martedì, Ottobre 26

Corea del Nord: il tempo della ‘pazienza’ è finito, ora è tempo di ‘coraggio’ Pyongyang si è risvegliata e ha deciso di alzare l'asticella della sfida. La scampanellata alla Casa Bianca è da prendere seriamente. Biden fino ad ora è stato latitante, ora deve trovare il 'coraggio strategico'

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Nel fine settimana dell’11 e 12 settembre, la Corea del Nord ha lanciato con successo missili da crociera a lungo raggio di nuova concezionecolpendo obiettivi a 1.500 chilometri di distanza, dopo aver volato per più di due ore. L’annuncio è arrivato lunedì 13 settembre dall’agenzia stampa ufficiale di Pyongyang, la ‘KCNA‘, alla vigilia dell’incontro tra Sung Kim, rappresentante speciale del Dipartimento di Stato per la Corea del Nord, con i suoi omologhi del Giappone e della Corea del Sud. Secondo ‘KCNA‘, il missile da crociera a lungo raggio è «un’arma strategica di grande importanza» e fa parte del piano di sviluppo degli armamenti annunciato dal leader supremo Kim Jong-un durante il congresso del partito a gennaio.
Nelle scorse ore, poi,
Pyongyang ha duramente criticato l’accordo AUKUS. Secondo un funzionario del Ministero degli Esteri non identificato all’agenzia ‘KCNA, si tratta di atti«estremamente indesiderabili e pericolosi che sconvolgeranno l’equilibrio strategico nella regione Asia-Pacifico e scateneranno una corsa agli armamenti nucleari» . Il funzionario ha avvisato che la Corea del Nord sta esaminando attentamente l’accordo e procederà con la«corrispondente contropartita» se avrà «anche solo il minimo effetto negativo sulla sicurezza del nostro Paese».
A fine agosto, l’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), sosteneva che la Corea del Nord molto probabilmente ha ripreso l’attività del reattore nel complesso di Yongbyon, il principale sito nucleare del Paese, mettendo fine a una interruzione che era in atto da dicembre 2018. Dai primi di luglio, secondo il rapporto AIEA, ci sono indicazioni compatibili con la ripresa delle operazioni del reattore. Se fosse confermato, ciò significherebbe che la Corea del Nord avrebbe ripreso a potenziare il suo arsenale nucleare.
Nella riunione del 14 settembre, i diplomatici di Giappone, Stati Uniti e Corea del Sud hanno invitato la Corea del Nord a tornare al tavolo dei negoziati sul suo programma nucleare e missilistico. Il rappresentante speciale degli Stati Uniti per la politica della Corea del Nord Sung Kim ha chiesto alla Corea del Nord di «rispondere positivamente alle nostre molteplici offerte di incontrarsi senza precondizioni».

La Corea del Nord ha risposto lanciando due missili balistici a corto raggio il 15 settembre, in occasione del 71° anniversario dello sbarco di Inchon, un evento cruciale nella guerra di Corea che ha cambiato le sorti di entrambe le Coree. Il Sud ha risposto conducendo un lancio di missili subacquei.

Pyongyang, dunque, si è risvegliata e ha deciso di alzare l’asticella della sfida. Ma perchè proprio ora Kim Jong-un decide di suonare il campanello della Casa Bianca? Una mattana del ‘pazzo’ Kim, come lo definiva l’ex Presidente Donald Trump? Per niente, anzi, questa del ‘pazzo Kim’ è una narrazione pericolosa perchè fuorviante. Un ex psichiatra del Dipartimento di Stato, Kenneth Dekleva, che crea profili psicologici di leader stranieri, ha dichiaratoalla ‘National Public Radio‘ «Penso che la teoria del pazzo fosse sbagliata», «Direi che è intelligente, che è un diplomatico molto, molto esperto, un leader con un senso di solennità. Vuole essere un giocatore sulla scena mondiale».
Dunque la scampanellata alla Casa Bianca e all’intera comunità internazionale è da prendere seriamente. Prima di tutto da parte del Presidente Joe Biden, il quale, riconoscono tutti gli analisti, in questi mesi si è dimostrato latitante. Vuoi perchè concentrato sulle problematiche interne, Covid-19 in primis, piuttosto che sulla grana del ‘fallimento Afghanistan‘ e ora su AUKUS, vuoi, più probabilmente, perchè ancora una linea precisa non è stata identificata o comunque decisa, anche perchè, affermano gli esperti, a causa della mancanza di chiarezza sul programma nucleare della Corea del Nord, le agenzie e i funzionari della comunità dell’intelligence statunitense, nonché i vertici militari, faticano a valutare le caratteristiche e le capacità del programma.
Per tanto il
problema, secondo gli analisti, sta proprio a Washington.

Secondo Sung-Yoon Lee, docente di studi coreani alla Tufts University, Kim sta seguendo il solito copioneagire in modo bellicoso, sparare missili e poi aprirsi alla trattativa e attendere le concessionie «i tempi sono maturi per una graduale escalation». Gli Stati Uniti stanno cercando di riprendersi dopo il ceffone Afghanistan, hanno mandato segnali di forza con AUKUS ma sono ancora storditi, e «Pyongyang tende ad aumentare le tensioni quando percepisce la debolezza militare» americana. Lee cita i precedenti storici, che vanno dal Vietnam -nel 1968 e nel 1969, la Corea del Nord lanciò diversi attacchi letali contro obiettivi sia americani che sudcoreani- all’Iraq -nel 2006, Kim Jong Il, padre di Kim Jong Un e leader della Corea del Nord all’epoca, ordinò il primo test nucleare. Ora «Pyongyang sta costantemente esercitando pressioni sull’Amministrazione Biden per vedere fino a che punto può spingersi».
«La preoccupazione della comunità internazionale è che Kim possa sfruttare uno qualsiasi dei tanti grandi anniversari in arrivo per aumentare ulteriormente le tensioni. Il 10 ottobre è il giorno della fondazione del partito. Fu alla vigilia del giorno festivo del 2006 che la Corea del Nord condusse il suo primo test nucleare. Nel frattempo, il 29 novembre segna il
quarto anniversario del più grande test di missili balistici intercontinentali del Paese fino ad oggi. Pertanto, un importante test sulle armi questo autunno non dovrebbe essere inaspettato. Rientrerebbe nello schema del fare alternativamente bene e poi agire in modo bellicoso, che ha segnato la routine diplomatica della Corea del Nord per decenni. Ed è del tutto prevedibile».
Secondo altri osservatori,
la Corea del Nord potrebbe perfino decidere di testare Joe Biden testando nuovi sistemi missilistici e forse piattaforme di armi che potrebbero colpire gli Stati Uniti con un carico atomico. Secondo il recente punto della situazione condotto dal ‘Bulletin of the Atomic Scientists‘, la Corea del Nord «potrebbe aver prodotto materiale fissile sufficiente per costruire da 40 a 50 armi nucleari e che potrebbe aver assemblato da 10 a 20 testate».
Pyongyang è intenta a sviluppare un programma missilistico per rafforzare la sicurezza nazionale. Kim Jong Un ha annunciato la sua intenzione di sviluppare più armi e aumentare le capacità militari del Paese nei confronti degli Stati Uniti e della Corea del Sud all’ottavo congresso del Partito dei lavoratori, a gennaio.
I lanci di missili «sono esattamente ciò che sembrano: test sulle armi progettate per aumentare le sue capacità militari», afferma Mitch Shin, capo corrispondente dalla Corea di ‘The Diplomat‘. La Corea del Nord ha costantemente dichiarato che non avrebbe mai smesso di costruire armi nucleari sempre più avanzate in quantità maggiori.

Posto ciò, è Washington che ora deve agire. Lo deve fare intanto dimenticando il principio della ‘pazienza strategica’.
«In assenza di un’agenda positiva, il Presidente Biden entrerà in una crisi con la Corea del Nord», afferma Jessica Lee, ricercatrice senior presso il Quincy Institute, esperta dell’Asia orientale ed ex membro dello staff del Congresso. «
Invece di aspettare passivamente che la Corea del Nord avvii il dialogo o faccia concessioni relative alle armi nucleari in anticipo, Biden avrebbe dovuto schierare tutta la forza dell’apparato di politica estera degli Stati Uniti all’inizio dell’Amministrazione con un chiaro obiettivo finale in mente, che si tratti di una soluzione politica alla guerra di Corea o un graduale allentamento delle sanzioni guidate dagli Stati Uniti come parte di un più ampio processo di riduzione/denuclearizzazione». Una politica coraggiosa sarebbe stata in linea con «la visionedi Biden di fare della diplomazia il centro della politica estera degli Stati Uniti. Avrebbe anche dato vita alla moribonda cooperazione intercoreana, come la costruzione di ferrovie intercoreane, come promesso nella Dichiarazione di Panmunjom del 2018».
Biden invece «ha adottato un approccio decisamente di basso profilo». Il Presidente, annota Jessica Lee, «non ha fatto un solo discorso sulla Corea del Nord da quando è entrato in carica, nè ha chiaramente esposto al popolo americano quale è la posta in gioco, nonostante la retorica alla sua prima conferenza stampa affermando che la Corea del Nord è la principale sfida di politica estera degli Stati Uniti. Il suo rappresentante speciale per la politica della Corea del Nord e ambasciatore degli Stati Uniti in Indonesia, Sung Kim, è praticamente invisibile a Washington, con la sua più recente e lunga dichiarazione sulla posizione degli Stati Uniti sulla Corea del Nord che è apparsa su un giornale sudcoreano anziché su un giornale americano».
Dall’altra parte, «i nordcoreani sembrano ugualmente disinteressati a dare priorità ai colloqui con gli Stati Uniti», i funzionari nordcoreani «potrebbero aver concluso che Washington è troppo divisa politicamente per raggiungere e attenersi a qualsiasi accordo», e che gli USA mai accetteranno un «accordo che includa la Cina a causa della profonda rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina».

Altresì, c’è da mettere in conto, secondo l’analista del Quincy Institute, la scarsa conoscenza che i congressisti americani, solitamente molto propensi alla linea dura contro Kim, hanno della Corea del Nord. «Washington e Pyongyang devono essere più in sintonia con i cambiamenti che stanno avvenendo in entrambi i Paesi».
«Negli Stati Uniti,
c’è un crescente appello tra gli esperti della Corea del Nord e i leader non governativi per una politica che non sia né di escalation, né destabilizzante, guidata dalla convinzione che l’era della Guerra di Corea, la mentalità della Guerra Fredda associata alla spinta a mantenere il dominio degli Stati Uniti e il primato, è insostenibile e non necessaria per promuovere gli interessi fondamentali dell’America nella regione». La posizione è condivisa anche dai militari. «Ad esempio, l’ex comandante del comando delle forze combinate della Repubblica di Corea-USA, Vincent Brooks, e l’ex vicecomandante del comando delle forze combinate della Repubblica di Corea-USA, Ho Young Leem, hanno recentemente scritto un articolo su ‘Foreign Affairs chiedendo un grande accordo con la Corea del Nord, che affronti le fonti delle insicurezze della Corea del Nord, in particolare l’insicurezza economica, in cambio di progressi sulla denuclearizzazione». Descrivono lo status quo come «inaccettabile» e invitano i politici americani a cercare un futuro migliore «senza passare ancora una volta per il crogiolo della guerra».
Anche al Congresso qualcosa si sta muovendo nella direzione auspicata da esperti e militari. Ad esempio, a maggio al Congresso è stato presentato un disegno di legge volto a porre fine formalmente alla guerra di Corea. Il disegno di legge, presentato da un congressista democratico, ha recentemente ottenuto un co-sponsor repubblicano, aumentando le possibilità di approvazione. Si tratta di un vento di cambiamento che non riguarda solo la Corea del Nord, afferma Lee. «Anche l’uso eccessivo delle sanzioni economiche come strumento per punire gli avversari sta ottenendo nuova attenzione a Washington, stimolato in parte da una coalizione transpartisan che chiede all’Amministrazione Biden di riformare il suo programma di sanzioni».
E «proprio come gli atteggiamenti nei confronti della Corea del Nord a Washington possono evolversi,
è possibile che anche la Corea del Nord sia alle prese con dei cambiamenti. Certo, l’opacità del regime nordcoreano rende difficile accertare il valore dei cambiamenti interni in atto nel Paese. Ma i recenti eventi in Corea del Nord suggeriscono che potrebbero essere in corso profondi cambiamenti. Ad esempio, Kim Jong Un alla seconda riunione dell’Ufficio politico di giugno ha discusso di una ‘grande crisi’ incombente nella sicurezza delle persone a causa dell’incapacità degli alti funzionari di arginare la pandemia di Covid. Questo è stato seguito da sostituzioni di personale su larga scala, sostituzioni diventate più frequenti dall’inizio del 2020, in coincidenza con l’inizio della pandemia. Un altro sviluppo che potrebbe non essere sul radar della maggior parte degli americani è il cambio di leadership all’interno del sistema politico nordcoreano e cosa potrebbe significare per la diplomazia USA-Corea del Nord. Secondo Andrei Lankov, che ha riesaminato il testo integrale delle regole del Partito dei lavoratori di Corea approvate a gennaio all’VIII Congresso del Partito, le modifiche agli articoli 26 e 28 includono la nomina del primo vice del segretario generale, equivalente al vicepresidente degli Stati Uniti. Questa nuova posizione potrebbe segnalare problemi di salute da parte di Kim Jong Un o un tentativo di dissipare le responsabilità in un momento di peggioramento delle condizioni interne. In ogni caso, ciò indica la fondamentale necessità di canali di gestione delle crisi e di accesso a informazioni affidabili sulle condizioni interne della Corea del Nord. È necessaria una comprensione più profonda dei cambiamenti politici interni in corso per evitare costosi errori di calcolo che potrebbero portare a conflitti».

Pyongyang è abituata a far seguire a una escalation un’altra escalation più grande, alzando via via la posta. «L’unico modo per rompere quel ciclo è che Joe Biden faccia ciò che nessun Presidente degli Stati Uniti ha osato fare: prendere l’idea della piena denuclearizzazione e renderla ambiziosarispetto alla prima e unica metrica di successo con la Corea del Nord», afferma Harry J. Kazianis, direttore senior del Center for the National Interest di Washington. «Questa Amministrazione deve ammettere a se stessa una dura verità di politica estera, che Pyongyang non rinuncerà mai alle sue armi nucleari». Biden dovrà fare della«denuclearizzazione l’obiettivo finale di un lungo processo di creazione di un nuovo rapporto con la Corea del Nord», aprendosi a una gamma completamente nuova di opzioni diplomatiche.
Ad esempio, disponibilità a offrire sollievo dalle sanzioni. «Se ciò dovesse portare a un accordo più piccolo e non nucleare, i prossimi passi potrebbero essere la fine della guerra di Corea una volta per tutte, un evento di trasformazione molto più significativo di quanto potrebbe mai essere la fine della guerra in Afghanistan. Potrebbero quindi essere aperti uffici di collegamento, seguiti da ulteriori colloqui sul controllo degli armamenti convenzionali seguiti da piccoli passi verso il limite dei programmi nucleari e missilistici di Pyongyang, assicurando anche che Kim non venderebbe mai quella tecnologia al miglior offerente. Ulteriori sanzioni verrebbero meno in un processo graduale, scambiando concessione per concessione. Se le cose dovessero andare abbastanza bene, gli Stati Uniti potrebbero persino ridimensionare in modo massiccio la loro impronta militare complessiva nella penisola coreana».

Ieri, il Presidente sudcoreano Moon Jae-in, in una intervista esclusiva a ‘ABC News‘, ha affermato che crede che ci sia una «possibilità di riprendere i colloqui» e quindi di trovare «un modo, un percorso verso la soluzione». E in sede di Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Joe Biden ha detto «cerchiamo una diplomazia seria e sostenuta per perseguire la completa denuclearizzazione della penisola coreana», «cerchiamo progressi concreti verso un piano disponibile con impegni tangibili che aumentino la stabilità nella penisola e nella regione, oltre a migliorare la vita delle persone nella Repubblica popolare democratica di Corea».
Gli esiti di questa ricerca della Casa Bianca, in positivo o in negativo, probabilmente si vedranno nei prossimi mesi. Resta il problema di fondo che potrebbe essere la garanzia del fallimento: la denuclearizzazione è l’obiettivo dell’Amministrazione Biden, Kim Jong-un ha ripetutamente promesso che non rinuncerà mai al nucleare -e ha dimostrato di saper mantenere la promessa- e alla pretesa di essere trattato come uno Stato nucleare. Queste due posizioni sono precondizioni, per tanto non esiste un percorso diplomatico praticabile. A meno che Stati Uniti e Nazioni Unite non mettano da parte la loro dottrina su chi possa essere e chi non possa essere uno Stato nucleare, e trovino il ‘coraggio’ invocato da Harry J. Kazianis.

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