lunedì, Maggio 17

Corea del Nord: su cosa si basa la campagna anti-Trump? La penisola coreana ha una lunga storia di scambi di insulti, che sono diventati un elemento fondamentale della sua propaganda

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John Di Moia, professore di storia presso l’università di Singapore, in suo articolo intitolato ‘Sound of a dog barking’: history reveals the significance of this North Korean insult to Trump, fa luce sulla campagna propagandistica della Corea del Nord che si basa, essenzialmente, su un linguaggio acido e corrosivo, volto a indebolire il nemico.

Fin dai primi anni ’90, i nordcoreani hanno utilizzato come strumenti per deridere il nemico: la parodia e frasi ad effetto. Recentemente, Ri Yong-ho, Ministro degli Esteri nordcoreano, ha ridicolizzato il Presidente americano Donald Trump, paragonando le sue altisonanti minacce al latrato di un cane.

Per i nordcoreani, essere paragonati ad un cane o ad un animale è profondamente offensivo, per di più, se ci riferisce ad un esponente politico di spicco, come il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, la situazione peggiora. Tali rivendicazioni consentono alla leadership nordcoreana di imporre il suo dominio come super potenza a livello mondiale.

La penisola coreana ha una lunga storia di scambi di insulti, che sono diventati un elemento fondamentale della sua propaganda. Si pensi che la Corea del Nord aveva già adottato questo sistema durante il periodo della guerra coreana (1950-1953). Solitamente, il Governo prende di mira degli avversari politici e li paragona a degli animali parlanti che utilizzano frasi tipiche della cultura coreana.

Questo scambio di insulti è già iniziato nel 1948, quando le Nazioni Unite hanno sponsorizzato le prime elezioni che dovevano accadere dopo la divisione della penisola coreana in Corea del Nord e Corea del Sud. Si è intensificato a metà degli anni ’90, in quanto la Corea del Nord ha cercato di acquisire la tecnologia nucleare, e si è rafforzato, ancor di più, a partire dal 2006.

Oggi, i manifesti della propaganda nordcoreana usano comunemente frasi come ‘bastardo americano’ o ‘imperialismo americano’, raffigurando i loro avversari come soldati esagerati nelle forme. I soldati, infatti, possono avere il viso deformato e sembianze fisiche trasformate.

Questo modo di fare propaganda, ovvero utilizzando dei manifesti affissi per le strade delle città, risale alle fasi successive della guerra coreana, quando il nord fu sottoposto ad un intenso bombardamento americano, e hanno lo scopo di ricordare ai cittadini nordcoreani lo storico antagonismo che c’è fra Stati Uniti e il loro Paese.

Al contrario, la propaganda anticomunista americana degli anni cinquanta, si basava su immagini del comunismo internazionale, che raffiguravano una serie di frecce che collegavano l’Asia nordorientale.

Le due Coree, ormai Nazioni indipendenti, hanno iniziato ad usare questo tipo di simbologia dopo la guerra di Corea. A metà degli anni sessanta, infatti, la Corea del Sud stampava poster nei quali veniva raffigurato un polpo gigante, con il volto di Mao, che minacciava, con i suoi tentacoli, il Vietnam e il Sud-Est asiatico.

Sotto il Presidente Park Chung-hee (1961-1979), i bambini sudcoreani hanno ricevuto un’istruzione anti-comunista; mentre i bambini nordcoreani leggevano libri di testo, spesso, illustrati con figure demoniache con lunghi ed affilati artigli e corna in testa. Questo tipo di immagini è perdurato fino alla metà degli anni ’80.

Durante gli anni ’90, invece, è avvenuta una trasformazione sorprendente, dato che i nordcoreani sono stati raffigurati, sia nei cinema sudcoreani che nella cultura popolare, come esseri umani. Questo cambiamento di immagine riflette, perfettamente, un periodo di tregua, lontano dal precedente scambio di insulti, anche se ciò non è servito a nulla, perché la strategia della Corea del Sud non è riuscita a persuadere la Corea del Nord a rinunciare alle sue ambizioni nucleari.

Ciò dimostra che i rapporti fra i vari Paesi in conflitto sono sempre più difficili e il linguaggio resta un valido strumento per assoggettare un popolo e far capire, al mondo, chi detiene il potere.

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