mercoledì, Settembre 22

Coronavirus: la xenofobia verso gli africani, a rischio i rapporti Cina-Africa Gravissimi atti di xenofobia, registrati a Canton e nella intera provincia di Guangzhou. Il Governo promette ‘tolleranza zero’, ma al momento la crisi prosegue, il che per la Cina, che punta, attraverso il soccorso sanitario, all’egemonia politica, è un problema

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Il soccorso sanitario all’Africa, ideato dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, in collaborazione Stato-privati, per impedire la diffusione del contagio da coronavirus Covid19 nel continente, è, di fatto, un’arma politica ed economica tesa a conquistare l’egemonia geopolitica in Africa, a danno dell’Occidente. Una ‘solidarietà interessata’, ma utile a 54 Paesi africani che si trovano a fronteggiare la pandemia con deboli sistemi di sanità pubblica. Non è un caso che alla mega operazione umanitaria vi partecipi Ma Yun (Jack Ma), il padrone dell’impero di vendite online Alibaba, temibile avversario di Amazon. L’obiettivo è di rendere irreversibile il Secolo Cinese.

L’azione umanitaria, però, rischia di essere compromessa dai gravissimi atti di xenofobia,registrati a Canton e nella intera provincia di Guangzhou. Duemila immigrati africani con regolare permesso di soggiorno per lavoro o studio, sono stati sfrattati dalle loro abitazioni o dalle loro camere di hotel dalla Polizia. Sono accusati di diffondere il contagio da Covid-19. Ora sono costretti a dormire per strada. Altri 450 immigrati sono costretti ad una quarantena di 14 giorni nelle loro residenze senza che presentino sintomi e senza essere stati sottoposti ai test diagnostici. Per le strade delle principali città della provincia di Guangznou è scattata una vera e propria caccia al negro, come dimostra questo video ripreso da smartphon nella città di San Yuan Li.

Le vittime provengono dal Congo, Camerun, Sierra Leone, Kenya e Nigeria. Sono lavoratori nelle fabbriche cinesi o studenti beneficiari delle borse di studio del Partito Comunista per migliorare l’educazione universitaria africana e creare una classe dirigente in Africa che abbia assimilato il pensiero e l’ideologia cinese. Altre centinaia di loro sono commercianti (donne o uomini) giunti in Cina per affari e rimasti intrappolati dallo scorso dicembre quando è scoppiata l’epidemia. La regione di Guangzhou è un famoso centro industriale dove gli africani acquistano a buon mercato la merce per rivenderla nei loro Paesi.

L’ondata di violenza xenofoba, promossa dalle autorità regionali, è scoppiata a seguito della seconda ondata di contagio che nella ultima settimana si è registrata in Cina. Tutto è iniziato quando 5 nigeriani, risultati positivi al test COVID-19, non hanno rispettato le misure di confinamento, recandosi nei mercati, in botteghe, bar, ristoranti e hotel della città di Canton, contaminando così varie decine di cittadini riavviando la catena dei contagi.

Che l’atto compiuto da questi 5 africani sia stato a dir poco sconsiderato sembra innegabile. Purtroppo i media locali hanno gettato benzina sul fuoco, accusando tutti gli immigrati africani di diffondere il virus. Una martellante propaganda xenofobache ha indotto le autorità locali a prendere violente misure razziali per accattivarsi l’opinione pubblica.

Il trattamento disumano subito da migliaia di immigrati africani a Guangdong ha attirato l’attenzione dei media internazionali tra cui la ‘CNN’, ‘Radio France International’, ‘Jeune Afrique’ e vari media africani. Contattati dai giornalisti africani e occidentali, le autorità sanitarie e l’Ufficio di Pubblica Sicurezza della provincia di Guangdong hanno rifiutato qualsiasi intervista o commento.

L’idea diffusa dai media cinesi che gli immigrati africani siano la causa della seconda ondata del contagio era già stata smentita una settimana fa dal Vice Ministro degli Affari Esteri, Luo Zhaohui. In un comunicato stampa informava i media nazionali che il 90% dei casi di contagio ‘importati’ erano cittadini cinesi che erano rientrati da Europa e Stati Uniti. Solo 16 di essi avevano nazionalità africana. Nonostante queste evidenze, i media di Canton hanno continuato ad addossare la colpa unicamente agli immigrati africani, scatenando la vergognosa caccia al negro.

Le testimonianze rese a ‘Radio France International’ e alla ‘CNN’ da business man africani che si trovano a Canton parlano di una verafobia contro di loro che si è tramutata in cieca violenza e disdegno dei diritti umani. «Siamo le vittime del razzismo in Cina». «Siamo trattati come se noi stessi fossimo il virus» . «I cinesi parlano sempre bene dell’Africa per fare affari ma a casa loro ci trattano come degli animali».

Le reazioni di vari Paesi africani non si sono fatte attendere. Le immagini di violenze a Canton e nelle altre città della provincia di Guangzhou hanno generato una collera di massa presso numerose capitali africane. Gli Ambasciatori cinesi sono stati convocati a Lagos (Nigeria) e Accra (Ghana) per fornire spiegazioni. Il Governokeniota ha chiesto a Pechino spiegazioni ufficiali, assicurare i diritti civili ai kenioti coinvolti e prevedere loro un indennizzo finanziario.

L’Unione Africana ha trasmesso a Pechino le sue preoccupazioni sull’ondata di violenze xenofobe abbattutasi a Canton. Moussa Faki Mahamat, Presidente della Commissione UA, ha convocatol’Ambasciatore della Cina presso la UA per esprimergli le inquietudini degli Stati membri e chiedere misure urgenti per evitare ulteriori violenze.
Il
Consolato americano a Pechino ha sconsigliato ai cittadini afroamericani di visitare in questo momento la Cina. Gli Stati Uniti hanno preso al volo questa occasione denunciando la xenofobia delle autorità cinesi verso gli africani attraverso una fitta propaganda mediatica.

Zhao Lijian, portavoce del Ministero cinese degli Esteri, ha tentato di porre rimedio all’enorme danno di immagine causato dalle autorità e dai media della provincia di Guangzhou. «Fin dallo scoppio della pandemia Coronavirus la Cina e i Paesi africani hanno instaurato una ottima collaborazione per combattere insieme il virus. Voglio precisare che il Governo cinese tratta tutti gli stranieri in Cina in modo uguale. Non tolleriamo pratiche o azioni che violino un specifico gruppo di persone. Il Governo cinese ha tolleranza zero su ogni discriminazione e atto razzista». Lijian è divenuto famoso durante la crisi del Coronavirus per i suoi interventi su Twitternei quali sosteneva che il virus è un’arma batteriologica americana introdotta in Cina dai soldati americani che avevano partecipato alle manovre militari a Wuhan.
Lijian è considerato il ‘pezzo d’artiglieria pesante’ della diplomazia estera cinese, in quanto abile a sfruttare i social media per diffondere le idee del Secolo Cinese. Non è nemmeno esente da pensieri razzisti.

Le parole del portavoce degli Esteri avranno un senso se il Governo centrale attuerà pesanti misure contro le autorità e i media di Guangzhou, rei di aver istigato l’odio razziale e di aver acuito leviolenze contro gli immigrati africani. È ancora presto per dire se dei seri provvedimenti verranno presi in questo senso, anche se molti osservatori africani temono che il Governo di Pechino non punirà i colpevoli.

Nonostante gli sforzi della Cina per conquistare l’Africa con la filosofia economica ‘Win Win’ (tutti vincenti) e i dogmi diplomatici del ‘soft power’ e del principio di non interferenza negli affari interni dei paesi africani, il razzismo contro gli immigrati dall’Africa ha origini precedenti alla pandemia. Il Covid19 ha solo esasperato una situazione già esistente facendola esplodere in tutta la sua drammatica realtà.

Il Coronavirus fa scattare in ognuno di noi la paura dello straniero, sospettato di essere l’untore, proprio come succedeva nel medioevo al tempo della peste nera in Europa e Cina. Il popolo cinese è storicamente sospettoso e razzista verso gli stranieri in generale. Questi sentimenti sono causati dalla loro storia. Sono stati invasi e dominati dai mongoli. Gli europei (inglesi e francesi) nei primi dell’ottocento hanno tentato di conquistare la Cina. I giapponesi hanno attuato un vero e proprio genocidio nella Manciuria durante la loro occupazione militare negli anni Trenta e Quaranta. Questi avvenimenti storici portano i cinesi ad un razzismo latente che nel caso degli africani viene facilmente esternato in quanto il colore della loro pelle è diametralmente opposto ai canoni estetici comuni. I cinesi sembrano dimenticare irecentissimi atti di xenofobia avvenuti lo scorso gennaio in Italia e Gran Bretagna proprio per colpa del coronavirus. Immemori sono anche del risorgere del ‘Yellow Perils’ (Pericolo Giallo) negli Stati Uniti sempre a causa del coronavirus.

La Cina, inoltre, si sente ingiustamente incolpata e additata a livello internazionale come la causa dell’origine della pandemia. Questa assurda accusa è stata la causa principale del fallimento della riunione sul coronavirus tenutasi giovedì 9 aprile presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Stati Uniti e Cina si sono scontrati sull’origine semantica della pandemia, impedendo agli altri Stati Membri e non del Consiglio di decidere una linea comune su come affrontare e vincere questa terribile emergenza sanitaria planetaria.
Gli Stati Uniti
continuano a chiedere che sia adottata la semantica ‘Chinese Virus’ per il Covid-19. L’Ambasciatore cinese Zhang Jun ha sottolineato che la Cina rigetterà tutti i tentativi di stigmatizzazione e di politicizzazione della pandemia. Il tentativo di affibbiare l’etichetta ‘Made in China’ al virus è attivamente supportata dai media americani. Lo scorso 6 aprile ‘Sky News’ America ha trasmesso un discutibile reportage su Youtube con l’obiettivo di dimostrare che il Covid-19 è stato originato dai militari cinesi nel laboratorio di Wuhan. Roba da teoria del complotto, tutt’altro che informazione.

La pandemia Covid-19, vista dall’Africa, si sta trasformando in una guerra geopolitica mondiale. Gli avvenimenti di violenze xenofobe contro gli immigrati africani a Canton rischiano di compromettere i rapporti CinaAfrica, per la gioia di Stati Uniti e Unione Europea.

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