mercoledì, Settembre 22

Coronavirus: il dopo sarà peggio per Pechino? L’incrinarsi del prestigio e della credibilità politica di Xi Jinping, il sentimento anti-cinese, fino a sfiorare le vette del razzismo, che sta dilagando dall’Europa all’America, l'ostilità intraetnica e dei vicini asiatici.

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Da circa un mese la Cina è nella morsa del Coronavirus. Milioni di cinesi in quarantena, l’economia bloccata, un raffreddamento del PIL che gli analisti stiamo possa arrivare a due punti percentuali, non poco per la seconda economia del mondo, un problema per il Dragone e un ‘quasi disastro’ per la catena degli approvvigionamenti mondiale.

Ma il Coronavirus è anche altro, è, e sempre più sta diventando, un problema politicoculturale pernicioso, la cui consistenza e gravità probabilmente si potrà vedere solo quando la crisi sanitaria sarà alle spalle.

Gli osservatori internazionali parlano di ‘geopolitica del Coronavirus’. Due le facce di una stessa medaglia: da una parte l’incrinarsi del prestigio e dunque della credibilità politica di Xi Jinping, con la sua globalizzazione in salsa cinese, la cui immagine plastica è la nuova Via della Seta ; dall’altra, il sentimento anti-cinese, fino a sfiorare le vette del razzismo, che sta dilagando dall’Europa all’America, e, quel che forse è più grave, l’ostilità intraetnica di Hong Kong (in particolare),Taiwan, Macao verso la Cina continentale, quellatra le diverse Province del Paese, e l’ostilità dei vicini asiatici.

Wall Street Journal’, ascoltatissimo e autorevolissimo, sia nelle stanze della politica internazionale sia, in particolare, in quelle dell’economia e della finanza, ha definito le scuse pubbliche del sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, come ‘un epitaffio per la Repubblica popolare cinese.
Il quasi altrettanto autorevole ‘Foreign Policy’ ha scritto: «Il Presidente cinese non è letteralmente responsabile dell’infezione di nessuno, ma la sua agenda politica potrebbe rivelarsi essere una causa alla radice dell’epidemia. Sfruttando la Belt and Road Initiative -programma multitrilione di dollari per espandere il commercio e le infrastrutture cinesi in tutto il mondo- il fulcro della sua politica estera ed economica, Xi ha permesso a una malattia locale di diventare una minaccia globale». Il tutto sottolineando, come la Cina sia una Nazione profondamente connessa al resto del mondo, come, dal 2013, il centro delle politiche estere e commerciali della Cina sia la Belt and Road Initiative, una massiccia iniziativa che si estende alla Germania settentrionale, attraverso la Russia meridionale e le Nazioni dell’Asia centrale fino alla costa orientale dell’Africa, coprendo 70 Paesi e raggiungendo, al termine della sua realizzazione, i due terzi della popolazione mondiale. Qui si sostengono due cose: la globalizzazione dell’era di Xi, quella attuata attraverso la Belt and Road Initiative, sarebbe alla radice dell’epidemia, per tanto, è pericolosa; la responsabilità di quanto accade è di Xi.

Xi ha chiesto scusa per quanto sta accadendo, e la cronaca comincia essere segnata dalle prime teste che cadono sotto i colpi dell’ascia del Partito e del Governo, ma questo potrebbe non bastare per salvare l’immagine di Xi, da questa storia potrebbe uscire ammaccato.
E certamente molto male, all’esterno del Paese, ne sta uscendo il Partito Comunista, accusato da varie parti di averinsabbiato’ l’epidemia fin tanto che ha potuto, almeno per un mese. Partito accusato di ‘segreto’, ‘insabbiamentopatologico, che anche in questo caso, come per la SARS, ha ostacolato la capacità delle autorità di rispondere rapidamente all’epidemia. «La sopravvivenza dello Stato monopartitico dipende dalla segretezza, dalla repressione dei media e dai vincoli alle libertà civili. Quindi, anche se il presidente cinese Xi Jinping richiede che il governo aumenti la sua capacità di gestire i ‘rischi maggiori’, la Cina continuerà a minare la propria sicurezza – e quella mondiale -, al fine di rafforzare l’autorità del CPC», sostiene Minxin Pei, del German Marshall Fund.

Il lavoro di Xi volto a dare un nuovo volto al Partito Comunista e alla Cina potrebbe vanificarsi.
Così come potrebbero esserci ripercussioni sulla politica estera dei prossimi anni, soprattutto se all’interno del partito voci critiche, sacche di conservatori, per la prima volta mettessero in dubbio la linea del Presidente, fino ad ora indiscusso.

L’altro problema che Xi si troverà affrontare, forse ancora più grave del precedente, è il sentimento anti-cinese che sta dilagando in Occidente.
L’interruzione della catena di approvvigionamento avrà fine nell’arco di qualche mese, ma i danni provocati dalla paura di quella ‘malattia esotica’ che arriva da terre ‘sporche e lontane’, che istantaneamente si sono espressi in razzismo nei confronti dei cinesi e diffidenza nei confronti del Governo, e conseguentemente del Paese nel suo insieme, grazie alla disinformazione diffusa a piene mani, intenzionalmente o inconsapevolmente, attraverso i media e i social, sono in molti a ritenere che sarà dura da superare, e ci vorrà molto tempo.
La fobia per la Cina e per i cinesi che si sta manifestando, per altro, ha trovato terreno fertile del lavoro ‘anti-Cina’ condotto in questi anni -ultimo esempio in ordine di tempo, il caso Huawei, espressione di come molti Governi occidentali non si fidino della Cina, quasi la ritengano, sotto sotto, quello che un tempo venivano definiti ‘Paesi canaglia’, anche grazie all’ottimo lavoro condotto da Donald Trump e dai suoi sostenitori.

Contestualmente, in questo brodo di cottura è cresciuta l’ostilità intraetnica di Hong Kong (in particolare), Taiwan, Macao verso la Cina continentale, l’ostilità anche tra le diverse Province del Paese, e l’ostilità degli altri Paesi asiatici nei confronti della Cina.
La sinofobia non è nuovo in molta parte dell’Asia, anzi, e già prima del Coronavirus era un sentimento che cominciava preoccupare i vertici cinesi, aggravato dalla politica aggressiva di Pechino nel Mar Cinese, e non solo. Il Coronavirus, dalle Filippine al Giappone e passando per molta parte degli altri Paesi asiatici, sta diventando razzismo, secondo alcuni osservatori.

Ostilità intraetnica, sinofobia che sfocia in razzismo e diffidenza verso il Paese, nel clima di anti-globalizzazione che si sta diffondendo a livello quasi planetario, insieme al venir meno della credibilità di Xi Jinping, potrebbero essere i veri grandi problemi del post-Coronavirus., con risvoltisia in termini economici sia in termini politici interni e internazionali. Di tutto questo abbiamo discusso con Ross Darrell Feingold, direttore per lo sviluppo aziendale di SafePro Group, una società che fornisce consulenza ai clienti aziendali in merito alla sicurezza dei viaggi e alla mitigazione dei rischi in tutto il mondo.

 

Il Coronavirus ci pare stia determinando nuovi problemi a Xi Jinping. In primo luogo, si ritiene che la sua immagine politica ne possa uscire ammaccata. E’ così?

Il coronavirus non è l’unico problema impegnativo che Xi Jinping è stato costretto a gestire negli ultimi periodi e nei prossimi mesi. A livello nazionale, Xi ha dovuto gestire la disputa commerciale con gli Stati Uniti e uscire dalla Cina da investitori cinesi e stranieri e il conseguente impatto negativo sulla crescita economica, l’influenza suina africana, i casi di corruzione in corso contro funzionari di alto livello. Alla periferia della Cina, Xi ha dovuto fare i conti con le proteste di Hong Kong, l’opinione popolare di Taiwan contro la Cina, che ha portato alla rielezione di Tsai Ing-wen alla presidenza e il sostegno globale al popolo dello Xinjiang. Al di fuori della Cina, le questioni che deve gestire includono la cintura e l’iniziativa stradale di Xi, le pretese di sovranità nel Mar Cinese Orientale e nel Mar Cinese Meridionale, gli sforzi degli Stati Uniti per convincere i paesi a non utilizzare le apparecchiature Huawei nelle reti 5G e le crescenti preoccupazioni per lo spionaggio cinese contro governi, militari e il mondo degli affari. Il coronavirus è un’altra crisi per Xi. Almeno dalla storia recente, l’autorità di Xi sul governo, sul partito e sui militari gli ha permesso di gestire questi problemi e mantenere o persino espandere il suo potere piuttosto che costringerlo a rinunciare a parte, o tutto, del suo potere. O è abile nel gestire così tante problematiche contemporaneamente, oppure la sua capacità di farlo con successo si rivelerà presto insufficiente.

Il ‘Wall Street Journal’ ha definito le scuse pubbliche del sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, come ‘un epitaffio’ per la Repubblica popolare cinese. Cosa ne pensi?

Alcuni esperti hanno previsto per decenni che il governo comunista della Repubblica popolare cinese presto finirà. Questa previsione è stata fatta a seguito di numerose sfide di politica interna ed estera. Negli ultimi trent’anni, il partito comunista cinese è sopravvissuto alle critiche globali sull’uso della forza per porre fine alle proteste a Tiananmen, alla caduta del comunismo nell’Unione Sovietica e nei paesi satelliti dell’URSS nell’Europa orientale e negli Stati clienti in altre parti del mondo, La morte di Deng Xiaoping nel 1997, la crisi finanziaria asiatica nel 1998, la SARS nel 2003, il terremoto del Sichuan nel 2008, la crisi finanziaria globale nel 2008 e le proteste dello Xinjiang nel 2009. Naturalmente, nulla durerà per sempre ed è ragionevole aspettarsi che il partito comunista non possa governare la Cina per sempre. Ma dovremmo stare attenti a ritenere che questa crisi specifica sarà l’innesco che provoca la caduta del partito a breve termine. La natura di questa situazione, in cui le persone sono messe in quarantena o hanno paura di partecipare a grandi raduni pubblici, rende improbabile l’attività di protesta nel breve termine. Una volta che la crisi è finita, le persone potrebbero voler tornare alle loro attività quotidiane e potrebbero non avere interesse a impegnarsi in proteste contro il governo. Certamente sarà qualcosa di cui il pubblico è arrabbiato e porta avanti quella rabbia verso il governo. Pertanto, dovremmo aspettarci che il governo cerchi modi per migliorare il sostegno pubblico, ad esempio fornendo misure di spesa per aiutare a migliorare l’economia, concedendo più cose agli Stati Uniti per migliorare le esportazioni, i preparativi per le Olimpiadi del 2022 e altre azioni che potrebbero focalizzare le persone attenzione all’orgoglio nazionalistico come i viaggi nello spazio o l’aumento delle tensioni con paesi confinanti come India, Giappone o Taiwan.

L’immagine dell’efficienza della Cina, invece, potrebbe uscirne bene. Ospedali grandissimi costruiti in meno di due settimane, una quarantena che tutto sommato sembra funzionare abbastanza bene per milioni di persone. Parlaiamo questa efficienza che la Cina con il Coronavirus ha tirato fuori, è davvero preparazione e cultura quella che c’è dietro?

Sebbene la rapida costruzione dell’ospedale abbia ricevuto molta attenzione da parte dei media globali, dovremmo essere cauti su eventuali giudizi per il successo della struttura a breve termine. Si spera che il nuovo ospedale contribuirà a ridurre il numero di nuovi casi e aiuterà a curare i casi attuali e, infine, a ridurre il numero di decessi. Tuttavia, gli ospedali, come qualsiasi istituzione, hanno successo quando esiste una buona cultura del lavoro per raggiungere gli obiettivi organizzativi. Medici e infermieri devono lavorare in gruppo e questa cultura è difficile da creare rapidamente, specialmente in una crisi medica, e personale che non ha familiarità tra loro e con Wuhan. Queste sfide sono maggiori in un sistema che è ‘dall’alto verso il basso’ e scoraggia l’iniziativa e le critiche e richiede che le decisioni vengano prese dai dirigenti senior. Sfortunatamente per coloro che sono già stati diagnosticati, quelli che sono ‘bloccati’ in varie città, quelli che non sono in grado di tornare a casa, le centinaia di milioni di persone che vivono nella paura e altre persone le cui vite sono interrotte in Cina, il raggiungimento della costruzione rapida di una struttura medica è un contrasto con il modo in cui la vita viene sconvolta ogni giorno. Che si tratti di incapacità di ottenere informazioni, beni scarsi come maschere o cibo, interruzioni a scuola e al lavoro, i leader del partito hanno dimostrato la loro capacità di mobilitare risorse per l’acciaio e il cemento per costruire un ospedale, ma non funzionano bene per il giorno- problemi di oggi

L’altro problema che Xi ha, e che potrebbe toccarlo con mano dopo la conclusione della crisi, è quello catalogabile come ‘geopolitica del coronavirus’. Tra l’immondizia che è circolata e sta circolando sui social di tutto il mondo, vi è l’accusa, anche abbastanza esplicita, per altro poderosamente sostenuta dall’intellighenzia americana, è che la politica di Xi di‘connessione’ al resto del mondo, espressa con la Belt and Road Initiative, abbia favorito la diffusione del virus. Ritieni che all’interno del Cina, nei vertici dei partiti, la critica possa dare corpo a una corrente critica nei confronti di Xi e di questa sua politica di globalizzazione in salsa cinese?

La Cina ha aperto al mondo, o aderito alla tendenza della globalizzazione, per oltre 25 anni. Uomini d’affari, turisti e studenti provenienti dalla Cina viaggiano in tutto il mondo in Europa, Nord America, Africa, Medio Oriente, Asia centrale, Sud-est asiatico, Australiasia o Nord-est asiatico. La Cina è anche relativamente aperta ai visitatori stranieri, che vengono allo stesso modo in Cina per affari, turismo o studi. Pertanto, il virus si diffonderebbe anche senza la Belt and Road Initiative, poiché i cinesi sarebbero ancora in viaggio per il mondo. Ancora più importante, anche senza la Belt and Road Initiative, esisterebbero ancora le ragioni interne che hanno portato a questa crisi sanitaria, tra cui la copertura di cattive notizie a livello comunale o provinciale, la mancata condivisione rapida o completa delle informazioni con organizzazioni multilaterali o altri paesi , un disprezzo per l’applicazione delle leggi e dei regolamenti nel settore alimentare fresco e inadeguate forniture mediche e assistenza sanitaria soprattutto in una situazione di crisi. Tuttavia, date le preoccupazioni per la Belt and Road Initiative, come spesso discusso dai funzionari del governo degli Stati Uniti, in particolare il debito nei confronti della Cina o il controllo da parte della Cina di beni come i porti, non è una sorpresa che le critiche su come la Cina gestisce il coronavirus siano rapidamente collegate a Iniziativa Belt and Road. La Cina accuserà i suoi critici di bigottismo o tenterà di impedire alla Cina di prendere il suo posto appropriato nel mondo, ma l’onere è sulla Cina di spiegare al mondo perché le sue politiche non dovrebbero essere viste come una minaccia al commercio equo, alla libertà o altri valori che uniscono le democrazie.

Cambierà la politica estera della Cina dopo questa crisi?

La probabilità è bassa che la Cina cambierà le sue politiche estere in modo sostanziale. Per ragioni “facciate”, è improbabile che la Cina annuncerà un cambiamento significativo, ad esempio annullando interamente la Belt and Road Initiative. Piuttosto, è possibile che la Cina cambi lentamente l’allocazione delle risorse disponibili senza fare un annuncio. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che il rallentamento economico in Cina richiede alla Cina di spendere più risorse per migliorare la crescita economica interna. Pertanto, alle imprese statali potrebbe essere ordinato di investire meno all’estero (comprese le iniziative Belt e Road) e di investire di più in Cina. Negli ultimi anni, gli sforzi per ridurre le imprese private dal trasferimento di denaro al di fuori della Cina per grandi investimenti e per impedire alle persone di inviare denaro al di fuori della Cina, potrebbero essere nuovamente rafforzati. Un esempio simile è che la Cina ha iniziato a discutere meno in pubblico del suo piano Made in China 2025 senza fare un grande annuncio pubblico che il piano è stato sospeso o annullato. In parte ciò è dovuto alle richieste degli Stati Uniti come parte della controversia commerciale, ma anche perché la Cina aveva bisogno di riassegnare le risorse a bisogni più immediati.
Quando si tratta di ‘core’ problemi di politica estera il coronavirus e le conseguenze non causeranno cambiamenti di politica. Ciò include la richiesta che i paesi stranieri non interferiscano in ciò che la Cina considera questioni nazionali come Hong Kong, Taiwan e Xinjiang, il sostegno a società ‘campioni nazionali’ come Huawei e ZTE per fare affari in tutto il mondo e mantenere relazioni strategiche come l’Iran, il Nord Corea e Pakistan che possono ostacolare le iniziative politiche degli Stati Uniti e degli alleati degli Stati Uniti.

E’ vero che il coronavirus ha esasperato e fatto esplodere l’ostilità intraetnica di Hong Kong, Taiwan, Macao verso la Cina continentale e anche tra le diverse Province cinesi?

L’aumento del sentimento negativo nei confronti dei cinesi (e non solo del governo cinese) nei confronti di Hong Kong è iniziato prima del coronavirus o degli ultimi sette mesi di proteste a Hong Kong. I sentimenti anti-cinesi sono stati generati su questioni tra cui la migrazione a Hong Kong dalla terraferma, l’aumento dei turisti dalla terraferma, gli acquisti di proprietà speculative da parte della Cina continentale che hanno portato i prezzi ad andare più in alto di quanto molte persone di Hong Kong possano permettersi, gli acquisti di beni in Hong Kong (la più famosa, la formula del latte per l’infanzia) da parte degli acquirenti cinesi, sono in corso fonti di tensione. Le proteste della legge di estradizione e ora il coronavirus hanno alimentato un ulteriore sentimento negativo nei confronti dei cinesi piuttosto che solo del governo cinese. Come spesso accade nel caso del razzismo in qualsiasi parte del mondo, alcune persone non si rendono conto di come le loro dichiarazioni possano oltrepassare la linea dalle critiche al governo cinese o al comportamento degli individui, al disprezzo di tutti gli individui cinesi. Una tendenza simile esiste a Taiwan come a Hong Kong. Macao non ha gran parte del sentimento negativo nei confronti del governo centrale o degli individui cinesi, poiché i problemi che esistono a Hong Kong non sono stati così grandi a Macao e in ogni caso, la portata della discussione pubblica a Macao è stata generalmente più limitata negli ultimi anni rispetto a Hong Kong. Negli ultimi decenni le differenze tra le province della Cina hanno iniziato ad evaporare, specialmente con il segmento di popolazione istruito, classe media o ricco. Le persone si trasferiscono regolarmente per lavoro o per studio e viaggiano a livello nazionale per turismo. Pertanto in molte parti della Cina, in particolare nelle città più grandi, sia nelle aree centrali che costiere, le persone che lavorano o studiano insieme provengono da un contesto geografico personale molto misto. Il governo centrale ha anche cercato di porre fine alle differenze, ad esempio rafforzando le regole contro l’uso dei dialetti in luoghi pubblici o televisivi e richiedendo solo il mandarino. I censori certamente adotteranno un approccio proattivo e di tolleranza zero nei confronti di qualsiasi discussione online che abbia la natura di ‘noi contro di loro’ a base provinciale, o cerchi di incolpare le persone di Hubei o Wuhan come accusandole di avere cattive abitudini sanitarie .

Credi che questo problema possa portare, a conclusione della crisi, a ripercussioni importanti, che possa prendere piede una sorta di scontro etnico che esasperi lo scontro politico già da tempo in atto, e nell’ultimo periodo aggravatosi tra Hong Kong, Taiwan, Macao e Pechino?

Il sentimento del ‘noi contro loro’ di Hong Kong e Taiwan si rafforzerà a seguito della crisi del coronavirus e ci vorrà molto tempo per riprendersi, se mai lo farà. Sebbene questo sentimento si stesse già rafforzando e avrebbe continuato a farlo nel tempo. È particolarmente probabile che un numero crescente di giovani ad Hong Kong e Taiwan avrà meno interesse a studiare o lavorare in Cina. Per il governo centrale questo è meno un problema per quanto riguarda Hong Kong. Per l’economia, la popolazione domestica in Cina è sempre più istruita e nel tempo le competenze sul posto di lavoro che le persone di Hong Kong hanno anche saranno sufficientemente disponibili in Cina. Politicamente significa che il movimento di protesta continuerà in qualche modo nei prossimi anni, anche se il governo centrale manterrà ovviamente il controllo finale sul sistema politico di Hong Kong, specialmente dopo il 2047. Questo è un problema maggiore per il governo centrale nei confronti di Taiwan, se l’attuale tendenza continua e il sostegno all’unificazione diminuisce e gli elettori continuano a eleggere presidenti e una maggioranza legislativa del Partito democratico progressista.

Quanto è a rischio, se lo è, l’unità della Cina se non altro dal punto di vista culturale e di sentiment?

L’unità della Cina è a rischio ogni volta che si verifica una crisi che espone le carenze del governo centrale. Ciò include le crisi di calamità naturali come i terremoti, le crisi di salute pubblica come la SARS o il coronavirus o la crisi alimentare come l’influenza suina africana. Per le crisi precedenti, il governo centrale e il partito comunista hanno mostrato la capacità, quando la crisi immediata è finita, di spostare la discussione pubblica su altre questioni, come la crescita economica o cose che ispirano l’orgoglio nazionale come l’esplorazione dello spazio e le Olimpiadi. Xi Jinping ha anche, più dei suoi predecessori, sostenuto la discussione sulla religione buddista, l’insegnamento confuciano e altri episodi della storia cinese che nei primi sei decenni del dominio del partito comunista erano visti come incompatibili con le credenze del partito comunista, o addirittura “reazionari” “Concetti tratti dall’era feudale e nazionalista cinese. Nel breve termine è probabile che il partito comunista continui a enfatizzare tali cose, che può essere una forza unificante soprattutto se solo un numero relativamente piccolo di dissidenti è disposto a sfidare il partito comunista a usare queste cose per aiutare a mantenere il proprio dominio.

Si sostiene che il sentimento anti-cinese, già alimentato nell’ultimo periodo dall’aggressività politica, ma soprattutto economica, della Cina, stia esplodendo, dalle Filippine al Giappone e in genere in tutta l’area asiatica. E’ così? e, terminata la crisi, cosa lascerà come eredità?

Gli episodi di sentimento formica-cinese nel nord-est asiatico (Giappone e Corea del sud) e nel sud-est asiatico non sono una novità nell’era post guerra mondiale. Prima degli anni ’80 era spesso causato dal sostegno del partito comunista cinese alle ribellioni comuniste in questi paesi. A volte era causato dalla rabbia della forza economica della comunità cinese, specialmente in quei paesi in cui una piccola comunità cinese avrebbe potuto esistere per centinaia di anni e aveva commercianti e magnati di successo. Negli ultimi anni questa tensione è stata periodicamente dovuta alle politiche economiche della Cina, alla crescita di nuovi immigrati cinesi e alle accuse che portano all’aumento dei prezzi degli immobili e alla criminalità, o come risultato delle rivendicazioni di sovranità della Cina nel Mar Cinese Meridionale o nel Mar Cinese Orientale. Il coronavirus farà aumentare ulteriormente queste tensioni. La Cina non sarà in grado di rimediare acquistando più beni o prestando panda a uno zoo. Pertanto, la Cina avrà bisogno di nuove iniziative per migliorare il “marchio cinese” tra i suoi vicini. Ciò deve anche essere bilanciato dalla probabilità che le comunità etniche cinesi locali siano accusate di essere leali con la Cina e non leali con i paesi in cui sono cittadini.

Pechino da parte sua si sta avvelenando il dente, pare, non solo per il non sostegno da parte di Trump, ma anche per il comportamento di alcuni Paesi europei, che avrebbero esasperato l’allarme, anche l’Italia sembra nel mirino. Questo dente avvelenato chi andrà a mordere e come, a conclusione della crisi, nel lungo periodo, magari con la pazienza che distingue i cinesi? Quale cadavere vorranno vedere passare dalla riva?

Almeno per un giorno la Cina può essere sollevata dal fatto che il presidente Trump nel discorso sullo stato dell’Unione abbia detto cose carine su Xi Jinping e sebbene Trump abbia criticato il commercio con la Cina, la critica era nella natura di ciò che i suoi precedenti presidenti degli Stati Uniti avevano fatto di sbagliato ed è un messaggio che il presidente Trump ha già pronunciato quando ha discusso di ciò che vuole cambiare in merito alla politica commerciale. Per ora, Trump sembra prendere una posizione pubblica sul fatto che la Cina stia facendo gli sforzi appropriati per porre rimedio alla situazione del coronavirus e gli Stati Uniti sono disposti ad aiutare. Sfortunatamente per l’Europa, questo evento si verifica quando i governi si concentrano sulla Brexit. Alcuni governi, come in Italia o in Spagna, hanno anche a che fare con recenti elezioni nazionali o provinciali o instabili coalizioni del governo nazionale. La Francia sta affrontando mesi di proteste pubbliche dirompenti e violente sulla riforma delle pensioni. I tempi di una crisi sanitaria globale non sono mai buoni, ma per l’Europa il coronavirus arriva in un momento terribile. Pertanto è comprensibile se i governi europei impongono misure estreme per i viaggi con la Cina o per i visitatori provenienti dalla Cina; questa è la decisione politica più rapida e semplice da prendere piuttosto che avere una discussione interna dettagliata, e nessun governo vuole essere visto come lento nell’attuare misure per impedire la diffusione del coronavirus nel proprio paese. I leader europei hanno anche il vantaggio di due vertici previsti quest’anno con la Cina, il vertice regolare UE-Cina (probabilmente nell’aprile 2020, cui partecipano i capi delle istituzioni europee anziché gli Stati membri) e i leader degli stati membri dell’UE – Vertice della Cina (probabilmente in Settembre 2020, organizzato dal Cancelliere Angela Merkel). Ora potrebbe essere un momento sicuro per i leader europei per attuare solide restrizioni di viaggio per impedire la diffusione del coronavirus, perché la Cina ha meno probabilità di lamentarsi e cercherà invece di migliorare le relazioni future piuttosto che lamentarsi del recente passato.

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