venerdì, Settembre 24

Coronavirus: uscire da ‘questa’ psicosi, preparati per la prossima Da questa ne usciremo quando la narrazione dell'emergenza cambierà di segno, sempre che il conflitto sociale non venga esacerbato e si tramuti in conflitto politico

0

Nei giorni scorsi, la Società Italiana di Intelligence (SOCINT) guidata dal Professor Mario Caligiuri, Direttore del Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria, ha condotto una ricerca sul tema cornavirus Covid-19 e informazione dal titolo ‘La pandemia immateriale. Gli effetti del Covid-19 tra social asintomatici e comunicazione istituzionale. Una ricerca davvero da leggere, e non solo o non tanto dagli addetti ai lavori, ma da tutti, ovvero tutta l’opinione pubblica italiana, la vera protagonista di questo meritevole lavoro.

Quanto si scopre leggendo il rapporto per certi versi è sconvolgente, e a tratti c’è da arrossire.

Per questo motivo abbiamo deciso di pubblicarla nel formato che compare, e in tre parti.
Venerdì ci siamo concentrati sulla comunicazione e su come i media italiani e stranieri si sono rapportati alla pandemia. Ieri abbiam affrontiamo uno dei temi più scottanti: la pandemia e la sua gestione a chi conviene? Oggi affrontiamo i diversi aspetti della psicosi che si è generata e le problematiche connesse al fatto che oramai viviamo in un ambiente virtuale dove tali psicosi possono avere risvolti di sicurezza nazionale.
Come nel caso dell’informazione, quanto si legge merita una riflessione più ancora che sui protagonisti della convenienza, su come noi opinione pubblica ci facciamo gestire inconsapevolmente e ‘gioiosamente’.

Margherita Peracchino

*** ***

Si è parlato di un rischio rivolte, voi lo avete percepito? E quale, in generale, il sentimet? più abbattimento, arresa, disperazione, o più rabbia e voglia di accanirsi contro qualcuno?

Sicuramente un ruolo determinante sarà l’atteggiamento delle Forze Armate. L’attitudine avuta negli ultimi tempi ad avere una mano più pesante nel sanzionare comportamenti percepiti da una parte della popolazione come assolutamente innocui, nonché la spettacolarizzazione della repressione (elicotteri che scacciano singoli bagnanti solitari o inseguono persone sull’arenile, droni che sorvolano e stanano un vecchietto nascosto fra gli alberi di un parco pubblico ripreso in diretta tv, tetti di palazzi sorvolati da elicotteri a volo radente, contrastati con razzi e fuochi pirotecnici, per non parlare di multe di varie centinaia di euro comminate a persone solitarie intente a guardare il mare all’interno della loro autovettura), potrà essere un eccesso di zelo in grado di esacerbare glianimi e costare caro in termini di credibilità, soprattutto in un Paese che vanta già una forte penetrazione della criminalità organizzata. La rivolta nei riguardi di tali atteggiamenti persecutori, soprattutto quando percepiti come irrazionali, potrebbe essere vista, ad un certo punto, con simpatia da parte della popolazione reclusa, e questo sarebbe un vero problema.
I palliativi forniti dallo Stato sotto forma di sussidi stanno facendo qualcosa, ma il loro effetto non durerà a lungo, soprattutto in un Paese a fortissima vocazione turistica, nel quale una cospicua parte della popolazione vive di lavori stagionali e, il più delle volte, in nero. Senza dimenticare che è stata proprio la vocazione turistica a creare un minimo di benessere in aree dell’Italia meridionale, tradizionalmente interessate dalla malavita organizzata, con il recupero e la rivalutazione del patrimonio storico, paesaggistico e culturale. Decretare la fine di questa sfera economica e sociale potrebbe avere delle conseguenze gravi sul morale della popolazione, sulla loro capacità economica e sulla loro attitudine a cercare un capro espiatorio.

 

Nel vostro documento si parla di ‘psicosi’. Il ritorno dalla psicosi come lo si può immaginare e a quali le condizioni?

L’ansia sembra essere uno stato endemico delle società contemporanee dell’informazione. Sono vari gli autori che ne hanno parlato e vaghe le soluzioni indicate, che hanno a che fare con un’evoluzione o un ripensamento del sistema economico, sociale e mass mediatico. Sicuramente l’obiettivo prossimo è quello di uscire daquestapsicosi, con la rassegnata certezza che potrebbero in seguito arrivarne altre. D’altronde i fattori di rischio non mancano: crisi climatica, immigrazione, terrorismo, guerre, disoccupazione, crisi economica. Da questa ne usciremo quando la narrazione dell’emergenza cambierà di segno, sempre che il conflitto sociale non venga esacerbato e si tramuti in conflitto politico. A esser determinanti saranno certamente le azioni dell’autorità. La cosiddetta ‘fase 2’, per come si sta delineando, sembra intesa a fare perdurare la psicosi, mettendo a sistema sine die una serie di distanziamenti sociali di difficile assorbimento nella realtà. La psicosi è generata dall’incoerenza. Prescrivere gabbie di plexiglass attorno agli ombrelloni, il controllo massivo sulla libertà personale mediante mezzi tecnologici da distopia fantascientifica, dichiarazioni che parlano di un virus che non sparirà mai e di una cura procrastinata a data da destinarsi, sono tutti segnali incoerenti con la vita quotidiana e sintomi di una volontà a fare perdurare la psicosi. La stessa censura statale dei media, applicata in alcuni Stati, come la Cina o l’Ungheria, non tende a tranquillizzare ma a generare panico. Il problema è che è più facile governare la psicosi, di quanto non sia governare la lucidità. La psicosi genera acquiescenza, affidamento acritico nei confronti dell’autorità.
Credo che l’uscita dalla psicosi non sia un movimento che dovremo aspettarci dall’alto, ma una conquista che dovrà partire dal basso. Il corretto funzionamento degli strumenti democratici dovrebbe aiutare in questo. Naturalmente senza considerare l’evoluzione dell’emergenza sanitaria, il corso della quale è ancora tutta da comprendere.

Non crede che i fatti che voi avete rilevato debbano porre dei seri problemi all’intelligence del nostro Paese?

 

Naturalmente. Come garante della sicurezza dello Stato democratico, l’Intelligence si trova davanti a un compito estremamente importante, non solo nei termini di trasmissione delle proprie conoscenze alle Autorità, ma anche nei confronti della popolazione. Per questo la comunicazione assume una valenza determinante.

 

Il report in chiusura pone un problema non da poco: «la probabile necessità della cessione di una quota di libertà in cambio della ridefinizione di un nuovo contratto sociale che regoli le nostre relazioni e le nostre personalità immateriali». Ecco, parliamone!

 

In realtà ne stanno parlando tanti. È un fatto che ormai la nostra vita si svolga in maniera preponderante nello spazio virtuale, un luogo finora regolato da autorità private e non dallo Stato. In molti contesti, ci si trova in ambienti all’interno dei quali vige una sorta di apparente anarchia, fra account fasulli, bot e fake news. Le aziende private, infatti, al contrario dello Stato, non hanno finalità etiche, bensì economiche, utilitaristiche. La logica dei social è quella di generare capitale, non di regolare i rapporti fra individui. Lo Stato, al contrario, in quanto entità garante del contratto sociale, sente il dovere entrare in qualche modo a garantire la sicurezza dal caos e i luoghi virtuali del nostro abitare sono sempre più insicuri e affidati all’arbitrio di aziende private che stabiliscono con gli utenti dei contratti assolutamente opachi.
Gli approcci per venire a capo di tale situazione sono sostanzialmente due: da una parte il controllo centralizzato cinese, dall’altra la radicale deregolamentazione americana. L’Unione Europea non è riuscita a porsi finora come tramite.
Un buon espediente potrebbe essere lo stesso meccanismo imposto alle aziende telefoniche all’avvento della telefonia mobile, obbligandole a registrare personalmente le schede dei cellulari a delle persone fisiche, determinandole tramite documento di identità trasmesso poi all’autorità. Si tratta di volere ufficializzaretramite documento la registrazione ai siti e ai social, ovvero la fine dell’anonimato in Rete. Ma è una riforma zoppa in partenza, poiché la stragrande maggioranza degli account fasulli e dei bot risiede all’estero, soprattutto in Russia, e quindi tale espediente non ne limiterebbe l’uso.
Non è un problema di facile soluzione ma, sicuramente, si tratterà di barattare parte della nostra libertà in cambio della sicurezza. In realtà molti sostengono che si tratterebbe semplicemente di spostare il controllo dei nostri dati personali dai database aziendali a quelli governativi. Da alcuni questo viene visto come un controllo orwelliano. Personalmente credo che a fare la differenza non sia il controllo privato o pubblico in sé, bensì il regime legale, il contesto normativo e quello culturale nei quali opera il soggetto detentore dei propri dati personali.
All’interno di uno Stato democratico e di diritto, ben venga la cessione dei miei dati personali allo Stato, pur di sottrarli all’arbitrio di un privato. Al contrario, all’interno della cornice di uno Stato autoritario, non democratico e incapace di fornire delle garanzie costituzionali, preferirei restare così come si è ora. È una questione vecchia almeno tanto quanto l’invenzione della radio. Allora ci si pose una domanda: a chi appartiene l’etere? Al privato o allo Stato? In quanto luogo dell’abitare, in molti Stati lo spazio virtuale radiofonico e poi radiotelevisivo fu equiparato al territorio fisico, regolamentando di conseguenza tutto il settore. Si tratta di fare una scelta simile: a chi appartiene il cyberspazio?

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->