sabato, Ottobre 16

Corea del Nord, è vera minaccia? I 'dietro le quinte' della crisi nucleare nordcoreana. Intervista ad Antonio Fiori

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Verso la fine di marzo, ad appena un giorno di distanza dalla conclusione del Terzo Summit sulla Sicurezza Nucleare dell’Aja, i test missilistici nordcoreani sono tornati ad accendere la tensione nel nord-est asiatico e non solo. Tra la sostanziale inefficacia delle sanzioni di Stati Uniti e ONU, l’alleanza a rischio tra Tokyo e Seoul e l’ambigua (ma nemmeno troppo) posizione della Cina, il regime di Pyongyang sembra procedere spedito nello sviluppo del programma nucleare applicato alla tecnologia balistica. Ma esiste davvero una ‘minaccia’ nucleare nordcoreana? Ne abbiamo parlato con Antonio Fiori, Korea Foundation Endowment Chair presso l’Università di Bologna, dove detiene la cattedra di Relazioni Internazionali dell’Asia.

 

Negli ultimi anni la Corea del Nord – in aperto contrasto con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza – ha decisamente intensificato i propri test balistici, e ha recentemente dichiarato di ‘non escludere’ l’effettuazione di quella che Pyongyang ha definito sibillinamente una ‘nuova forma’ di test nucleare (il quarto dal 2006). Ritiene che il tanto temuto processo di miniaturizzazione delle testate nucleari applicato alla tecnologia balistica nordcoreana stia diventando una realtà concreta?

Probabilmente lo è già, se si considera che alcuni anni fa, quando alcuni scienziati americani visitarono Pyongyang, si dissero estremamente preoccupati dal fatto che i nordcoreani avessero raggiunto livelli di avanguardia da quel punto di vista. Alcuni di loro addirittura si spinsero a dichiarare che di lì a cinque anni, i nordcoreani sarebbero arrivati con successo proprio al processo di miniaturizzazione di testate nucleari che possano essere montate su missili di lunga gittata. Non c’è nessuna valida ragione che li metta in condizione di non tenere un nuovo test nucleare sotterraneo. Per due fattori essenziali. La Corea del Nord deve ancora testare e mettere a punto questa nuova tecnologia. Deve poi mostrare al mondo che, anche in presenza di sanzioni e di un isolamento da parte della Comunità Internazionale e degli Stati Uniti, essa possiede comunque delle nuove tecnologie e ha intenzione di dimostrarlo. Sembra infatti molto probabile che i nordcoreani in questo momento stiano accantonando il plutonio per arrivare a una tecnologia nucleare dipendente dall’uranio. Questa non è una mera questione tecnica. Il plutonio necessita di reattori molto ingombranti, ha bisogno di essere riprocessato con un procedimento molto lungo, e così via; mentre l’uranio comporta dei problemi molto minori. Esiste in natura, può essere acquistato anche all’estero (la stessa Corea del Nord probabilmente ne detiene delle riserve); ma la questione sostanziale è che l’uranio può essere processato e stoccato in siti di molto più piccoli rispetto a quelli dove si lavora il plutonio; questo dunque costituirebbe una questione di convenienza eccezionale. Ritengo che questi fattori ci spingano a credere che la Corea del Nord si stia effettivamente muovendo in direzione di un ulteriore test.

L’ultimo test missilistico nordcoreano ha provocato l’immediata reazione di Tokyo e Seoul. Pensa che la minaccia nucleare di Pyongyang potrebbe rappresentare un ‘punto di convergenza’ tra il Giappone e la Corea del Sud, e condurre i due Paesi verso un necessario disgelo diplomatico?

La stampa sudcoreana continua ad essere particolarmente severa nei confronti del Giappone. Al momento gli Stati Uniti hanno una responsabilità diplomatica enorme, nel tentare di ricucire i rapporti tra i due paesi. Soprattutto, i coreani non vogliono che il Giappone intervenga sulla Dichiarazione di Kono del 1993. Quella delle comfort women rimane infatti una questione estremamente importante, che investe la cultura e, in qualche modo, lo stesso ‘essere coreani’. La Presidente sudcoreana Geun-hye Park, ha preso una posizione di assoluta negazione di qualsiasi tipo di rapporto, fino a quando il Giappone non avanzerà delle scuse per la brutalità del processo di colonizzazione di questo Paese e in particolare nei confronti delle donne di conforto. Sembrerebbe però che il governo giapponese non voglia sentire ragioni da questo punto di vista. Quando il Giappone e la Corea del Sud si sono incontrati all’Aja, la presidente Park non ha voluto sedersi di fianco al premier Abe Shinzo, pretendendo che il presidente Obama sedesse al centro, e questo riflette la posizione di difficoltà degli Stati Uniti, che stanno cercando di mediare tra questi due contendenti. Il problema sostanziale sta nel fatto che gli Stati Uniti non possono in alcuna maniera – e non vogliono – entrare nel merito di questioni storiche che riguardano paesi terzi, ma la cosa più importante è che non possono prendere una posizione, in quanto entrambi i paesi sono importanti alleati. Allo stato attuale, con il Giappone preda di nazionalismi piuttosto spinti, ci si può immaginare cosa succederebbe nel momento in cui gli Stati Uniti dovessero richiedere al Giappone di dover offrire delle scuse. Ci sarebbe sicuramente uno strappo, uno strappo che Obama non vuole, soprattutto considerando il fatto che il Giappone rimane centrale nella strategia americana del pivot asiatico. Un’altra questione da non trascurare è che tutta questa situazione ha portato a un avvicinamento, del tutto imprevisto, tra la Corea del Sud e la Cina, che può far pensare a delle insperate ‘soluzioni’ alla questione nordcoreana. Questa è un’ipotesi alquanto remota, ma diciamo che qualcosa potrebbe accadere. Mentre un effettivo riallacciamento dei rapporti tra la Corea del Sud e il Giappone lo ritengo al momento molto difficoltoso.

Quanto pesa il rischio di una destabilizzazione degli equilibri regionali sull’alleanza tra Pechino e Pyongyang? I legami storici tra Cina e Corea del Nord potrebbero essere messi in crisi, portando la Cina a considerare di rafforzare i legami con il vicino-rivale giapponese?

Non bisogna assolutamente credere che Pyongyang abbia sempre fatto tutto quello che Pechino le diceva di fare, e questo è vero storicamente così come è estremamente evidente in questo momento. Le motivazioni dietro alle mosse di Pechino ruotano sostanzialmente intorno alle solite questioni: tanto meglio avere un regime nordcoreano stabile piuttosto che una destabilizzazione interna che possa portare al collasso del regime. Non vogliono i missili, non vogliono i test nucleari perché questo non fa altro se non il gioco degli Stati Uniti, che sono sempre più presenti nell’area, e per i cinesi il quadro regionale attuale è particolarmente importante e non vogliono che venga minato in alcuna maniera. Queste ragioni spingono la Cina ad essere sempre più cauta con la Corea del Nord, in un modo però molto ‘soffuso’. Quello che emerge in superficie è la solita strategia di Pechino nei confronti della Corea del Nord, cioè il non farsi alcun problema ad implementare le sanzioni, se necessario, considerando però che, in ogni caso, i cinesi le sanzioni sono in grado di aggirarle immediatamente. In realtà il commercio con la Corea del Nord non è mai stato interrotto; le forniture ‘importanti’, quelle di carburante, di energia, non si sono mai fermate. Questo tipo di rapporto tra la Cina e la Corea del Nord, un rapporto molto solido soprattutto dal punto di vista economico, non è mai stato minato da alcunché. Si tratta di sanzioni che non cambiano l’ordine delle cose, che la Cina applica dal momento che ha ormai assunto un ruolo diplomatico di alto profilo, e deve mostrare al mondo ciò che serve mostrare. Poi però, quando le sanzioni devono trovare applicazione e quando bisogna rispondere alle sollecitazioni di qualunque tipo da parte di Pyongyang, Pechino fa quello che ha sempre fatto, cioè cercare di abbassare i toni. È questa la linea che i cinesi battono e continueranno a battere in futuro.

In riferimento alle critiche mosse dagli Stati Uniti alle politiche della Repubblica Popolare Democratica di Corea, il Governo nordcoreano sembrerebbe aver sviluppato un’assertività tale da permettersi di lanciare una sfida diretta a Washington, affermando l’esistenza di una ‘linea rossa’ che non andrebbe superata, pena l’assunzione di immediate ‘contromisure’. Quale ritiene sia il reale peso degli USA nel mantenimento degli equilibri nella regione Asia-Pacifico?

Penso che si tratti delle solite ‘reprimenda’ che il regime è solito lanciare, io non le considererei più che schermaglie diplomatiche, verbosità, le solite esternazioni che siamo abituati a sentire da anni da parte dei nordcoreani. La Corea de Nord è sotto sanzione da diverso tempo, ma le sanzioni non hanno portato da nessuna parte, non hanno semplicemente funzionato, perché abbiamo poi visto che essa è capace, pur sotto sanzione, di portare avanti tutti i programmi che intendeva portare avanti. Le sanzioni non hanno alcuna conseguenza reale sul regime, si rivelano anzi dannose, si prenda ad esempio l’annullamento degli aiuti umanitari alla Corea del Nord, da parte della Corea del Sud e della Comunità Internazionale, che non ha fatto altro che riverberarsi sulla popolazione, ormai in qualche maniera allo stremo della forze, per tutta una serie di ragioni. Bisognerebbe arrivare invece a qualche forma di dialogo, cosa che invece l’amministrazione Obama ha escluso perché, di concerto con Geun-hye Park, si è abbandonata ogni possibilità di dialogo con i nordcoreani, che andrebbe invece a mio parere assolutamente perseguito.

Quale pensa sia il maggiore ostacolo a una cooperazione regionale efficace tra gli Stati Uniti e le principali potenze asiatiche contro la minaccia nucleare nordcoreana?

Personalmente guardo alla Corea del Nord da un altro punto di vista: esiste effettivamente una minaccia nordcoreana? Storicamente, la Corea del Nord ha sempre dimostrato questo, e cioè che la deterrenza nucleare non viene fatta se non a fini difensivi, questa è sempre stata la mia lettura. La Corea del Nord, senza armi nucleari, non sarebbe diversa da uno dei tanti paesi africani o mediorientali, in cui di volta in volta viene detronizzato il dittatore di turno; o da altri Paesi che sono stati spinti, con fortune alterne, verso un processo di ‘democratizzazione’. Ma la Corea del Nord è qualcosa di completamente diverso. Questa ‘minaccia’ nucleare rappresenta forse l’unica sua garanzia di stabilità. Quello che emerge in definitiva, in tale scenario, è un quadro estremamente disgregato, in cui tutti gli attori in gioco devono riporre un’estrema attenzione nell’effettuare le proprie mosse.

 

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