sabato, Ottobre 23

Cosa accadrà ai disabili 'Dopo di Noi'?

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Nel 2008 uno studio realizzato dalla Commissione Europea dimostrava che il livello di cura delle persone disabili negli istituti era al di sotto degli standard internazionali sui diritti umani. Di qui si è resa necessaria una trasformazione dell’assistenza in istituti in assistenza familiare. Ma qual è attualmente la situazione in Italia? Questo studio rispecchia un quadro veritiero della situazione?

Ne discutiamo con Vincenzo Falabella, attuale Presidente e legale rappresentante della ‘Fish‘ (Federazione Italiana per il Superamento dell’handicap).

È una lettura piuttosto forzata di quello studio del 2008. Da decenni alle persone con disabilità si danno prevalentemente due risposte: l’abbandono alla famiglia, delegando forzatamente ad essa il carico assistenziale oppure l’istituzionalizzazione, cioè segregando le persone in strutture nate con intenti di tipo sanitario. La Commissione allora ci diceva che, in aggiunta, l’assistenza in queste strutture era pure di bassa qualità. Attualmente la realtà complessiva non si è poi scostata di molto da quella del 2008“.

La sua posizione rispetto alla internalizzazione è molto chiara e si discosta da quella di Vecchiatto.

Il ricovero in ‘istituto’ è ancora molto elevato. Vi sono, e va detto, soprattutto per merito di associazioni o organizzazioni di familiari e persone con disabilità, anche risposte organizzative più umane, non sempre e non adeguatamente sostenute dallo Stato. Ma l’umanità non basta. Cerchiamo e chiediamo inclusione, garantire alle persone di scegliere dove e come vivere. Brutalmente: la tendenza politica e amministrativa oggi è quella di contenere o ridurre i singoli costi. Non a caso in alcune regioni si è assistito ad una controtendenza: accorpare piccole strutture per spendere di meno” conclude il Presidente della Fondazione ‘Zancan’.

Sull’attuale proposta legislativa e sulle modalità di sostegno all’assistenza, secondo Falabella, tutto dipenderà da come la legge sarà applicata in relazione alle politiche regionali e locali. “Passata la norma sarà necessario che venga assorbita una nuova cultura che privilegi da un lato la realizzazione di soluzioni per l’abitare che garantiscano l’inclusione e dall’altra eviti il perpetuarsi di istituzioni segreganti. Bisogna fare l’impossibile perché le persone rimangano, con gli opportuni sostegni, presso il proprio domicilio, nel tessuto sociale di riferimento. Non sarà questa norma a consentire alle persone con disabilità di uscire dall’isolamento o, peggio, dalla segregazione. Come detto si tratta di far maturare una cultura diversa. Le risposte non vanno pensate solo nel momento dell’emergenza, ma ben prima che manchi il sostegno familiare, costruendo occasioni e soluzioni per l’autonomia personale, per la capacitazione, per la realizzazione di un proprio progetto di vita. Sono misure che devono essere complessive e trasversali. Una norma che – come questa – affronti l’emergenza – ché di emergenza i tratta – non è sufficiente. È proprio sull’obbligo alla deistituzionalizzazione che la norma è lacunosa, sul divieto futuro ad accreditare, convenzionare, finanziare strutture segreganti. In questa direzione si poteva fare di più e ci auguriamo che nella lettura al Senato tale indicazione sia assai più perentoria” argomenta in modo critico il Presidente di Fish.

Sulla istituzione di interventi per la permanenza temporanea in un’abitazione extra-familiare per far fronte ad eventuali situazione di emergenza, Falabella aggiunge che “interpretando il pensiero del Legislatore le situazioni di emergenza sono proprio quelle che si verifichino nel momento in cui manca il familiare che assista una persona con grave disabilità. Purtroppo in quei casi la situazione personale diviene drammatica. Nell’ottica del Legislatore bisogna attivare risposte di pronta accoglienza. Condivisibile che ci siano risposte in quei casi, ma – e lo ripetiamo – forse è opportuno intervenire anche sulle cause, non solo sugli effetti ultimi in ordine di tempo, quindi intervenire molto prima – in una logica programmatoria – per evitare che ciò accada“.

C’è molta strada da compiere ancora per abbattere le barriere, non solo quelle architettoniche, ma anche quelle culturali, sociali e politiche.

 

 

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