martedì, ottobre 23

Corea: quando politica e diplomazia entrano nello sport Tutte quelle volte in cui la politica è stata protagonista di eventi sportivi

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Il 9 febbraio si terrà la XXIII edizione dei Giochi Olimpici invernali, quest’anno ospitati dalla città sudcoreana di Pyeongchang, a 180 chilometri dalla capitale Seul e a 700 metri di altitudine sul livello del mare. Come qualsiasi evento che si tiene in prossimità del caldissimo 38° parallelo che separa le due Coree, anche le Olimpiadi di quest’anno verranno tenute sotto stretta sorveglianza: le recenti affermazioni del Presidente nordcoreano Kim Jong-un, circa la presenza del famigerato ‘bottone nucleare’ sulla propria scrivania, non fanno presagire nulla di buono, al di là del fatto che si tratti o meno semplicemente di una sparata propagandistica.

Tuttavia, lo sport può anche essere un’occasione per riavvicinare i due Paesi, come dovrebbe avvenire in un incontro del 9 gennaio, quando i rappresentanti delle due Coree si incontreranno per definire le modalità di partecipazione alla manifestazione degli unici due atleti nordcoreani qualificati alla competizione olimpica, i pattinatori artistici Ryom Tae-ok e Kim Jun-sin. D’altronde, già in passato le due Coree avevano dimostrato di essere più unite nello sport che nelle altre questioni: nelle passate edizioni dei Giochi Olimpici, infatti, gli atleti dei due Paesi asiatici avevano sfilato insieme e sotto un’unica bandiera creata per l’evento durante la cerimonia di inaugurazione, a segnalare una vicinanza, se non un’unione, profonda fra i due popoli, che andava oltre ogni divergenza e ogni contrasto politico, diplomatico e militare che ormai da oltre sessant’anni separa, in un clima di conflitto perenne, le popolazioni della penisola nordcoreana.

Lo sport in più di un’occasione si è dimostrato più capace e più pronto a raccogliere gli stimoli e le istanze di pace, o comunque di distensione, e la diplomazia, in qualche frangente, se ne è servito.
Il caso più famoso e del quale più spesso si è sentito parlare è quello della ‘diplomazia del ping-pong’, come è passata alla storia, che ha permesso a Stati Uniti e Cina di riavvicinarsi dopo anni di gelo. Erano gli anni ’70, la Cina era diventata comunista da ormai circa vent’anni e gli Stati Uniti avevano interrotto ogni contatto diplomatico con il gigante asiatico governato da Mao, considerando come legittimo interlocutore cinese il Governo repubblicano di Taiwan (che, tutt’oggi, si considera, perlomeno sulla carta, come il Governo cinese legittimo). Nel 1971, la Repubblica Popolare Cinese invitò la nazionale americana di tennis tavolo, impegnata in quei giorni in Giappone, per un ciclo di incontri amichevoli fra americani e cinesi in suolo cinese: i membri della squadra americana furono i primi statunitensi a mettere piede in Cina da quando Mao era al potere (l’evento, storico, venne anche ripreso nel film ‘Forrest Gump’, con Tom Hanks nel ruolo del protagonista). Solo un anno più tardi, nel 1972, era il turno del Presidente degli Stati Uniti d’America Richard Nixon. Quello che non era riuscito a fare (o non aveva voluto fare) la diplomazia, venne fatto dal ping-pong, tanto che la Cina tentò di replicare questo stratagemma per aprirsi al mondo anche con altri Stati, con alterne fortune.

Lo sport ha avuto il suo ruolo di primo piano nelle risoluzioni delle questioni politiche e sociali anche in Sudafrica, quando, in occasione dei mondiali di rugby del 1995 organizzati proprio  nello Stato appena uscito dall’apartheid, gli Springboks (così si chiama la nazionale sudafricana di rugby) riuscirono a vincere la competizione. Fu un fatto di importanza capitale: in quanto rappresentanti della cultura bianca occidentale, gli Springboks venivano considerati dalla maggioranza nera come la squadra degli oppressori e, dal canto loro, gli ‘afrikaner’ (i sudafricani di origine occidentale) rivendicavano la nazionale come simbolo della propria identità culturale. Con un lavoro di diplomazia interna operato dall’allora Presidente Nelson Mandela, gli Springboks divennero il simbolo di un Sudafrica più integrato, meno spaccato dalle divisioni e dai contrasti fra neri e bianchi: di nuovo lo sport era riuscito dove la politica era fallita.

Per la propria qualità di cassa di risonanza mondiale, lo sport è stato anche veicolo per mandare segnali importanti, messaggi rivoluzionari. Come non ricordare il caso delle Olimpiadi di Città del Messico, quando i due duecentometristi afroamericani Tommie Smith e John Carlos, sostenuti dall’australiano Peter Norman, secondo classificato nei 200 metri piani? I due americani si presentarono alla premiazione indossando un guanto nero, alzando il pugno chiuso e chinando il capo durante l’inno americano, per protestare contro il razzismo negli Stati Uniti e in favore delle lotte dei neri, mentre l’australiano solidarizzò con la protesta indossando una spilla. Gli atleti divennero simbolo delle lotte per i neri, ma vennero pesantemente ostracizzati in patria, anche l’australiano, bianco, colpevole di aver sostenuto la protesta dei suoi colleghi neri. Nelle stesse Olimpiadi, anche la ceca Vera Časlavska, in polemica contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e anch’essa, sensibilizzando il mondo sulla condizione di oppressione della popolazione cecoslovacca, ne ottenne in cambio il ritiro forzato dalle competizioni.

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