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COP26: chi è John Kerry, il ‘missionario’ USA del clima 77 anni, diplomatico di razza, finissimo negoziatore, che alla mano pesante preferisce l'arte del dialogo, del confronto, del convincimento, a Glasgow si gioca 30 anni di carriera

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«Ho sempre creduto nella diplomazia». «Credo nella capacità delle persone di sedersi e cercare di lavorare ragionevolmente insieme». Parola di John Kerry a ‘Time. Parole che ritraggono perfettamente quello che il prestigioso giornale definisce ‘anziano statista’, sempre accolto a braccia aperte in tutte le capitali del mondo.

77 anni, c’è chi lo definisce ‘una mano debole’, certo non è un ‘tiratore scelto’ come il suo omologo cinese, Xie Zhenhua, altro rispettatissimo ‘sacerdote’ del clima, il suo è uno stile diverso. Intanto è è un internazionalistaSono cresciuto molto abituato ad altre culture, altri paesi, altri punti di vista», racconta a ‘Time‘. «Non ho visto le cose esclusivamente attraverso un obiettivo americano»-, è poi, da diplomatico di razza, è un finissimo negoziatore, che alla mano pesante preferisce l’arte del dialogo, del confronto, del convincimento. Le prossime due settimane Glasgow combatterà la sua ultima grande buona battaglia: impedire al mondo di superare 1,5°C di aumento della temperatura globale rispetto ai livelli preindustriali. Se ci riuscirà sarà il coronamento di una grande carriera e il più grande successo del suo essere ‘missionario’ del clima.

John Kerry è nato l’11 dicembre 1943, a Denver, in un ospedale militare, da una famiglia borghese. I nonni paterni erano ebrei austriaci trasferiti negli Stati Uniti, il padre era pilota e diplomatico, la madre proveniva dalla ricca famiglia Forbes di Boston. Educato tra il New England e la Svizzera, ha conseguito la laurea presso la Yale University e la laurea in giurisprudenza presso la Boston College Law School. Al termine degli studi, si arruolò nella Marina degli Stati Uniti e prestò servizio nella guerra del Vietnam come ufficiale di Marina.
Concluso il servizio militare, nel 1970, ha iniziato la sua battaglia contro la guerra, tutte le guerre, ed è stato cofondatore dei Vietnam Veterans of America e portavoce dei Vietnam Veterans Against the War.
Dal 1979 ha esercitato l’avvocatura privatamente per alcuni anni prima di dedicarsi alla carriera politica. Nel 1982 è stato eletto vicegovernatore del Massachusetts e nel 1984 ha vinto l’elezione al Senato degli Stati Uniti, in rappresentanza del Massachusetts, ed è stato Presidente della commissione per le relazioni estere del Senato dal 2009 al 2013, anno in cui si è concluso il suo mandato di senatore.
E’ stato candidato alla presidenza per il Partito Democratico, nel 2004. In seguito è stato Segretario di Stato, dal 2013 al 2017, nell’Amministrazione del Presidente Barack Obama. In qualità di massimo diplomatico americano, ha guidato la strategia del Dipartimento sulla non proliferazione nucleare, la lotta all’estremismo radicale e la minaccia del cambiamento climatico. Il suo mandato è stato segnato dal successo dei negoziati dell’accordo nucleare iraniano e dell’accordo sul clima di Parigi.
Nel 2019 Kerry è stata una figura chiave nella creazione di World War Zero, un’organizzazione dedicata alla lotta ai cambiamenti climatici, prima di essere nominato da Joe Biden, nel novembre 2020, inviato presidenziale speciale per il clima.

Il clima è la sua vera grande passione politica. ‘Time‘ racconta così questo suo impegno. «Fin dall’inizio della sua carriera politica, Kerry si è trovato attratto sia dalle questioni ambientali che dagli affari esteri, qualcosa che attribuisce alla sua educazione transatlantica e a una madre che, secondo lui, era dedita alle questioni ambientali. E durante la sua carriera, ha cercato di dare la priorità al cambiamento climatico anche se è rimasto nel dimenticatoio politico a lungo. Nel 1992 si è recato al Rio Earth Summit, il primo incontro delle Nazioni Unite sul clima, per sostenere soluzioni climatiche globali». «Al Senato, ha lavorato pubblicamente per costruire una coalizione bipartisan per approvare una legislazione sul clima che avrebbe limitato le emissioni degli Stati Uniti, mentre lavora dietro le quinte sugli sforzi per educare i suoi colleghi sull’urgenza della scienza del clima».

Assunta la carica di Segretario di Stato, ha iniziato a lavorare per far entrare la diplomazia climatica nell’apparato di politica estera degli Stati Uniti. L‘enfasi sul clima è diventata un segno distintivo di come Kerry ha affrontato il suo ruolo di Segretario. «Subito dopo il suo insediamento, Kerry ha iniziato a viaggiare per il mondo, inserendo la questione nell’agenda dei capi di governo piuttosto che solo dei ministri dell’ambiente. All’interno del dipartimento, ha spinto ogni diplomatico ad avere una padronanza di base sulla questione e l’ha incorporata nei punti di discussione per incontri grandi e piccoli. “In pratica ha detto che ogni diplomatico del Dipartimento di Stato sarebbe stato un negoziatore sul clima, a un livello o all’altro“, afferma Jon Finer, capo dello staff di Kerry all’epoca che ora serve come vice consigliere per la sicurezza nazionale. Tutto ciò ha contribuito a gettare le basi per i colloqui che alla fine avrebbero portato all’accordo di Parigi», per il quale per due settimane ha condotto in prima persona negoziati continui.

Una caratteristica del lavoro di Kerry, non così comune nell’ambiente dei diplomatici, è la sua attenzione per il sistema delle aziende. Parlare con i responsabili politici delle Nazioni è importante, ma «l’immenso ruolo che il settore privato svolge negli affari globali rende i leader aziendali un obiettivo essenziale. Il settore privato, dice, ha il potere di fare o distruggere gli sforzi dei diplomatici». Per tanto quando non è in viaggio per incontrare i vertici politici e istituzionali delle Nazioni, incontra i responsabili delle grande aziende, consapevoli che alla fine sono loro a dover mettere a terra le buone pratiche a tutela del clima, se non c’è la loro adesione, qualsiasi decisione dei decisori politici si risolve in un nulla di fatto.

A Glasgow, Kerry potrà contare sulla sua consolidata rete di relazioni, sul suo ottimismo,sul suo spirito rimasto quello del giovane attivista per l’ambiente, e sulla sua riconosciuta credibilità, molto meno sulla credibilità degli Stati Uniti, usciti a pezzi dall’era Trump, e forse neanche sul viatico del Congresso, che ancora deve decidere sul pacchetto di misure previste per l’ambiente. Il vecchio ‘missionario’ del clima è consapevole che sulle sue spalle grava una responsabilità enorme. La posta in gioco è esistenziale «per il pianeta, per la leadership statunitense e sull’intero sistema multilaterale che organizza le relazioni tra Paesi e popoli». 

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