sabato, Ottobre 23

Coree: è quasi guerra?

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La mossa di Tsipras non ha però sorpreso Berlino, che fa sapere attraverso la Cancelliera Angela Merkel di auspicare «che la Grecia rispetti gli impegni assunti malgrado il probabile ricorso alle urne». Secondo il portavoce Steffen Seibert, durante il briefing con la stampa «gli accordi raggiunti sono validi, anche con le elezioni». Della stessa opinione il Ministero delle Finanze tedesco: «Speriamo che le riforme concordate si realizzino entro l’autunno. Nel caso fossero ritirate, questo significherebbe un ritiro dei pagamenti successivi».

Nel frattempo, lo Stato Islamico continua in Siria la propria strategia di pulizia etnico-confessionale, e lo fa radendo al suolo il monastero cattolico di Mar Elian a Qaryatain, a sud ovest di Homs. A darne notizia sono gli stessi miliziani, che hanno postato sui social media vicini all’Is le foto di bulldozer che distruggono il monastero assiro.
Costruito nel V secolo, il monastero di Mar Elian rappresentava una filiazione della comunità di Deir Mar Musa al Habashi, rifondata dal gesuita italiano, padre Paolo Dall’Oglio, sequestrato sempre dall’Isis il 29 luglio 2013 a Raqqa. Insieme a quest’ultimo, il priore, padre Murad, anch’esso rapito dai jihadisti, era impegnato da anni nel promuovere il dialogo e l’avvicinamento spirituale tra Islam e cristianesimo. Con la distruzione da parte dei jihadisti dell’IS del monastero di Sant’Elian, scompare infatti un altro tassello pregiato di quel che fu il mosaico comunitario siriano e mediorientale.

Segnali di distensione provengono invece dall’Iran, con la Gran Bretagna che riaprirà la propria ambasciata a Teheran dopo la chiusura nel 2011. Il ministro degli Esteri britannico, Philip Hammond, andrà infatti nel fine settimana a Teheran per la riapertura della sede diplomatica di Londra nella capitale iraniana come segnale di buona volontà nelle relazioni con il paese centro-asiatico dopo l’accordo sul nucleare.

Restano però forti gli screzi a Washington, con Barack Obama che si ritrova a difendere il proprio operato dai sempre più veementi attacchi provenienti non solo dai Repubblicani ma anche da una parte dei Democratici. «Anche dopo l’accordo sul nucleare gli Stati Uniti continueranno unilateralmente a mantenere una pressione economica e a mantenere le opzioni militari necessarie a scoraggiare un’aggressione iraniana». È quanto ha scritto Obama nella lettera inviata ai democratici del Congresso, che ancora sono scettici sull’accordo e indecisi sul voto da dare quando il Congresso, il mese prossimo, dovrà esprimersi in proposito.
Inoltre, il Presidente fa esplicito riferimento all’opzione militare: «Se l’Iran dovesse cercare di dirigersi verso le armi nucleari, tutte le opzioni a disposizione degli Stati Uniti, compresa quella militare, rimarranno sul tavolo, durante e dopo l’accordo». La lettera fa parte dello sforzo che l’amministrazione Obama sta conducendo in queste settimane per scongiurare il rischio che democratici scettici possano votare insieme alla maggioranza repubblicana contro l’accordo.

D’altronde, dopo il breve periodo in positivo, torna a crescere il tasso di disapprovazione degli americani nei confronti del Presidente Barack Obama. Secondo un sondaggio di Cnn e Orc, il 51% disapprova come l’inquilino della Casa Bianca stia gestendo la presidenza, mentre il 47% lo sostiene. Alla fine di luglio, invece, i giudizi negativi erano pari al 47%, mentre quelli positivi al 49%. La proiezione mostra inoltre che la maggioranza delle persone intervistate disapprova il modo in cui Obama sta gestendo l’economia e gli affari esteri: secondo il 52%, le politiche proposte da Obama porterebbero il Paese nella direzione sbagliata.

L’opinione peggiore il Presidente la incassa sulla gestione dell’Isis, con il 62% degli intervistati che giudica negativamente il suo operato. Ma va male anche sul fronte del nucleare iraniano, con il tasso di disapprovazione che in questo caso arriva al 60%, in una fase cruciale per l’avanzamento degli accordi sul nucleare con Teheran.

 

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