mercoledì, Settembre 22

Coree: è quasi guerra?

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Sale nuovamente la tensione nel trentottesimo parallelo. Il leader nordcoreano Kim Jong Un ha
infatti dichiarato oggi il ‘quasi stato di guerra’ con il vicino meridionale, e posto le truppe al confine con la Corea del Sud in assetto da combattimento. A riferirlo è l’agenzia di stampa sudcoreana ‘Yonhap‘, che cita i media di Pyongyang: «I comandanti dell’Esercito del Popolo Coreano sono stati rapidamente inviati presso le truppe in prima linea per guidare le operazioni militari destinate a distruggere le apparecchiature di propaganda psicologica e, se il nemico non interromperà la propaganda entro 48 ore, per prepararsi a possibili reazioni».
Ieri, fra le due Coree vi sono stati scambi di colpi d’artiglieria attraverso il confine, dopo i quali Pyongyang ha minacciato ulteriori azioni se la propaganda dal Sud non si fosse fermata. Le tensioni fra le Coree sono salite sin da quando soldati di Seul sono stati feriti ai primi di questo mese dallo scoppio di alcune mine, e ha raggiunto nei giorni scorsi un picco nell’escalation. Prima un intenso fuoco di artiglieria pesante e razzi in due ondate dal Nord in territorio sudcoreano, poi, dopo pochi minuti, la risposta del Sud, con decine di cannonate dirette verso le postazioni d’artiglieria di confine di Pyongyang.
L’incidente militare avvenuto ieri, il più grave da almeno cinque anni, è terminato senza feriti né danni particolari, ma segna un nuovo picco di tensione nell’ultima sacca della Guerra Fredda che potrebbe far prevedere una escalation nei prossimi giorni. Secondo l’agenzia ‘Yonhap‘, il capo dello Stato maggiore di Seul, in una lettera al Dipartimento dello Stato generale dell’esercito popolare, ha infatti riferito come i militari siano «pronti a reagire con ogni misura di autodifesa» e, nonostante fino ad oggi si sia sempre evitato un conflitto su larga scala tra le due Coree, la tensione resta altissima.

Si allarga, intanto, il fronte dell’emergenza umanitaria per i profughi che entrano in Europa, con la Macedonia che ha dichiarato ieri lo stato di emergenza mentre si trova ad affrontare un vero e proprio esodo di migranti che dalla Grecia tentano di entrare nel paese balcanico. Almeno otto persone sono infatti rimaste ferite stamani durante gli scontri tra la polizia macedone e i migranti che cercavano di attraversare il confine. Nonostante le equipe di Medici senza frontiere presenti sul posto stiano curando i feriti e offrono assistenza medico-umanitaria ai migranti raccolti nei pressi della cittadina di Idomeni, al confine tra la Grecia e la Macedonia, la situazione sembra diventare sempre più insostenibile.
Con una nota, MSF precisa come oggi sia stata prestata assistenza a circa dieci persone ferite dalle schegge delle granate utilizzate dalla polizia per disperdere la folla. «Sei di loro presentavano ferite minori e sono state trattate sul posto mentre 4 hanno richiesto il trasferimento in ospedale», viene precisato in una nota dell’associazione. «Uno di loro era stato anche picchiato da membri dell’Esercito macedone» si evidenzia. Nella sola giornata di ieri, MSF ha trattato più di 100 persone, il picco più alto da quando è stata avviata l’attività a Idomeni in aprile. Ed è soprattutto la Grecia a subire quest’anno un afflusso di migranti senza precedenti: finora ne sono arrivati oltre 160mila, gran parte dei quali provengono dalla vicina Turchia. E il flusso sembra inarrestabile.

Grecia che si trova ad affrontare anche una nuova crisi politica, con le dimissioni del premier Alexis Tsipras, che hanno provocato un terremoto politico all’interno del piccolo Paese mediterraneo. In un discorso in diretta tv alla nazione, il premier greco ha infatti annunciato il suo ritiro: «Ho la coscienza a posto, in questi mesi ho combattuto per il mio popolo», ha detto Tsipras, rivendicando diversi successi nonostante le difficoltà di questi mesi. «Vogliamo un forte mandato, un Governo stabile e la solidarietà con la società che vuole le riforme in senso progressista», ha aggiunto l’ex premier ellenico. Le elezioni anticipate, a questo punto, sembrerebbero praticamente scontate e potrebbero essere organizzate già in settembre.
Come prima conseguenza, l’ala sinistra di Syriza ha rotto gli indugi e ha annunciato oggi la formazione di un nuovo gruppo parlamentare, Unità Popolare (Lae), guidato dall’ex ministro dell’Energia Panagiotis Lafazanis, come primo passo verso la formazione di un nuovo partito. Con i suoi 25 deputati, Lae diventa la terza forza politica del paese dopo Syriza e Nuova Democrazia. Ciò significa che il suo leader riceverà il mandato per formare un nuovo Governo se, come probabile, fallirà la missione ora affidata a Evangelos Meimarakis di Nuova Democrazia.
La rottura da parte dell’ala sinistra di Syriza era nell’aria sin da quando una parte del partito si è ribellata in luglio all’intesa raggiunta a Bruxelles con i creditori internazionali. Leader della Piattaforma di Sinistra, in seno a Syriza, il 63enne Lafazanis era stato scelto da Tsipras come ministro dell’Energia. Ma è stato poi destituito, dopo essere stato uno dei principali critici dell’accordo di Bruxelles, da lui definito ‘inaccettabile’.

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