giovedì, Maggio 13

Corleone: la mafia voleva uccidere Alfano

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«Adesso dopo le rivelazioni di Corleone vediamo se Salvini, il bullo del quartierino, continuerà a insultare Alfano». Fabrizio Cicchitto reagisce così, prendendosela con il leader leghista Matteo Salvini, alla notizia che la mafia corleonese avrebbe voluto dare una «botta in testa», ovvero uccidere, l’agrigentino ministro dell’Interno. Detta così potrebbe sembrare una vendetta della criminalità organizzata contro un onesto ‘cacciatore di latitanti’ ritrovatosi, non si sa come, alla guida della Sicurezza del nostro paese. Ma, a leggere le intercettazioni pubblicate dai media, la storia sembra alquanto diversa. «Se c’è l’accordo gli cafuddiamo (diamo, ndr) una botta in testa», dicono due capi corleonesi intercettati, «sono saliti grazie a noi. Angelino Alfano è un porco. Chi l’ha portato qua con i voti degli amici? È andato a finire là con Berlusconi e ora si sono dimenticati tutti». Accuse di tradimento che, se dovessero rivelarsi fondate, riscriverebbero la storia dell’ex delfino senza quid di Silvio Berlusconi e della nascita stessa della sua creatura politica, il Nuovo Centrodestra. «Gli faremo fare la fine di Kennedy che prima è salito e poi se li è scordati (i mafiosi che lo avevano sostenuto ndr)», aggiungono i boss, arrabbiati con Alfano perché questi, contrariamente ai presunti accordi, avrebbe aggravato piuttosto che alleggerire il cosiddetto 41bis, il carcere duro per i mafiosi.

Oltre al piduista Cicchitto, anche gli altri alfaniani non sembrano curarsi dei dettagli e decidono di vergare una nota in cui lodano senza alcun dubbio la «bontà del suo operato» nella lotta alla mafia. Maurizio Lupi, il ‘mister Rolex’ presidente dei deputati del Gruppo Area popolare (Ncd-Udc), si lancia addirittura in un’ardita similitudine tra il suo capo e Giovanni Falcone. L’intera area centrista, dunque, ne approfitta per chiedere la fine della «campagna denigratoria» contro Alfano, con chiaro riferimento alle bordate di Lega e M5S sparate contro il responsabile del Viminale ritenuto un incapace. Anche la presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi (Pd), non sembra nutrire dubbi sull’estraneità di Angelino rispetto ai pesanti sospetti e non esita, quindi, ad offrirgli una incondizionata «solidarietà». Il partito renziano si schiera ovviamente come un sol uomo a difesa del prezioso, e per il momento insostituibile, alleato di governo. Da Luigi Zanda a Debora Serracchiani, passando per Lorenzo Guerini, è tutto un fluire di attestati di stima. Ma è il piddino siciliano Beppe Lumia ad aggiudicarsi per distacco la gara a chi si dimostra più duro chiedendo un ulteriore inasprimento del 41bis e la riapertura delle carceri di Pianosa e dell’Asinara. Unico strappo al cordone di solidarietà stretto intorno ad Alfano è la posizione del M5S che, con Riccardo Fraccaro, si domanda: «Non vi sembra grave che boss mafiosi dicano: ‘Il ministro dell’Interno eletto coi nostri voti, poi ci ha dimenticati’?».

Il maxiemendamento sulla legge di Stabilità presentato nella serata di ieri dalla maggioranza non aveva sorpreso nessuno. Così come il conseguente voto di fiducia di oggi non ha riservato colpi di scena. Il governo Renzi-Alfano-Verdini tiene con 164 voti. Unica nota stonata la perdita di 4 poltrone di maggioranza. Sono quelle degli ammutinati radunati intorno all’ex Ncd Gaetano Quagliariello che oggi, insieme a Carlo Giovanardi, non se l’è sentita di dire no a una legge che loro stessi hanno contribuito a scrivere. I due, dunque, si sono astenuti. Non così Andrea Augello che ha votato convintamente contro. Meno coraggioso Luigi Compagna, datosi alla macchia al momento del voto.

 

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