venerdì, Luglio 30

Corea del Nord, hacker americani dietro all’ultimo test fallimentare?

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Se gli USA flettono i muscoli mobilitando portaerei ed eserciti, la Cina – comprensibilmente, vista la sua relazione con il turbolento e piccolo vicino – continua ad insistere per una soluzione diplomatica al problema della Corea del Nord e dei continui sforzi del Paese per sviluppare armi nucleare a lunga gittata.

Durante una conferenza stampa dedicata al prossimo forum sulla cooperazione internazionale che si terrà in Cina il 14 e 15 maggio, Wang Yi, Ministro degli esteri di Pechino, ribadisce la sua posizione «a favore della denuclearizzazione e della soluzione diplomatica […] lavorando con tutti i Paesi». Le sanzioni rimangono l’arma preferita dalla Repubblica Popolare Cinese, forte della sua posizione di forza nei confronti di Pyongyang, che vede l’80% dei suoi rapporti commerciali indirizzato verso Pechino. Sul ‘Global Times‘, il giornale considerato più vicino al Partito Comunista e al Governo cinese, un editoriale si auspica una maggiore “flessibilità” da parte degli USA, che hanno recentemente preoccupato la Cina, abituata da anni alla ‘pazienza strategica’ dell’Amministrazione Obama e che deve ora reagire alla linea dura di Donald Trump, che ha promesso che gli Stati Uniti «risolveranno il problema da soli», se Pechino non avesse aiutato abbastanza Washington nella questione coreana.

Sorgono comunque sospetti sulla reale azione di Obama negli otto anni passati. L’ultimo lancio missilistico, avvenuto contemporaneamente alla visita di Mike Pence nei Paesi alleati agli USA in estremo oriente, sarebbe fallito – stando ai sospetti di Malcolm Rifkind, ex-Ministro degli esteri britannico – per merito dei «metodi informatici» con i quali gli USA avrebbero sabotato diversi altri test nord-coreani. Il ‘New York Timesparla in effetti di una «guerra cibernetica segreta» che Trump avrebbe ereditato dai precedenti anni di Obama. Troppo tardi per impedire il prolificare di armi nucleari in Corea, apparentemente, e, dunque, il sabotaggio per via informatica dei singoli lanci resterebbe l’unica opzione difensiva sul tavolo – esclusa ovviamente quella di un attacco preventivo vero e proprio. L’ordine di «preparare attacchi elettronici e cibernetici» da sferrare nei primi secondi dal lancio degli ordigni sarebbe stato impartito tre anni fa. L’anno scorso il numero di test nordcoreani falliti è aumentato visibilmente. Il sospetto dell’attacco cibernetico sarebbe tutt’altro che sorprendente: è stata una via già sperimentata da Israele, impegnato a contrastare un altro programma nucleare – quello dell’Iran. Il caso nord-coreano sarebbe tuttavia più complesso. In Iran gli attacchi bersagliavano un singolo impianto nucleare. In Corea i missili vengono continuamente spostati e ‘nascosti’ in siti diversi.

Ad ogni modo, stando al report del New York Times, la serie di attacchi avrebbe dato agli Stati Uniti un enorme vantaggio «rallentando di diversi anni la data in cui la Corea del Nord sarebbe stata in grado di colpire le città americane». D’altro canto Kim Jong-un ha detto di essere alle «fasi finali» nella preparazione dei missili intercontinentali in grado di colpire gli Stati Uniti. Rifkind ribadisce che «quando si parla di armi nucleari […] sono una Nazione avanzata. Questo resta un fatto». Talmente avanzata che pare che l’agenda coreana fosse la ‘top-priority’ per il Governo quando Obama lasciò la Casa Bianca. Motivo per cui Trump ha sacrificato i rapporti con la Russia per lanciare l”avvertimento’ dei 59 missili in Siria a Pyongyang?

Alla linea Trump si è immediatamente adattato anche Kim Jong-un, che ha minacciato una guerra nucleare se gli Stati Uniti avessero continuato a ‘provocare’ la Corea del Nord, dichiarando poi che i test missilistici non si sarebbero fermati. Il vice-Presidente americano Mike Pence in visita a Seul ha ribadito che l’opzione militare resta sul tavolo, mentre Trump ha ironizzato dichiarando che il ‘Leader supremo’ «deve imparare a comportarsi bene». Non sembra però in vena di scherzi il Giappone, che tenta di ‘forzare’ la legge in modo da considerare i recenti lanci di missili nordcoreani come una “minaccia evidente di aggressione”, e poter dunque procedere con la preparazione delle forze militari. Anche Shinzo Abe, tuttavia, sembra voler fare pressione su Pence – che ha visitato anche il Giappone – perchè prediliga una soluzione diplomatica: «E’ di fondamentale importanza per noi compiere sforzi diplomatici per una risoluzione pacifica della questione». Pence lo ha rassicurato ma ha poi affermato che «la pace arriva attraverso la forza».

Resta comunque la Cina l’unica nazione che potrebbe far pendere l’ago della bilancia in favore di una soluzione pacifica. Il ‘Global Timesparla di clima di apertura da parte di Pyongyang: il Governo nord-coreano, nonostante le minacce, avrebbe riaperto la sua commissione per gli affari esteri, segno che la Nord Corea potrebbe voler comunque sedere al tavolo dei negoziati. Per i cinesi sono ora gli Stati Uniti a dover ‘cogliere la palla al balzo’ e prepararsi al compromesso, invece che forzare la mano e agire in modo provocatorio alla politica di Pyongyang.

Eppure Pence ha dichiarato che «nelle due settimane scorse il mondo ha visto la forza del nostro nuovo Presidente nelle azioni in Siria e Afghanistan. La Corea del Nord farebbe bene a non mettere alla prova le forze americane in questa regione». Una guerra tra Nord Corea, Washington e Seul non vedrebbe la Cina guardare passivamente agli eventi: per Pechino una Corea unificata sotto l’ombrello USA è un’opzione ben più pericolosa dell’attuale regime di Pyongyang. Anche per questo la denuclearizzazione della Corea è, per il ‘Global Times‘,«una priorità più importante di ogni altro interesse».

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