sabato, Maggio 8

Corsi di arabo per migranti arabofoni Salvaguardia e promozione della lingua materna, l'intento principale

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arabo

Negli ultimi anni in Italia sono sempre più le associazioni di migranti che, tra le altre attività, propongono corsi di arabo per i figli di migranti arabofoni. Del fenomeno ci parla Paola Gandolfi,  docente di Politiche educative dei paesi arabo- islamici del Mediterraneo e  di  dinamiche migratorie transnazionali all’università di Bergamo ed autrice, tra gli altri, del libro “L’arabo a scuola?Progetti di insegnamento per figli di migranti nelle scuole” (Editrice Il Ponte, 2006).

 

Quali sono le principali questioni poste all’educazione della lingua materna ai figli degli immigrati arabofoni?

L’insegnamento dell’arabo come lingua di origine ai figli di migranti arabofoni pone  diverse questioni. La prima è la salvaguardia della lingua materna, diritto di ognuno e base fondamentale per lo sviluppo della persona e della sua autostima,   elemento  essenziale per il suo sviluppo psicologico e cognitivo. Il diritto alla propria lingua materna è un diritto fondamentale dell’uomo, sancito a livello internazionale. Una seconda questione è la tutela e promozione della lingua materna come facilitazione per l’ apprendimento della lingua seconda; in questo caso la lingua seconda sarebbe la lingua del Paese in cui si vive, quindi  l’italiano. Molti studi hanno confermato i vantaggi non solo del bilinguismo, ma anche di come l’apprendimento di una qualsiasi lingua seconda sia avvantaggiato e facilitato dalle competenze linguistiche che un individuo ha innanzitutto nella propria lingua materna. Altra questione è la complessità della specificità linguistica e culturale araba per cui il mondo arabo è caratterizzato  da una diglossia, o  meglio ancora da una “pluriglossia” . Per diglossia si intende  la condizione sociolinguistica dove in un medesimo contesto  sussistono  due lingue diverse, ognuna utilizzata per un ambito specifico diverso. In sintesi, e semplificando molto, questo significa che nelle società arabe esiste una lingua araba standard che è la lingua con cui si legge e si scrive, ovvero la lingua della cultura, dei mass  media, di tutto ciò che è scritto. Questa lingua è la stessa in tutti i paesi  arabi. Poi esiste una seconda lingua: il dialetto, il vernacolo, la lingua parlata a livello nazionale, che cambia di Paese in Paese. Quando si pensa all’insegnamento della lingua araba ai figli di migranti bisogna considerare cosa si intende per lingua materna, lingua di origine, lingua standard e capire le profonde interconnessioni tra di esse. Se si insegna per esempio la lingua standard, la lingua di qualsiasi arabofono alfabetizzato e scolarizzato nel proprio paese di origine, bisogna essere coscienti che si sta insegnando una  lingua importante per poter leggere e scrivere, ma che non è la lingua materna del figlio di migranti arabofoni. La lingua araba standard, evoluzione moderna dell’arabo classico, è un lingua letteraria, ricca, complessa, con casi e desinenze, è la lingua di tutta la produzione letteraria e culturale ed è la lingua con cui è stato rivelato  il Corano. Per tutto ciò ha un valore identitario e  culturale importantissimo, ma non è la lingua materna di nessuno. Se si insegna l’arabo standard si insegna la lingua con cui leggere e scrivere, con cui si recita il Corano, ma non si deve pensare di star insegnando la lingua materna. Se si volesse insegnare la lingua materna si dovrebbe insegnare la lingua vernacolare. La complessità sociolinguistica del mondo arabo fa sì che già nelle società di origine dei migranti si parli di uno specifico multilinguismo che è importante conoscere e riconoscere. Ad esso nei contesti migratori si aggiunge la lingua seconda, ovvero la lingua del Paese in cui i migranti vivono, ma anche le cosiddette lingue e culture “di contatto”. A tutto questo, si aggiunge il caso  di minoranze provenienti da paesi arabi quale è il caso delle persone  di lingua e cultura amazighe (berbera, ndr), per le quali la lingua materna è un’ulteriore lingua, diversa dai dialetti arabi. È il caso per esempio di marocchini di lingua amazighe e che quindi come lingua materna hanno un vernacolo amazighe e non il dialetto marocchino, per quanto poi spesso conoscano anche il parlato arabo marocchino per poter interagire con gli altri marocchini arabofoni. La situazione linguistica e culturale nel mondo arabo è dunque molto complessa e nei contesti migratori andrebbe considerata in tutta la sua particolarità, sapendo che ad essa si va ad aggiungere la specificità del vissuto migratorio e quindi spesso di una lingua seconda, che però si inserisce su una situazione che spesso è già di per sè multilinguistica”. 

 

L’Italia come si pone rispetto all’insegnamento della lingua araba ai figli di immigrati arabofoni? 

In Italia abbiamo degli accordi bilaterali  con alcuni Paesi arabi del Mediterraneo che prevedono l’invio di docenti arabofoni. Per esempio esiste un accordo tra il Ministero dell’educazione italiano e quello marocchino che prevede l’invio di docenti   marocchini per insegnare l’arabo in alcune scuole primarie e secondarie di prima fascia con alta concentrazione di figli di marocchini. Abbiamo avuto alcuni progetti pilota in tal senso in particolare in Lombardia. Esistono poi alcune sperimentazioni; corsi di arabo per figli di migranti e casi di insegnamento dell’arabo come percorso didattico interculturale per tutti.

 

Il suo studio risale al 2006: cosa è cambiato in questi anni?

Gli accordi  tra Italia e Marocco e in alcuni casi tra Italia e altri Paesi arabi partivano proprio in quegli anni. Oggi siamo in una situazione per cui alcuni corsi di arabo nelle scuole si svolgono da diversi anni e in alcuni casi si sono anche conclusi. Altra questione è l’insegnamento dell’arabo promosso dal tessuto associativo legato ai migranti e ai centri islamici. In questi anni il tessuto associativo migratorio è diventato sempre più attivo e in alcuni contesti ora su uno stesso territorio provinciale  possiamo trovare più scuole d’arabo. Anche questo è un dato importante ed è molto specifico dell’Italia, dove non avendo una legislazione tale per cui sia garantito l’insegnamento della lingua di origine dalle scuole, sono molto spesso i centri islamici o le reti di associazioni locali di migranti che si auto organizzano per supplire a questo bisogno delle famiglie e promuovono le cosiddette ” scuole di arabo del sabato pomeriggio o della domenica mattina”. Purtroppo il volontariato che gestisce tali scuole non riesce sempre a tenere in considerazione la complessità delle questioni di cui parlavamo prima. Talora le associazioni più sensibili promuovono allora dei corsi di formazione per i docenti con alcuni esperti nel settore, altre  volte cercano di creare delle reti di solidarietà e collaborazione tra associazioni”.

 

 

Perché è così importante per i figli di immigrati arabofoni studiare l’arabo, considerando che spesso nei loro paesi d’origine la lingua veicolare piu utilizzata per capirsi nella quotidianità è il dialetto? “

La lingua araba è la lingua con cui Dio ha rivelato il Corano, il testo sacro dell’Islam,  al profeta Mohammed, dunque è per i musulmani la lingua sacra, la lingua della rivelazione. Dio ha scelto di esprimersi in “lingua araba chiara”, come sta scritto nel Corano. Per gli arabi dal punto di vista letterario il Corano è una sorta di miracolo linguistico. L’arabo ha dunque una valenza importantissima per qualsiasi musulmano. Inoltre l’arabo è la lingua  della letteratura, della produzione culturale, di qualsiasi forma scritta, dei mass media. Chiunque  in un Paese arabo voglia  scrivere o leggere, da un cartello stradale, a un giornale, a una poesia, deve essere alfabetizzato  in arabo. Tanto più avrà un buon livello di scolarizzazione e tanto più potrà leggere e scrivere, utilizzando la lingua araba facilmente”.

 

Lei ha seguito personalmente diverse associazioni di migranti che hanno operato in questo campo. Ci potrebbe parlare di queste realtà?

La prima realtà ad aver organizzato una scuola di arabo sul territorio bergamasco, vent’anni fa, è stato il centro islamico di Bergamo che proponeva una scuola di arabo nei locali della scuola elementare De Amicis al quartiere della Celadina.  Negli anni alcune scuole di arabo promosse da associazioni di migranti sono state organizzate a Grumello del Monte e in altre località della provincia.  Vi è poi l’associazione Toubkal, che organizza ormai da alcuni anni una scuola di arabo e di educazione alla cittadinanza a Bergamo.  Recentemente inoltre alcune associazioni di migranti della bergamasca  hanno cercato di unirsi creando una sorta di rete: questo tentativo è da rilevare con attenzione. L’importanza di creare reti a livello locale, nazionale e anche internazionale, in particolare europeo, è un punto su cui insisto sempre: faciliterebbe una effettiva messa in circolo delle competenze, delle risorse, e così via. Personalmente ho anche tenuto dei corsi di formazione per docenti della scuola di arabo dell’associazione Amal di Treviglio. Questa associazione ha tentato di lavorare sui materiali didattici e sulle metodologie e si è interrogata su molte delle questioni che insegnare la lingua araba ai figli di migranti pone in un contesto come quello attuale italiano. Talora alcune di queste associazioni hanno collaborato attivamente con i comuni e le istituzioni locali, talvolta invece la collaborazione è risultata più difficoltosa. Ho avuto modo di conoscere e collaborare con le associazioni di migranti arabofoni anche di altre province e regioni. Ricordo con molto piacere come un’associazione di donne maghrebine a  Ferrara mi avesse chiamata per un corso di formazione quasi una decina di anni fa. Queste donne organizzavano una scuola di arabo, anche con l’aiuto delle istituzioni locali, ed erano pronte ad interrogarsi sulle scelte educative e linguistiche da mettere in atto, mettendosi  in discussione e dialogando  in modo molto originale, propositivo e creativo. E’ stata un’esperienza particolarmente felice e positiva che poneva sul tavolo di discussione tutta una serie di questioni legate anche al genere in relazione all’insegnamento dell’arabo in ambito associativo, che solitamente non vengono poste. Un’ ultima esperienza, anche se solo indirettamente legata ad associazioni di migranti, ma in gran parte legata ad un contesto scolastico e ad una rete di associazioni, di ricercatori  e di enti locali,  prevedeva  un piccolo percorso di insegnamento del dialetto marocchino, ovvero della lingua materna di cinque bambini di una classe quinta di una scuola primaria in un quartiere ad alta immigrazione nella città di Padova.  L’insegnamento è stato proposto all’intero gruppo classe, in  una prospettiva interculturale molto innovativa. Si è trattato di una di quelle esperienze pilota o sperimentali a cui accennavo in precedenza, per cui si può capire che le scelte che si possono fare, in relazione alla valorizzazione e all’insegnamento dell’arabo, sono molteplici, a seconda delle risorse e delle condizioni, ma anche a seconda degli obiettivi e delle priorità educative, linguistiche e culturali che si prediligono.  Si può optare per la tutela della lingua materna di una minoranza in un contesto scolastico, si può proporre l’insegnamento dell’arabo al di fuori dell’orario scolastico  attraverso una realtà associativa, sino ad arrivare all’insegnamento della lingua materna di una minoranza per tutti all’interno  di un gruppo classe di una scuola pubblica. 

 

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