martedì, Aprile 13

Cosa cambia in casa Rai

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Indiscutibili professionisti, questo è certo. Non sgraditi a Matteo Renzi, questo è altrettanto certo. La nomina dei direttori di Rete presentati dal Direttore Campo Dall’Orto, ‘leopoldiano’ della prima ora, cominciano a delineare il futuro prossimo venturo dell’azienda televisiva di Stato. Un gigante dai piedi d’argilla, ipertrofico, che deve vedersela con l’avanzata tecnologica delle tv satellitari e via cavo, con la cara vecchia amica-nemica Mediaset, con l’avanzata dei social network e delle Tv in streaming. Ma anche capace di sfoderare a sopresa straordinari talenti e programmi geniali.

Certo sono finiti i tempi a viale Mazzini quando veniva lottizzato anche l’ultimo programmista, ma resta pur sempre la vecchia tripartizione nata con la riforma del 1975 che assegnò una rete alla Dc (Democrazia Cristiana), una al Psi (Partito Socialista Italiano) e un’altra al Pci (Partito Comunisti Italiani) che premeva da tempo alle porte dell’azienda. La legge Mammì del 1991 e le successive riforme non fecero che confermare questo assetto, che dura ancora oggi dal punto di vista politico, creativo e soprattutto identitario. Certo con il maggioritario, chi va al potere prende tutto (Silvio Berlusconi docet), o quasi, ma restano le grandi aree di riferimento, ‘mutatis mutandis’.

Ma i tempi cambiano ed ecco dunque spiegato il bouquet di nuove nomine sotto la luce renziana. Lo spin doctor del Premier fiorentino in questo campo, come è noto, è quel Filippo Sensi, Portavoce inseparabile e divoratore di talk show, social networks, Tg e programmi televisivi, che monitora l’informazione e rende informato l’inquilino di Palazzo Chigi con report periodici. A Sensi, gran professionista, uno degli uomini di punta dello staff, non sfugge nulla (ne sa qualcosa pure il sottoscritto, oggetto di qualche rimbrotto via sms al termine di qualche ospitata televisiva a ‘Omnibus’ quando capita di criticare il ‘capo’). Probabilmente Sensi ha avuto qualche voce in capitolo sulle scelte, tutte peraltro, come detto, con curricula ineccepibili.

Ed ecco dunque apparire sulla scena di ‘RaiUno‘ Andrea Fabiano, il più giovane direttore di Rete con i suoi 40 anni, con il suo master ad Harvard, in un’azienda di origini cardinalizie in cui l’età dei vertici è simile alle nomine della Curia vaticana, dai 50 anni in su. Fabiano è il vice del direttore uscente Giancarlo Leone, il più bravo di tutti (Sanremo docet) che ha dovuto farsi da parte in nome del rinnovamento, ma ha potuto indicare un suo collaboratore fidato. Paradossalmente il delfino è chiamato a guidare una rete di over 60. Ma ‘Raiuno’ è la rete istituzionale per eccellenza, ha conservato l’impronta di Ettore Bernabei ed è quella che dà meno preoccupazioni al Premier, ospite consueto di ‘Porta a Porta’ e di altri programmi ‘popolari’, quelli che celebrano la famosa ‘nonna di Renzi’.

A ‘RaiDue‘, l’antico pascolo dei socialisti che fu di Giovanni Minoli, arriva Ilaria Dallatana, fondatrice di Magnolia e vicina per trascorsi professionali a Giorgio Gori, anch’egli renziano della prima ora, poi eletto sindaco di Bergamo. La sua carriera nasce a Mediaset, il suo curriculum vanta programmi come ‘L’isola dei famosi’, ‘L’eredità’ e ‘Masterchef Italia’. Insomma: il massimo dei programmi di ultima generazione, anche quelli che cercano di intercettare gli under 35, il vero buco nero del pachiderma di Viale Mazzini, che per ordine del ‘capo’ si avvia a divenire una immensa Leopolda mediatica. Anche Gabriele Romagnoli, scrittore e giornalista indicato dal responsabile dell’informazione del Cda Rai, Carlo Verdelli, darà quel tocco di creatività radical chic a una struttura un po’ troppo vecchio stampo, ancora ferma i formalismi anni sessanta della ‘Domenica Sportiva’.

Infine, dulcis in fundo, ecco avanzare sul proscenio di ‘Raitre Daria Bignardi, la più conosciuta del quartetto, ferrarese con studi al Dams, ultimamente conduttrice di discreto insuccesso (‘Le invasioni barbariche’ su ‘La 7‘ non hanno certo brillato e hanno chiuso per crisi di ascolti) ma gran professionista e con un curriculum da par suo. E’ stata l’ineccepibile conduttrice della prima edizione del ‘Grande Fratello’. Sotto un aspetto di ragazzina si nasconde una formidabile e tenace professionista. Tutti ricordano la sua intervista a Matteo Renzi e la famosa ‘proskinesys’ del marito Luca Sofri, altro lesto ‘leopoldiano’, che accogliendo il futuro Premier dietro le quinte lo conforta dicendogli “è andata bene, capo”. Ma la critica è un po’ ingenerosa, poiché la battuta non è stata contestualizzata.

Daria, che ha battuto il favorito Andrea Salerno, brilla di luce propria e soprattutto avrà compito non facile: domare la rete più problematica per Renzi, che è anche Segretario del Pd, il quartier generale della sinistra che non gli piace e che in Segreteria nazionale gli fa la fronda, insomma la vecchia ‘ditta’ a lui ostile.
Ora verranno le nomine dei Tg. E’ probabile che sia al tramonto l’epoca del ‘Partito-Repubblica’ che negli anni scorsi ha vendemmiato non poco e che ci si affidi a delle scelte interne, anche per placare i sindacati che hanno duramente criticato le nomine ‘esogene’ a dispetto degli undicimila professionisti assunti in viale Mazzini. Scegliere dei renziani non sarà difficile poiché come è noto la consuetudine di correre in soccorso del vincitore, come direbbe Ennio Flaiano, è ormai consolidata in Rai e rappresenta uno dei grandi elementi di continuità dell’azienda televisiva di Stato.

 

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