lunedì, Luglio 26

Coronavirus, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere nelle carceri Radicali, operatori, cattolici: fate qualcosa, subito

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Non c’è niente da fare, e questa volta neppure c’è la giustificazione di un mojito, visto che il ‘Papeete’ è chiuso, come ogni altro locale… Ogni giorno, più volte al giorno, il leader della Lega Matteo Salvini ci tiene a ricordarci di che pasta è fatto. Tutti in queste ore si preoccupano della bomba ad orologeria che può costituire il Coronavirus all’interno delle carceri italiane; timidissimi, parziali, comunque insufficienti provvedimenti vengono adottati per porre un minimo argine; per porre a sicurezza non solo i detenuti (nelle celle come si fa a mantenere la distanza di almeno un metro?), ma anche per gli agenti della polizia penitenziaria, le loro famiglie; i volontari, senza i quali le carceri non reggerebbero cinque minuti; e tutto il personale amministrativo che costituisce una vera e propria comunità…

Ecco, di fronte a questo enorme, sottaciuto problema, come se ne esce Salvini? Mandare a casa i detenuti fino a 18 mesi di pena come propone il governo? La Lega è assolutamente contraria a qualsiasi sconto di pena, amnistia, indulto o uscita dal carcere anticipata. La certezza della pena è fondamentale, soprattutto dopo le rivolte nelle prigioni che hanno causato morti, feriti ed evasioni“.

Per fortuna c’è chi mostra ragionevolezza, lucidità; non si abbandona a una spicciola demagogia ai quattro formaggi. Il Partito Radicale, per esempio, si appella a Governo e istituzioni. Ricorda che nel luglio 2011 l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano individua la questione del sovraffollamento nelle carceri tema di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile; due anni dopo, nell’ottobre 2013, sempre Napolitano invia un messaggio alle Camere sulla situazione carceraria, nel quale indica le misure urgenti da adottare, tra le quali amnistia e indulto. Scrive Napolitano:L’effetto combinato dei due provvedimenti (un indulto di sufficiente ampiezza, ad esempio pari a tre anni di reclusione, e una amnistia avente ad oggetto fattispecie di non rilevante gravità) potrebbe conseguire rapidamente i seguenti risultati positivi:a) l’indulto avrebbe l’immediato effetto di ridurre considerevolmente la popolazione (…) riportando il numero dei detenuti verso la capienza regolamentare; b) l’amnistia consentirebbe di definire immediatamente numerosi procedimenti per fatti “bagatellari” (destinati di frequente alla prescrizione se non in primo grado, nei gradi successivi del giudizio), permettendo ai giudici di dedicarsi ai procedimenti per reati più gravi e con detenuti in carcerazione preventiva. Ciò avrebbe l’effetto – oltre che di accelerare in via generale i tempi della giustizia – di ridurre il periodo sofferto in custodia cautelare prima dell’intervento della sentenza definitiva (o comunque prima di una pronuncia di condanna, ancorché non irrevocabile)”.

Le rivolte di questi giorni, si legge nel documento radicale, “sono la conseguenza dell’indifferenza e dell’ignavia con le quali il parlamento accolse quell’unico messaggio che il Presidente Napolitano ha inviato al Parlamento durante il suo mandato. Per non dire dell’illusione creata dalla mancata applicazione della riforma dell’ordinamento penitenziario votata dal parlamento e sacrificata dal Governo sull’altare elettorale. Oggi non c’è più tempo, è indispensabile agire subito! Forti anche del convergente appello dei cappellani penitenziari, ci appelliamo al Governo perché adotti con la massima urgenza un primo provvedimento che riporti l’affollamento penitenziario nei limiti previsti dalla legge, violazione già sanzionata in passato dalla corte europea dei diritti dell’uomo, ed oggi nuovamente e palesemente violata.

Un documento sottoscritto, tra gli altri da Sandra Lonardi, Forza Italia; Paola Nugnes, Gruppo Misto; Clemente Mastella, Sindaco di Benevento, già Ministro della Giustizia; Vittorio Sgarbi, Gruppo Misto; Renata Polverini, Forza Italia; don Ettore Cannavera, Responsabile de La Collina, Misure alternative al Carcere e Cappellano della REMS della Sardegna; don Luigi Ciotti, presidente Gruppo Abele e Libera; Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Regione Campania; Bruno Mellano, Garante dei detenuti del Piemonte; Gianfranco Oppo, già garante dei detenuti di Nuoro; Francesco Ceraudo, medico penitenziario/già direttore del centro clinico del carcere don Bosco di Pisa; Ilaria Cucchi; Ornella Favero, presidente Associazione Ristretti Orizzonti; Roberto Lamacchia, presidente dell’Associazione Giuristi Democratici; Corradino Mineo, giornalista; Vittorio Feltri, direttore di Libero; Giuliano Ferrara, giornalista; Riccardo Iacona, giornalista Rai; Pietro Palau Giovannetti, sociologo; Lillo Di Mauro, presidente della Consulta Penitenziaria di Roma Capitale e Presidente della Conferenza Volontariato Giustizia del Lazio; Paolo Ferrero, già Segretario nazionale di Rifondazione comunista; Rossella Panuzzo, ufficio stampa Fondazione Terre des Hommes Italia; ARCI Nazionale; Associazione Ristretti Orizzonti; Associazione Stefano Cucchi Onlus; Associazione Pantagruel; Avvocati Senza Frontiere; Movimento per la Giustizia Robin Hood (Organizzazione Di Volontariato); Donne per la Giustizia; Associazione Giuristi Democratici; Associazione Fuori Dall’ombra; Consulta Penitenziaria di Roma Capitale; Conferenza Volontariato Giustizia del Lazio.

Non è il solo documento. In questo senso va anche l’accorata lettera al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dei presidenti dei tribunali di sorveglianza di Milano, Giovanni Di Rosa,  e di Brescia, Monica Lazzaroni, che coprono l’intero territorio della regione Lombardia.

Nella lettera si chiede di concedere detenzione domiciliare per chi deve scontare meno di 4 anni, e riduzioni di pena, perché gli istituti della regione stanno scoppiando: il rischio di contagio è altissimo e si potrebbero scatenare nuove rivolte. Le carceri della Lombardia “versano in situazione di gravissimo collasso” ed “emergenziale mai vista prima“, nella quale un focolaio di infezione sarebbe “ingestibile” dal punto di vista sanitario, favorirebbe nuove rivolte dei detenuti che “potrebbero crescere senza possibilità di contenimento“, mentre il personale e gli agenti della Polizia penitenziaria sono ormai allo “spasimo“.

Si chiedono “forti interventi normativi” per alleggerire immediatamente il sovraffollamento negli istituti di pena della regione che stanno scoppiando: Nonostante il massimo impegno” di tutti gli operatori, che i presidenti definiscono “eroi“, “la diffusione del virus all’interno degli istituti costituisce una situazione altamente depotenziante la possibilità di controllo degli stessi“, che potrebbe far scoppiare nuove proteste dopo quelle “contenute” dei giorni scorsi che hanno devastato alcuni reparti ma che hanno “riguardato 1270 detenuti su un totale di 8.500 circa (per una capienza di 6.200,ndr.)”.

I pericoli di contagio, scrivono a Bonafede, sono “costantemente presenti e attualmente stanno producendo i loro tragici frutti, a causa della diffusione del morbo e dei dati che sono rassegnati quotidianamente anche alla sua attenzione.

L‘impegno enorme dei magistrati di sorveglianza per valutare e concedere le misure alternative al carcere a coloro che ne hanno diritto, in modo da ridurre il sovraffollamento delle celle e contenere il rischio di contagio “purtroppo prevedibile“, non è sufficiente di fronte a norme prevedono una “tempistica non adeguata alla situazione di assoluta emergenza che la Lombardia sta vivendo“. Di Rosa e Lazzaroni denunciano anche le condizioni degli agenti di polizia penitenziaria sfiniti da turni senza riposo ed esposti al rischio di contagio, là dove non già e consistentemente colpiti dalla malattia“.

Non è migliore la situazione dei Tribunali di sorveglianza che “lavorano in uno stato di guerra” e sono al “collasso” per svolgere le udienze via skypeed evitare il pericolo di contagio durante le traduzioni. Per “fronteggiare l’emergenza“, basterebbero poche, precise norme applicabili senza l’intervento dei giudici di sorveglianza: detenzione domiciliare “per coloro che hanno pena anche residua inferiore ai 4 anni“; riduzione di pena di 75 giorni ogni sei mesi scontati in buona condotta; licenza speciale di 75 giorni ai semi liberi. Si tratterebbe ovviamente di provvedimenti destinati a coloro che non hanno partecipato alle note rivolte e che hanno tenuto nel corso della detenzione regolare condotta“, puntualizzano i due magistrati. Senza questi interventi, avvertono, “non è possibile fronteggiare l’emergenza così drammaticamente insorta: il virus corre più veloce di qualunque decisione che, alle condizioni date, è certo perverrebbe fuori tempo massimo“, perché “la Lombardia versa in una situazione che non è possibile assimilare al resto d’Italia, per la sua gravità, ma può costituire il dato esperienziale per evitare che il morbo si propaghi al resto d’Italia. Bonafede, infine, viene invitato a visitare le carceri della regione per rendersi conto di persona di quello che sta succedendo.

Ancora: la Caritas di Roma e le associazioni di volontariato chiedono interventi per evitare il contagio. Chiedono al Governo di mettere in campo con urgenza e senza esitazioni dei provvedimenti che consentano di affrontare in maniera adeguata e nei tempi necessari il rischio del diffondersi del contagio da Covid 19 in carcere: “Occorre fare uscire le persone fragili e chi ha un fine pena breve, ampliando la detenzione domiciliare speciale per liberare spazi all’interno degli Istituti di pena, in un momento in cui lo spazio è essenziale per fermare la diffusione dell’epidemia. Non bastano i presidi sanitari. In un luogo chiuso come il carcere occorrono provvedimenti coraggiosi e decisi a tutela di tutti.

La richiesta viene da: Associazione volontari in carcere; Caritas diocesana di Roma; I cappellani degli Istituti penitenziari di Roma; Ispettore generale dei Cappellani penitenziari; Seac; Comunità di Sant’Egidio; Sesta Città rifugio; VoReCo; I Gruppi di Volontariato Vincenziano.

 Infine la lettera di un detenuto che chissà se il Ministro Bonafede troverà tempo e voglia di leggere. Dovrebbe farlo.

  “Gentile Ministro, chi le scrive è un detenuto, non importa quale sia il mio nome o la pena che sto scontando, non importa in quale carcere io sia collocato adesso o in quale carcere a breve sarò spedito, non importa se lavoro o meno, non importa se ho rapporti continui con i miei famigliari o meno, non importa se nel carcere dove sono rinchiuso è stato impedito l’accesso ai volontari e familiari, non importa se ci è stato impedito di approvvigionarci di generi alimentari o denaro tramite colloqui, non importa se chi non ha soldi sul conto del carcere rischia di non poter chiamare per rassicurare ed essere rassicurato dai propri famigliari, non importa nemmeno se, per lungo tempo agli agenti di polizia penitenziaria non è stata fornita alcuna mascherina. 

  Gentile ministro, nulla di tutto questo sembra essere importante per un ministro della Giustizia, che però è stato istituito dai nostri padri costituenti per far fronte anche ai problemi del carcere, ma forse a qualcuno era sfuggito. Ecco gentile ministro io ho sentito molto parlare in tv di queste rivolte, ma avrei voluto sentire la sua voce nel pieno della crisi, e invece non ho sentito una parola a riguardo delle drammatiche condizioni che i detenuti sono costretti a sopportare giorno dopo giorno, anno dopo anno a causa del sovraffollamento e non solo.

  Perché certo io ho fatto del male e sto pagando per questo, ma chiedo solo di farlo in modo umano. Tra l’altro, ci sono stati disordini anche nel carcere dove sono ristretto io e mentre tanti detenuti urlavano e sbattevano le pentole, i coperchi o qualsiasi altra cosa che poteva fare rumore, ma non danni, sentivo anche urlare “lavoro, lavoro, lavoro”.

  Ecco signor ministro, forse è vero che il coronavirus è stato una goccia che ha fatto traboccare il vaso, e le rivolte che hanno provocato dei danni sono io il primo a condannarle, sia chiaro, però è anche vero che il vaso è stato riempito da anni e anni di inefficienza istituzionale, di inerzia dei vertici di comando nel realizzare dei piani di “sfollamento” che non dovevano per forza essere amnistie o indulti ma potevano essere per esempio una applicazione più ampia delle misure alternative, come dovrebbe essere sempre.

  Riflettendo su quello che sentivo io prima delle rivolte e quello che sento adesso in tv non riesco a capire una cosa: se lei stesso nei vari talk show a cui partecipa mi pare abbia dichiarato più volte che in Italia non si va in carcere con pene inferiori ai 4 anni, adesso come spiega il fatto che si stanno adottando delle misure per mandare a casa i condannati sotto i 18 mesi di residuo pena? Questi non sono già liberi? Oppure come si spiega che si parli anche di mandare a casa detenuti con pene inferiori ai 3 mesi? E la legge n.199 che permetteva ai detenuti di andare in detenzione domiciliare sotto i 18 mesi perché non è stata applicata prima e adesso si muovono tutti in fretta e furia per invitare i detenuti a presentarne richiesta?

  Mi scusi sig. ministro per questa mia “esplosione di pensieri” che butto su carta senza nemmeno rifletterci, ma quello a cui dovremmo e dovreste pensare adesso è come fare per riprendere in maniera seria e costruttiva una profonda e studiata riforma del sistema dell’esecuzione penale a partire da tutto il lavoro svolto nei tavoli degli Stati Generali che lei ha cestinato poco dopo la sua elezione, forse perché il lavoro era stato voluto e messo in atto da un partito politico che non esibiva la sua stessa bandiera, ma adesso è vostro alleato di governo quindi potete benissimo prendere le distanze dagli attacchi reciproci, perché quando ci sono di mezzo vite umane i colori sotto i quali si deve lavorare sono quelli del tricolore della bandiera italiana senza stelline né altri simboli, il caso impone serietà, credibilità e concretezza.

  Sarebbe bello che lei avesse il coraggio adesso di riprendere quel progetto, almeno nelle parti che possono contribuire in questo momento a dare maggiore accesso alle misure alternative, e di fare quello che è giusto: realizzare quell’Ordinamento penitenziario, che è già stato elaborato, è frutto del lavoro svolto negli Stati Generali da molti fra i massimi esperti in materia di pene e carcere, e se fosse stato approvato prima forse oggi non saremmo in questo disastro.

  Per questa ‘puntata’ può bastare.

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