mercoledì, Ottobre 27

Coronavirus e Salute, la scelta politica che non è stata fatta L’Istituto di ricerche sociali Tricontinental individua negli scarsi investimenti pubblici e nella provatizzazione della sanità i due elementi responsabili del disastro Covid-19 e presenta 16 punti per una rivoluzione copernicana della sanità nel mondo

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Per provare a capire perché il coronavirus Covid-19 ha sconvolto il mondo, come è stato possibile che un virus abbia fatto crollare le economie del mondo intero e il mondo stesso così come lo abbiamo conosciuto fino alle soglie del 2020, l’Istituto di ricerche sociali Tricontinental ha realizzato un dossier dal titolo ‘Health Is a Political Choice’.
Partendo dal dato di fatto che l’epidemia non solo era prevedibile, ma era stata ampiamente prevista, su alcuni Paesi campione (tra i più colpiti),mettendo al centro gli operatori sanitari, attraverso le loro voci, si provano radiografare le carenze che hanno causato il disastro.
Si tratta di carenze strutturali globali, comuni alla gran parte dei Paesi, a partire dall’Italia, dove, non a caso, nel mirino delle prime indagini post-Covid-19, dietro e alla base di tutto c’è la privatizzazione della sanità e gli scarsi investimenti pubblici sul settore. Questi due sono, secondo Tricontinental, le cause di fondo del disastro.

L’analisi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e la High-Level Commission on Health Employment and Economic Growth dell’ONU, nel 2016, esaminando la situazione del settore sanitario mondiale, avevano concluso che «Business as usual is untenable». Era appenaterminata l’epidemia di Ebola del 2014-2015 in Africa Occidentale, e, proprio guardando a quella epidemia, la Commissione OMS e ONU scrive:«Abbiamo visto come l’inazione e gli investimenti insufficienti cronici possano compromettere la salute umana e portare anche a gravi battute economiche e sociali. Investire negli operatori sanitari è una parte del più ampio obiettivo del rafforzamento dei sistemi sanitari e della protezione sociale e costituisce essenzialmente la prima linea di difesa contro le crisi sanitarie internazionali», stimando che entro il 2030 il mondo avrebbe avuto bisogno di almeno altri 40 milioni di operatori sanitari e di servizi sociali, e stimando altresì che ci sarebbe stata una carenza di almeno 18 milioni di operatori sanitari, molti dei quali nelle Nazioni più povere.

Trascorrono due anni, durante i quali non succede assolutamente nulla di quanto auspicato dalla Commissione, e nel 2018, a febbraio, microbiologi, zoologi ed esperti di sanità pubblica di tutto il mondo si trovano presso la sede dell’OMS a Ginevra e definiscono un nuovo elenco di virus pericolosi per l’immediato futuro. L’elencoconteneva una serie di virus, tra i quali SARS e MERS, Zika, ecc…, e uno in particolare, il virus X.
Come spiegato da un recente dossier della
Società Italiana di Intelligence (SOCINT) a cura di Luca Zinzula, il ‘fattore X’, la ‘malattia X’ indicavaun ipotetico patogeno sconosciuto e in grado di causare una grave epidemia in un futuro prossimo. «Non vi è dubbio che il SARS coronavirus 2 (SARS CoV-2), agente eziologico della Covid-19 (acronimo di coronavirus disease 2019), soddisfi pienamente i criteri per essere il primo patogeno X nella storia dell’umanità»,sostiene Luca Zinzula.
Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance,presente a quella riunione di Ginevra, condivide, eha dichiarato: «Il problema non è che la prevenzione era impossibile. È stato molto possibile. Ma non l’abbiamo fatta. I governi pensavano che fosse troppo costoso. Le società farmaceutiche operano a scopo di lucro».

Un anno dopo, nel settembre 2019, il Global Preparedness Monitoring Board ha avvertito che«il mondo non è preparato per una pandemia patogena respiratoria rapida e virulenta». Il rapporto è stato chiaro ed esplicito: «La pandemia di influenza mondiale del 1918 ha ammalato un terzo della popolazione mondiale e ucciso oltre 50 milioni di persone, il 2,8% della popolazione totale. Se un contagio simile si verificasse oggi con una popolazione quattro volte più grande e tempi di viaggio in qualsiasi parte del mondo meno di 36 ore, 50-80 milioni di persone potrebbero morire. Oltre ai tragici livelli di mortalità, una simile pandemia potrebbe causare panico, destabilizzare la sicurezza nazionale e incidere gravemente sull’economia e sul commercio globali». Ovvero: quasi esattamente, dettagliatamente quanto è accaduto e sta accadendo. L’avvertimento è caduto nel vuoto e infatti quelle previsioni si stanno avverando.

Nel settembre 2019, i leader mondiali si sono riuniti presso le Nazioni Unite per impegnarsi a favore dell’assistenza sanitaria universale entro il 2030. Gro Brundtland, già a capo dell’OMS, ha ribadito come l’assistenza sanitaria non possaessere lasciata al libero mercato, un tale modello permetterebbe solo ai ricchi l’assistenza sanitaria. C’è un urgente bisogno di finanze pubbliche.Ridurre i budget sanitari, ha affermato, l’ex capo OMS, è un «enorme errore».
L’attuale capo dell’OMS,
Tedros Adhanom Ghebreyesus, a settembre 2019 aveva detto che «la salute è una scelta politica», il 15 febbraio 2020, Ghebreyesus ha tenuto un discorso alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e tra il resto ha detto: si butta denaro per bloccare un focolaio «e quando finisce, ci dimentichiamo e non facciamo nulla per impedire il prossimo. Il mondo spende miliardi di dollari per prepararsi ad un attacco terroristico,ma poco per prepararsi all’attacco di un virus,che potrebbe essere molto più mortale e molto più dannoso dal punto di vista economico,politico, sociale», affermazione sostenuta anche dal fatto che con tutta probabilità Ghebreyesus avevainformazioni riservate molto più preoccupanti di quanto allora pubblicamente fosse noto circa il nuovo coronavirus che già aveva sconvolto la Cina.

Initiative for Policy Dialogue, International Confederation of Trade Unions (ITUC), Public Services International (PSI), European Network on Debt and Development (EURODAD) e The Bretton Woods Project (BWP) hanno elaborato una complessa analisi di 161 relazioni nazionali al Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel periodo 2018-2019, tale analisi dimostra che in particolare i governi delle Nazioni più povere sono stati pressati per indurli a ridurre le spese sanitarie.

Ma il problema riguarda in generale anche i Paesi più ricchi. Negli ultimi quarant’anni, l’austerity ha spinto i governi praticamente di tutto il mondo a ridurre la spesa sociale e sanitaria, i sistemi sanitari sono stati erosi.
L’impatto può essere sintetizzato così: «Riduzione della spesa pubblica per l’assistenza sanitaria; Aumento del coinvolgimento del settore privato nella fornitura di assistenza sanitaria; aumento delle cure mediche a pagamento; aumento della dipendenza dalle assicurazioni private per pagare i servizi medici; riduzione degli operatori sanitari, tagli dei loro salari e pensioni ed erosione del sindacato; aumento del prezzo delle cure mediche e dei farmaci.

Bernard Lown, tra il resto fondatore del Lown Institute, che si propone di riformare il sistema sanitario americano, circa la privatizzazione della sanità e del perché del suo non funzionamento ha affermato: «L’assistenza sanitaria non si presta all’efficienza dell’industrializzazione. L’assistenza sanitaria è un servizio personalizzato che resiste alla mercificazione ed è incompatibile con l’efficienza della catena di montaggio industrializzata o di altre tecnologie di produzione di massa. Tali basi sono ignorate dai sommi sacerdoti della medicina di mercato. La medicina di mercato è inoltre imperfetta perché devia le risorse economiche dalla comunità, dall’educazione medica e dalla ricerca. I profitti generati non vengono reinvestiti localmente ma vengono distribuiti agli investitori remoti e al senior management sotto forma di grandi dividendi, forti premi e salari notevoli. Il mercato è stato presentato come soluzione, ma ora sappiamo che è il problema».

Alla base di questi due erroric’è il credo dell’austerity, abbracciata in primis dalla Banca mondiale negli ultimi decenni, in particolare verso i Paesi più economicamente deboli, tra i quali quelli dell’America Latina. «Nel 1993, la Banca mondiale ha concentrato il suo rapporto sullo sviluppo mondiale sul tema della salute pubblica. Mentre la Banca ha chiesto un aumento della spesa pubblica in sanità, ha concentrato la sua attenzione su ciò che ha chiamato ‘Promuovere la diversità e la concorrenza’. Per ‘diversità’ e ‘concorrenza’, la Banca intendeva diversificare il settore sanitario aumentando il settore a scopo di lucro, che avrebbe offerto concorrenza al settore pubblico. Piuttosto che richiedere una copertura sanitaria universale, la Banca ha incoraggiato la creazione di regimi assicurativi privati, l’emergere di servizi di assistenza medica a scopo di lucro».

I danni, spiega Tricontinental, in America Latina sono particolarmente visibili in «Cile, Colombia,Perù ed Ecuador, che hanno visto aumentare i partenariati pubblico-privato nella fornitura di assistenza sanitaria, l’ingresso di schemi assicurativi orientati al profitto e la mercificazione generale dell’assistenza sanitaria. In questi Paesi, la pandemia COVID-19 evidenzia il disastro causato dalla distruzione dei sistemi di sanità pubblica. Il sistema sanitario dell’Ecuador è completamente crollato, con i corpi di molti di quelli uccisi da COVID-19 che si accumulanonelle strade».
Mentre la situazione argentina è diversa. In Argentina, dove, dopo i governi neoliberisti degli anni ‘90, si sono avuti governi progressisti dal 2003 al 2015 che, anche grazie alla forza del sindacato, hanno fatto importanti progressi sulla strada della difesa del diritto delle persone all’assistenza sanitaria e sui diritti degli operatori sanitari. Il Governo di Mauricio Macri (dal 2015 al 2019) ha tagliato pesantemente la spesa sanitaria, in fase ora di ripristino da parte del Governo del Presidente Alberto Fernández.
Il Brasile, che aveva uno tra i sistemi sanitari universali più forti al mondo, frutto delle lotte sociali condotte dalla gente. Ora, il sistema sanitario universale gratuito e completo del Paese, con i governi di destra è stato compromesso ed è sottofinanziato, il che lo ha reso particolarmentevulnerabile di fronte alla pandemia globale.

In India la lotta al coronavirus è nelle mani di900.000 Accredited Social Health Activist(ASHA), lavoratori attivisti della salute sociale.Questi operatori non hanno ricevuto dispositivi di protezione individuale, hanno dovuto improvvisare la propria protezione, e lavorano per una modesta remunerazione. Vanno di casa in casa in tutto il Paese per controllare le persone, consegnare medicine, controllare i sintomi di malattie ed eseguire cure mediche di base. Questi lavoratori sono diventati le persone più importanti nella lotta dell’India contro COVID-19. Non sono nemmeno trattati come lavoratori, bensì comevolontari’.

Tricontinental ha studiato le richieste dei sindacati degli operatori sanitari in tutto il mondo e, «sulla base di tali richieste, abbiamo creato un elenco». E’ un elenco di 16 punti.

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  1. Concentrare immediatamente la capacità di tutti i servizi sanitari, sia pubblici che privati, verso il trattamento di casi gravi di COVID-19.

  2. Fornire assistenza speciale alle regioni e alle comunità che sono gravemente colpite dalla pandemia.

  3. Applicare politiche come l’isolamento per arginare la diffusione del virus; istituire sussidi e politiche necessari per consentire ai lavoratori di obbedire alla quarantena senza soffrire la fame – compresi i lavoratori informali – come programmi di reddito minimo, rendita sociale, assicurazione di disoccupazione (anche per i non contributori) e consentire l’accesso di emergenza a proprietà inattive per fornire alloggi per quelli che ne hanno bisogno.

  4. Proteggere i lavoratori fornendo DPI e maschere di alta qualità, nonché altre attrezzature necessarie. I lavoratori in prima linea devono essere adeguatamente formati per affrontare la malattia.

  5. Garantire adeguate tessere di identificazione degli operatori sanitari per gli operatori sanitari di prima linea in modo che possano svolgere attività sanitarie essenziali senza affrontare multe, violenza o altre punizioni emesse dallo Stato in caso di isolamento, coprifuoco e ordini di quarantena.

  6. Aumentare in modo sostanziale i test COVID-19 per gli operatori sanitari.

  7. Aumentare le attrezzature per ospedali e altri centri medici, inclusi i ventilatori e i letti delle unità di terapia intensiva.

  8. Riconoscere che i lavoratori hanno il diritto di ritirare il lavoro se decidono che il lavoro comporta un rischio imminente per la loro salute o vita (questo si basa sulle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro 155 e 187).

  9. Distribuire immediatamente fondi per istituire scuole di formazione per operatori sanitari, compresi medici, infermieri e operatori sanitari pubblici.

  10. Aumentare gli stipendi degli operatori sanitari e pagarli su base frequente e regolare.

  11. Garantire i più generosi regimi di assicurazione sulla salute e sulla vita per gli operatori sanitari, che hanno maggiori probabilità di ammalarsi o morire a causa della malattia. A tutte le persone dovrebbe essere garantita l’assistenza sanitaria gratuita e universale.

  12. Garantire l’inclusione dei sindacati degli operatori sanitari nei comitati che formulano politiche per il settore sanitario in generale e per la crisi COVID-19 in particolare, e che hanno una voce nell’aiutare a determinare tali politiche.

  13. Incanalare immediatamente fondi significativi verso un’espansione dei programmi di sanità pubblica, anche per l’assistenza sanitaria di base, e aumentare le politiche di austerità.

  14. Spostare l’intero settore sanitario -dagli ospedali alle cliniche rurali, dai produttori di apparecchiature mediche ai produttori farmaceutici- nel settore pubblico.

  15. Convogliare immediatamente fondi adeguati per la ricerca relativa a questo virus e a virus simili.

  16. Garantire che le misure raggiunte nel periodo dell’epidemia siano mantenute dopo la sua risoluzione.

Proposte basilari sul quale il mondo intero potenzialmente converge e che sarebbe una rivoluzione copernicana per il sistema sanitario.

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