lunedì, Aprile 12

Corruzione, il Moloch italiano

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moloch

 

Ci sono due modi per avvicinarsi, con il dovuto ribrezzo, all’ennesima catastrofe annunciata italiana, quella che ha scoperchiato il pentolone fetido degli appalti per la costruzione del MOSE veneziano.

Uno, il più facile, è quello di leggere e subito utilizzare la sporca vicenda in termini di lotta per il potere politico. «#vinceremonoi ma intanto arrestanovoi» strilla Beppe Grillo dal suo blog, echeggiato da tutti quelli che nel pentolone non ci sono capitati, magari per il semplice fatto di non avere responsabilità e dunque mani in pasta.

Intendiamoci, è assolutamente legittimo e anche giusto, giustissimo mettere in risalto la pulizia della propria fedina penale, ed è anche comprensibile, seppur molto meno giusta, la tendenza a emettere sentenze sommarie senza curarsi troppo di distinguere il grado di colpevolezza dei coinvolti, per il momento presunti, e la loro appartenenza a questa o a quella parte politica.

Questo perché la percezione del quadro d’insieme, costituito dalle tessere di un mosaico osceno che non finisce mai di ricomporsi riproponendo quasi quotidianamente nuove scene, sempre più grottesche e raccapriccianti nonchè, quel che è peggio, sempre meno sconcertanti, lascia molto poco alla residua capacità garantista degli italiani e soprattutto alla loro fiducia nella classe dirigente che essi stessi hanno fattivamente contribuito a costruire.

Di analisi su un degrado talmente pervasivo da assurgere a sistema, nel campo dei rapporti perversi tra politica e grandi appalti, ne sono già state fatte tante.  Il ritardo nella maturazione civica e culturale, conseguenza di una storia nazionale breve e travagliata e di una democrazia mai davvero compiuta a causa delle peculiarità italiane che tutti conosciamo, ha favorito l’emergere e il moltiplicarsi di personaggi sordidi e totalmente privi di scrupoli, il cui successo nel campo dell’organizzazione malavitosa  e nella stessa politica, fino a farle coincidere in una sintonia sempre più osmotica, ha trasformato il pubblico scandalo in esempio di modello vincente.

Un modello difficile da contrastare, da parte della parte sana del Paese, che ci ostiniamo a ritenere ancora, nonostante tutto, maggioritaria.

Da quest’ultima considerazione nasce il secondo approccio, secondo me più maturo e costruttivo, allo sciame sismico, chiamato corruzione, che rischia di distruggere tutto, senza riguardo per quanto di buono c’è (perché c’è) nel nostro paese.

E’ necessario rendersi conto che stiamo vivendo gli ultimi fuochi di un’epoca, un periodo oscuro e malsano per tutti. Ma che il popolo italiano è più che mai arbitro del proprio destino, e mai come adesso l’attenzione per le scelte da compiere deve essere libera dalle catene ideologiche che hanno caratterizzato finora il nostro percorso, concentrandosi sul reale potenziale delle forze che, pur se da angoli visuali diversi, tendono a riformare profondamente il Paese partendo però da principi condivisi e inalienabili come l’unità, la giustizia, la solidarietà e la centralità del lavoro.

Con idee chiare, senza paura di punire i colpevoli accertati né di sporcarsi le mani in quella battaglia bella e terribile che è il governo di una nazione.     

 

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