martedì, Settembre 21

Coronavirus: sovranità sanitaria? Una pessima idea Secondo alcuni tra i più autorevoli think tank internazionali, l’autarchia sanitaria non solo è una pessima idea, ma addirittura rischia di essere sostanzialmente insostenibile sia economicamente che politicamente

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C’è chi parla di ‘indipendenza sanitaria(e non solo la Francia, dove il termine è stato usato direttamente dall’Eliseo), chi di ‘sovranità sanitaria’, magari in chiave europea, il concetto di base è che il tusmani coronavirus Covid-19 con la carenza dispositivi di protezione individuale (DPI) e di attrezzature per i reparti di terapia intensiva (respiratori in primis) ha fatto scoprire all’Europa che la disponibilità di tali beni dipende dallecatene di approvvigionamento globali. E non solo l’Europa, anche gran parte degli altri Paesi al mondo, a partire dagli Stati Uniti. Il dibattito è in corso: ridomicilazione, riallocamento delle aziende strategiche in loco, tanto da non dover dipendere da Paesi lontani e potenzialmente avversari nella necessità della produzione o no?
Secondo il Bruegel, uno dei principali think tank europei, l’invocazione dell’indipendenza o addirittura della sovranità, è una pessima idea. A condividere questa posizione, oltreoceano c’è anche il Peterson Institute for International Economics (PIIE), che in occasione dell’ultimo incontro dei leader del G20 conclusosi lo scorso …. ha sostenuto la necessità che i ‘grandi 20’ del mondo lavorino al miglior funzionamento delle catene di approvvigionamento, puntando, per un dopo-Covid-19, a un quadro commerciale globale rivitalizzato.

Quando l’emergenza è scoppiata, dopo una primissima fase di sbandamento con ‘disperate’ ricerche del materiale sanitario mancante, sono state adottate quelle che il Bruegel definisce ‘misure belliche di approvvigionamento’, ovvero in molti Paesi europei e negli USA velocemente sono state convertite aziende tessili piuttosto che meccaniche per la produzione dell’indispensabile, dalle mascherine ai respiratori. Ma in questa faseè anche scattato il protezionismo di molti Paesi,che, per prevenire la carenza di questi beni, hanno adottato da subito divieti di esportazione (come hanno fatto Francia e Germania). La Commissione europea ha imposto controlli sulle esportazioni in tutta l’UE.

Il ricorso all’autarchia è inevitabile e va bene in fase di emergenza per tappare falle, fornitori locali, anche intere fabbriche riconvertite di corsa alla bisogna, di più, queste catene di approvvigionamento nazionali, comprese quelle improvvisate, dovrebbero essere sostenute e protette, ma superata l’emergenza bisogna ragionare a mente fredda in termini di convenienza, economica e politica, secondo il principio di quel cheè meglio’, in questo caso per tutelare la salute dei cittadini. Se lo si fa, secondo questi due grandi centri studi,l’indipendenza non solo è una pessima idea, ma addirittura rischia di essere sostanzialmente insostenibile per i costi che in alcuni Paesi le casse pubbliche dovrebbero sostenere.

L’UE è un importatore netto di DPI correlati a COVID-19 (occhiali protettivi, visiere, attrezzatura per la protezione della bocca e del naso, indumenti protettivi, guanti). Nel 2019, annota Bruegel, la UE«ha importato $ 17,6 miliardi di questi beni ed esportato $ 12,1 miliardi. Tuttavia, guardando al quadro più ampio, l’UE è uno dei leader in termini di scambi di beni medici ad alta tecnologia. La sua quota delle esportazioni globali di tali beni, nel 2017, è stata del 29%, il doppio della quota dell’UE sul totale delle esportazioni globali ( 15,2%). L’UE è inoltre un importante esportatore di prodotti farmaceutici e vaccini, che rappresenta quasi un terzo delle esportazioni mondiali in entrambe le categorie. Per i prodotti farmaceutici, l’UE tende a esportare prodotti standard e importare prodotti più avanzati. Ciò è dovuto al fatto che l’UE esporta molti medicinali confezionati che non sono considerati ad alta tecnologia (secondo l’Ufficio censimento degli Stati Uniti), mentre l’UE esporta meno vaccini ad alta tecnologia. Nell’attrezzatura medica, l’UE ha una quota del 26% delle esportazioni mondiali. In questa categoria, le sue esportazioni sono più orientate verso beni avanzati e le sue importazioni verso prodotti standard.
In termini di scambi, «UE di beni medici con i suoi
maggiori partner, gli Stati Uniti e la Cina, vi sono differenze strutturali sostanziali nei tipi di beni scambiati. L’UE e la Cina si vendono a vicenda quote simili di beni di alta tecnologia: circa il 40% del totale degli scambi di beni medici tra i due. Tuttavia, è evidente che l’UE non importa quasi nessun prodotto farmaceutico dalla Cina e che negli scambi di attrezzature mediche, l’UE tende a vendere prodotti più avanzati in Cina e ad importare prodotti meno tecnologicamente avanzati. Il commercio UE-USA di beni medici vale in termini di valore lordo molto più del commercio equivalente con la Cina. L’UE importa più prodotti medici ad alta tecnologia dagli Stati Uniti di quanto esporti negli Stati Uniti».
C’è altresì da tenere presente che, come fa notare il PIIE, 10 Paesi esportatori rappresentano quasi i tre quarti delle esportazioni mondiali di beni medici e quasi i due terzi delle esportazioni mondiali di dispositivi di protezione. Si tratta, in ordine di importanza, di: Stati Uniti, Germania, Cina, Belgio, Paesi Bassi, Giappone, Regno Unito, Francia, Italia, Svizzera. I primi tre Paesi esportano prodotti medici essenziali per combattere l’offerta di pandemia in quantità che vanno dal 65% all’80% delle importazioni mondiali totali di tali prodotti.

In questo quadro, «le politiche protezionistiche danneggerebbero l’UE più di quanto ci guadagnerebbe», secondo Bruegel. Gli fa eco PIIE, affermando che «qualsiasi restrizione all’esportazione rischia di lasciare gran parte del mondo senza accesso a forniture vitali, con conseguenze catastrofiche».

Mantenere intere catene di approvvigionamento per un gran numero di prodotti nell’UE«sarebbe proibitivamente costoso e potrebbe portare a forti tensioni internazionali», sostiene il Bruegel.
«Se l’UE sovvenzionasse le sue società farmaceutiche con l’obiettivo di spostare intere catene di approvvigionamento di un numero maggiore di beni nell’UE o richiedesse ai fornitori di assistenza sanitaria di procurarsi beni medici solo da fornitori dell’UE, di fatto chiuderebbe questi mercati ai produttori stranieri». Una di quelle azioni che politicamente sono quanto più di distante dal DNA politico-economico europeo, ma soprattutto che quasi certamente innescherebbe meccanismi di ritorsione che non tarderebbero a determinare molteplici guerriglie commerciali tra Paesi e blocchi geopolitici.
Da non sottovalutare il fatto che porterebbe il sistema industriale del settore a disperdere energie finanziarie per la realizzazione di prodotti di fascia bassa, rinunciando a concentrarsi su prodotti che fanno loro conquistare importanti quote di mercato in tutto il mondo.

«Le catene di approvvigionamento globali per i medicinali non ad alta tecnologia supportano lo sviluppo delle aziende farmaceutiche nei mercati emergenti, portando a maggiori ricerche e ricadute di competenze, che consentiranno loro di gestire meglio la prossima pandemia. La medicina moderna è estremamente complessa e ci sono notevoli vantaggi dalla condivisione globale della ricerca e dello sviluppo di farmaci e attrezzature. Ciò implica che c’è anche un sostanziale guadagno dalla specializzazione globale», anziché in situazioni che vedono ogni Paese (o blocco commerciale) cercare di coprire ogni parte del mercato dei prodotti medici. «I nostri dati commerciali mostrano che, in quanto una delle regioni a più alta intensità di ricerca al mondo, l’UE ha una posizione molto forte in questo mercato. L’UE sta attualmente incontrando difficoltà a reperire forniture medichea bassa tecnologia’, come maschere e altri dispositivi di protezione, ma anche prodotti più avanzati come i respiratori», affermano dal Bruegel.

La strategia che Bruegel propone è «evitare di proteggere parti del mercato in cui non è necessaria la produzione locale», stoccare i prodotti, come i DPI, che possono essere stoccati,concentrarsi su quelli che sono già i propri punti di forza, che per giunta sono quelli a maggior valore aggiunto.

Lo stoccaggio è la strategia che non è stata messa in atto, almeno da gran parte dei Paesi che in questa pandemia boccheggiano. «L’accumulazione precauzionale di beni medici non deperibili e la fornitura di letti di terapia intensiva e strutture di test medici non necessitano di produzione locale». Un buon esempio di cautela preventiva che Bruegel richiama è quello della Finlandia, dove le scorte mediche hanno sono state essenziali per poter affrontare la crisi. «Le scorte a livello europeo, ad esempio attraverso rescEU e il meccanismo europeo di protezione civile, potrebbero creare ulteriori incrementi di efficienza e garantire che le forniture di emergenza vadano nelle regioni più bisognose».

La domanda è più urgente per i medicinali deperibili: merci per le quali l’UE è già uno dei maggiori esportatori «L’assistenza sanitaria nell’UE rappresenta già il 10% del PIL e questi costi potrebbero aumentare man mano che la popolazione europea continua a invecchiare. La produzione di beni in Paesi più economici aiuta a gestire questi costi e libera fondi per altre aree dell’assistenza sanitaria, compresa la preparazione alla pandemia».

Il PIIE suggerisce, sia per la fase di emergenza attuale, sia per il dopo, di ridurre in maniera importante i dazi sull’importazione, che per alcuni prodotti sono già relativamente basse, ma non per altri quali sapone, disinfettanti e altri prodotti per la protezione personale. «Le tariffe sui prodotti per la salute e l’igiene sono una forma regressiva di tassazione che colpisce i malati». Serve, poi, incidere per velocizzare le procedure doganali. Ampliare l’accesso agli standard tecnici e accelerare le procedure di valutazione della conformità nella produzione di attrezzatura medica. Un quadro internazionale comune per sostenere il movimento temporaneo di professionisti della salutedae nei vari Paesi. Creare un ‘ambiente’ digitale affidabile per gli scambi di conoscenze e informazioni nel settore sanitario.
Le catene di approvvigionamento globali dovranno essere preservate. L’economia mondiale post-COVID-19 richiederà più, non meno, cooperazione commerciale globale. Saranno necessarie regole commerciali globali per favorire gli investimenti e gli scambi», richiamando il ruolo che potrebbe e dovrebbe essere svolto dall’Organizzazione mondiale del commercio.

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