giovedì, Agosto 5

Corruzione, mon amour Partendo dalla vicenda del Nuovo Stadio della Roma

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La corruzione abita a Roma dall’epoca della tarda Repubblica, diciamo dal Primo secolo avanti Cristo. Basta leggere la requisitoria di Marco Tullio Cicerone contro Verre per vedere come i Governatori delle provincie spremessero i loro soggetti fino all’inverosimile. Non che questo significhi che ci si deve abituare ad una patologia endemica, ma certo la cura è lunga, soprattutto se i pazienti recalcitrano. Si fa un gran discorrere sui media del Nuovo Stadio della A.S. Roma. Senza nulla togliere allo squadrone della Capitale che tanti sogni regala ai suoi tifosi, bisogna porsi alcune domande di fondo, tutto quello che solo ci è concesso nel rispetto della magistratura inquirente. Cedano arma togae. Davanti alla giustizia che si spera faccia il suo corso, le polemiche sulle responsabilità di questo o di quella sono fuori luogo. Ma questo Stadio, direbbe il Manzoni «non s’ha da fare».

Primo perché non ce n’è bisogno. E anche se ce ne fosse, l’esperienza più recente indica che farlo per cinquantacinquemila posti è una autentica follia. Gli Stadi moderni in tutto il mondo hanno una capacità sempre minore visto che la televisione, con i suoi mastodontici diritti ed interessi economici, la fa ormai da padrona e si assottiglia inesorabilmente il numero di quanti ancora vogliono assaporare una partita dal vivo, senza moviole o primi piani o peggio ancora commenti spesso deliranti (omettiamo quanti vogliono andare allo Stadio solo per menare le mani invece di frequentare palestre di boxe o di arti marziali). Poi la scelta del luogo è un’altra follia: in un’ansa del Tevere umida e malsana dove non ha mai attecchito neanche l’Ippodromo, dove i cavalli – mi diceva un padrone di scuderia tanti anni fa – si rifiutavano perfino di bere l’acqua. Luogo mal collegato, che insiste come accessi sulla gloriosa quanto funesta via del Mare, arteria già congestionata. Peggio ancora, l’operazione comporta a quanto sembra un massiccio investimento di edilizia in una città già afflitta da una sovrabbondanza di locali vuoti e sfitti. Gli improbabili acquirenti dei futuri alloggi dovranno costruirsi un approdo sul fiume vicino per raggiungere i centri abitati con l’ausilio di gommoni, canoe e eventuali ferry-boat che dovranno però fermarsi prima dell’isola Tiberina per l’ostacolo delle briglie. Altrimenti, come tutti i loro concittadini dei sobborghi romani, dovranno affrontare un traffico micidiale sulle poche strade esistenti almeno due volte al giorno. C’è di che far riflettere.

Nessuna parola si è detto sulla vicenda ormai giudiziaria da cui emerge impietoso – questo solo si può dire – il quadro di un’Amministrazione abborracciata e fuori norma. C’è però un segno di speranza. Quanto uno dei protagonisti della vicenda fa sapere che gli servono un po’ di biglietti per lo Stadio, quello esistente, per la partita Roma-Genoa, chi riceve la richiesta ride (cronaca del ‘Corriere della Sera’, 19 giugno): non gli deve essere sfuggito il dettaglio comico che persone in grado di acquistare l’intera Tribuna Monte Mario si mettono a mendicare biglietti come l’ultimo di quei borgatari che non possono permettersi l’acquisto di un biglietto in curva. Risate giustissime a parte, se si vuole affrontare il problema della corruzione in Italia bisogna partire da molto, molto in basso. Stroncare uno, dieci, cento, mille ‘piccoli’ favori è il primo doloroso ma inevitabile passo. L’usciere che portando al capoufficio il pane di Velletri cotto a legna di cui il capoufficio è ghiotto ottiene in cambio il permesso di assentarsi durante l’orario di lavoro deve sapere che non si fa più. Tanto peggio per chi ama i prodotti di nicchia e per chi non ha voglia di lavorare. Ma sarà dura, tremendamente dura farlo capire a milioni e milioni di italiani: l’arte di arrangiarsi deve morire.

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