maggiore socio commerciale dell’India dopo aver sostituito gli Stati Uniti nel marzo del 2008. Secondo uno studio della banca centrale indiana, il disavanzo commerciale bilaterale dell’India con la Cina avrebbe raggiunto l’insostenibile livello di 39,1 miliardi di dollari nel 2012, e le cose non sono migliorate da allora. Si può invertire la tendenza solo se la Cina permetterà alle industrie farmaceutiche e tecnologiche dell’India un maggiore accesso ai propri mercati. Ovviamente, la Cina può investire liberamente in India. Durante la visita di Xi, però, la Cina ha offerto 20 miliardi di dollari, molto meno dell’esorbitante cifra di 100 miliardi annunciata in precedenza. In contrapposizione, Modi ha recentemente stretto accordi con il Giappone per 35 miliardi di dollari.

In termini geopolitici, le aree di scontro tra i due Paesi sono state più di quelle che li vedevano d’accordo, dal Pakistan al Kashmir, allo sfruttamento petrolifero in Vietnam, ai temi sul nucleare e alle riforme delle Nazioni Unite. C’è del vero nella teoria secondo cui, in nome di un mondo multipolare, la China stia lottando per un’Asia unipolare in cui, difendendo la propria teoria di un “Regno di Mezzo”, non permetterebbe a un altro polo, che sia India o Giappone, di rendere l’Asia realmente multipolare. Storicamente parlando, questa è sempre stata la tradizione cinese. La Cina, durante i secoli, ha fatto tutto il possibile per bloccare l’aumento dell’influenza indiana e per intaccare l’importanza di questo paese.

La regione del sudest asiatico è sempre stata terreno di scontro tra India e Cina per ottenerne l’influenza. Molti studiosi francesi e indiani prima la chiamavano “Estrema India” o “Grande India”, l’India estera e gli Induizzati o “Stati indianizzati”. Vari testi cinesi, invece, chiamavano la regione di Kun Lun, Nanyang o “Piccola Cina”, e per questo motivo molti parlano del territorio compreso tra India e Cina come dell’Indocina, che ora include Laos, Cambogia e Vietnam. In realtà, in base a una mappa inclusa nei testi scolastici cinesi del 1954, la tradizionale sfera d’influenza cinese andava oltre l’Asia sudorientale fino ad includere la Mongolia, parte dell’Asia centrale e l’intera regione himalaiana, compresi il Kashmir, il Nepal, il Bhutan e il Sikkim. Tramite una descrizione del passato “sistema tributario” del Paese, vale a dire la terraferma cinese come centro imperiale e altri paesi suoi subordinati, questa mappa voleva creare un appoggio popolare allo sforzo di Pechino di cancellare “l’umiliazione” per i “territori perduti” nel passato a opera degli “imperialisti” occidentali e giapponesi.

Ciò non significa che l’India e la Cina siano destinate a continuare a essere avversarie; come il precedente primo ministro Manmohan Singh amava dire, il mondo ha spazio sufficiente perché India e Cina crescano insieme, ma perché questo accada, sia Xi sia Modi dovranno trasformare in opportunità le innumerevoli sfide spesso opposte che si presentano tra loro.  

 

Traduzione di Emma Becciu

 

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