lunedì, Agosto 2

Coronavirus: perché in Africa ci sono pochissimi contagi? I Governi africani, dopo essere stati rassicurati dalla bassa mortalità del virus, potrebbero aver deciso di ignorare l’epidemia

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L’Italia è il quarto Paese al mondo più colpito dal Covid-19, comunemente chiamato coronavirus. Gli altri Paesi sono: la Cina (dove si pensa abbia ospitato il paziente zero nella famosa città di Wuhan), Iran, Israele e Corea del Sud. In questi Paesi l’allerta è massima, così come le misure prese dai rispettivi governi per limitare e controllare il contagio tra la popolazione. Misure spesso drastiche, ma necessarie, che incidono negativamente sull’economia nazionale ma evitano che milioni di cittadini si possano ammalare contemporaneamente, mettendo in crisi l’intero sistema nazionale e con danni economici ben maggiori a quelli previsti nell’attuale emergenza sanitaria.

In Africa, dal dicembre 2019 ad oggi, si sono registrati solo 4 casi. Il primo al Cairo, Egitto. Gli altri in Algeria, Nigeria e all’est della Repubblica Democratica del Congo. Questo ultimo caso non è stato ancora confermato ufficialmente, causa la difficoltà di avere informazioni dettagliate in una zona del Paese molto carente di infrastrutture sanitarie, teatro di guerre da ormai vent’anni, e già duramente provata dallo scoppio della epidemia di Ebola nel 2019.

Come è possibile che l’Africa sia stata al momento risparmiata da questa pandemia? All’inizio la bassa percentuale di casi poteva essere considerata normale. Con il passare delle settimane diventa sempre più strana e difficile da spiegare.

«I tre casi certi di infezione da Covid-19 (quello in Congo è ancora in fase di studio) sono stati registrati in ritardo rispetto all’inizio della pandemia. Il basso numero di infetti in un continente in via di sviluppo, con un sistema sanitario precario e inadeguato, ha dell’incredibile. I ricercatori hanno avanzato alcune ipotesi», affermaPierre-Marie Girard, direttore degli Affari Internazionali presso l’Istituto Pasteur e Coordinatore delle Ricerche Internazionali degli Istituti Pasteur di cui dieci in Africa.

«La prima ipotesi avanzata è collegata al clima del continente africano. Le temperature tropicali non sarebbero l’habitat più propizio per il virus. Eppure gli esperimenti condotti in laboratorio dimostrano che il Covid-19 si moltiplica sia a temperature basse che calde. La seconda ipotesi è collegata al profilo genetico degli africani che potrebbe aumentare le resistenze al virus e proteggere le popolazioni meno sensibili all’infezione. La terza ipotesi è che esistano forme gravi e forme asintomatiche del virus che in vari Paesi non vengono individuate in quanto scambiate per normali raffreddori», spiega il Professore Girard.

Queste ipotesi non convincono il Coordinatore delle Ricerche Internazionali degli Istituti Pasteur, che sottolinea come l’Africa sia il continente teoricamente a maggior rischio in quanto vi abitano milioni di cinesi che regolarmente si spostano tra Cina e Africa.
Inoltre, nel continente si sono registrati importanti flussi migratori in occasione delle feste del Nuovo Anno cinese.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità non si spiega l’insignificante numero di casi registrati fino ad ora in Africa, dove molti Paesi hanno in sistema sanitario assai precario. Anche se vari Ministeri della Sanità hanno raffinato le tecniche per contenere l’epidemia, grazie all’esperienza acquisita con Ebola, l’OMS è ben lontano da prefigurare che le infrastrutture sanitarie africane siano in grado di gestire meglio la diffusione del Covid-19 rispetto alla Cina, Corea del Sud, Iran, Israele e Italia.

Allora quale sarebbe la causa? Al momento non vi è una risposta certa, ma si può azzardare un’ipotesi che sembra plausibile negli ambienti epidemiologici e tra i ricercatori internazionali. La maggioranza dei Governi africani, dopo essere stati rassicurati dalla bassa mortalità del virus, potrebbero aver semplicemente deciso di ignorare l’epidemia per non essere costretti a iniettare ingenti finanziamenti ad un sistema sanitario pubblico comunemente considerato come un peso per il PIL nazionale, e per non creare una ‘pubblicità negativa’ a livello internazionale in grado di compromettere le loro economia, come sta succedendo per i quattro Paesi a maggior diffusione del contagio, tra cui l’Italia.

Al momento la maggioranza dei governi e dei Ministeri della Sanità africana non si sono impegnati a promuovere campagne informative sulla trasmissione e prevenzione del virus. Al contrario, si è diffusa tra l’opinione pubblica africana la sensazione che la pandemia riguardi solo alcuni Paesi europei, medio orientali e asiatici.
Non è un caso che l’unica misura presa da molti governi africani, tra cui il Ciad, è quello di prevedere un periodo di quarantena per le persone che provengono da Iran, Israele, Italia.

Misura che sembra non considerare le persone che provengono dalla Cina, forse per non compromettere i rapporti con la potenza emergente, che di fatto sta diventando il principale partner politico ed economico del continente africano.
La riluttanza a prendere misure preventive verso la Cina è evidente anche nel caso della compagnia aerea Ethiopian Airlines, divenuta, nel giro di dieci anni, la più grande compagnia aerea del continente. Nonostante le pressioni internazionali subite, il Direttore Generale della Ethiopian Airlines, Tewolde Gebremariam, in accordo con il Governo di Addis Ababa, ha
rifiutato di sospendere i voli della compagnia aerea diretti e provenienti dalla Cina.
«Non possiamo isolare la Cina. Come non possiamo marginalizzare i passeggeri cinesi. Sarà sufficiente effettuare gli screening presso gli aeroporti internazionali, seguendo le linee guida del OMS», ha dichiarato Gebremariam al quotidiano etiope ‘The Reporter.
Per controbilanciare questa incomprensibile decisione,
il Ministero della Sanità etiope ha deciso di mettere in quarantena tutte le persone provenienti dalla città di Wuhan, escludendo però i passeggeri che si imbarcano da altre città cinesi.
Al contrario la Kenya Airways ha
sospesotutti i suoi voli da e per la Cina.

L’Unione Africana ha annunciato la creazione di una task force continentale per monitorare la diffusione del Covid-19nei Paesi africani. Ha però omesso di specificare di quanti fondi sarà dotata questa task force e quando entrerà in vigore. Al momento attuale le uniche misure di screening sono presenti presso i principali aeroporti, tramite apparecchiature che controllano la temperatura corporea. In caso di anomalia il passeggero viene bloccato e sottoposto ai test di laboratorio.
L’Unione Africana ha anche promesso di attenersi alle procedure
RSI (Regolamento Sanitario Internazionale) del OMS ma, a detta dello stesso OMS, la maggioranza dei Ministeri della Sanità africani sono ben lontani dal poter applicare correttamente e per lunghi periodi le procedure RSI previste in casi di sospetta epidemia o pandemia.

Il caso più emblematico si è registrato in Algeria. Il paziente zero sarebbe un italiano sessantenne originario di Bertonico, Lombardia, entrato nel Paese lo scorso 17 febbraio con il volo Milano-Roma-Algeri. L’inconsapevole ‘untore’ lavora a Ouarlat (800 km a sud di Algeri) per conto della ENI. Il nostro connazionale ha sviluppato i sintomi del contagio qualche giorno dopo ed è stato messo in quarantena il 21 febbraio. L’informazione è stata confermata dalla stessa ENI.
Allarmate,
le autorità algerine hanno attivato le ricerche per individuare tutti i passeggeri del volo aereo su cui il paziente zero ha viaggiato. Una indagine affidata non al personale sanitario, ma alla Polizia, di certo l’istituzione meno adeguata per simili emergenze. Sul volo sarebbero stati presenti altri 180 passeggeri, ora disseminati chissà dove in Algeria. Visto il ristretto ambiente all’interno di un aereo le possibilità di contagio potrebbero essere state altissime, se il paziente zero italiano fosse già stato in grado di trasmettere il virus. Mentre la Polizia ha lanciato una accanita caccia ai passeggeri del volo, il Presidente Abdelmadjid Tebboune e il Primo Ministro Abdelaziz Dierad hanno rassicurato la popolazione chiedendo di evitare ogni sorta di allarmismo e panico.

La politica di minimizzare il rischio di epidemia sembra essere una strategia adottata dalla maggioranza dei Paesi africani. Prendiamo per esempio l’Uganda. Il Ministro della Sanità, Jane Ruth Aceng ha dichiarato che 695 viaggiatori sono stati intercettati presso l’aeroporto internazionale di Entebbe come casi sospetti di contagio. Tra essi 488 cinesi, 143 ugandesi che ritornavano da viaggi in Asia ed Europa. 280 di essi hanno completato il periodo di quarantena di 14 giorni risultando negativi al test di depistaggio del Covid-19. Omettendo di informare se tra i 488 viaggiatori vi siano delle persone che hanno contratto il virus, il Ministro Aceng afferma categoricamente che in Uganda non vi è alcun caso di contagio.
Le misure che il Ministero della Salute consiglia di adottare sono elementari. Non sputare per terra; rivolgersi alle strutture sanitarie in caso di insorgere di sintomi simili a quelli provocati dal virus; evitare la ‘self-medication’. Aceng ha inoltre ricordato che si deve indossare le mascherine solo se si ha il sospetto di aver contratto il Covid-19. Indossarle come misura preventiva è totalmente inutile e irrazionale.

Vari governi africani, tra cui Uganda e Nigeria,, sono arrivati a decisioni paradossali di rifiutare il rimpatrio dei loro studenti che si trovano in Cina, pur permettendo l’arrivo di cinesi nei loro Paesi.
In queste settimane non sono mancati anche i ‘ladruncoli’. Il Ministro della Sanità ruandese, la dottoressa Diane Gashumba è stata dismessa dal Presidente Paul Kagame per aver sottratto decine di kits del test sul Covid-19.

Tra le varie ipotesi valutate, dunque, quella di aver deliberatamente ignorato il monitoraggio della diffusione della malattia, sembra la più probabile.
Una decisione che sembra non essere di esclusivo appannaggio dei governi africani.
Anche sui governi di alcuni Paesi europei grava questo sospetto.
Vari
osservatori internazionali pensano che Paesi come la Germania, la Francia e la Gran Bretagna abbiano minimizzato l’impatto della diffusione del virus dopo aver valutato gli effetti negativi a livello economico e di immagine internazionale subiti dall’Italia. 

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