venerdì, Ottobre 22

COP21: la posizione dell'Ue a Parigi Tre elementi chiave per un accordo credibile: obiettivo di lungo termine, valutazioni periodiche, trasparenza

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Questa ridotta ambizione si è tradotta nei numeri del Quadro per il clima e l’energia 2030, che porta gli obiettivi europei al 27% di quota di energia da fonti rinnovabili; 27% (non vincolante) di aumento dell’efficienza energetica e 40% di riduzione delle emissioni entro i prossimi quindici anni. Obiettivi importanti, certo, ma raggiungibili senza ulteriori sforzi rispetto a quelli già profusi sino ad oggi.
Nei giorni scorsi le istituzioni europee hanno tentato di sondare la disponibilità dei Paesi membri a compiere un passo ulteriore rispetto agli impegni già assunti prima di Parigi. La Commissione, in disaccordo rispetto al Parlamento che richiedeva il 40%, si sarebbe limitata a valutare l’ipotesi massima del 33% di aumento massimo di efficienza energetica in vista del 2030. Troppo poco per il clima, per la competitività delle nostre imprese e per un’Europa sempre meno unita, ambiziosa e ambientalista.

C’è poi un altro aspetto. La riduzione delle emissioni nel Vecchio continente conquistata grazie al rispetto degli impegni di Kyoto e del Pacchetto Clima ed Energia è purtroppo stata ‘compensata’ dal contestuale aumento di quelle dei Paesi emergenti, Cina ed India su tutti. Se nel 1990 le emissioni europee di gas serra ammontavano al 19% del totale mondiale, nel 2013 la percentuale è scesa all’11%, e si prevede scivolerà al 4-5% nel 2030. Si tratta di un dato indubbiamente positivo, ma la riduzione del pesodell’Europa sul piano dell’inquinamento potrebbe paradossalmente ridimensionare anche quello nell’agenda climatica globale. Da qui i timori per la possibile marginalizzazione paventata all’inizio.

In concreto, l’obiettivo dell’Ue al tavolo di Parigi, ribadito dal Presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker alla vigilia del summit, è pervenire ad un accordo vincolante in base al quale le parti si impegnino a mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto di 2 ºC rispetto ai livelli preindustriali. Una voce alla quale si aggiunge quella del Commissario responsabile dell’azione per il clima e l’energia Arias Cañete, che a Parigi è anche capo negoziatore per l’UE. Cañete considera la conferenza un’opportunità storica che non possiamo sprecare. 

Per l’UE, il nuovo accordo deve essere un chiaro segnale della volontà dei governi di ridurre le emissioni in misura sufficiente a mantenere, da qui alla fine del secolo, l’aumento della temperatura al di sotto del limite concordato. Accordo che, per essere credibile, presuppone:
1) una visione globale per un obiettivo a lungo termine, che funga da segnale per le parti interessate, tra cui le imprese, gli investitori e il pubblico, della volontà di passare a un’economia a basse emissioni di carbonio;
2) un meccanismo di valutazione periodica;
3) un solido sistema di trasparenza e responsabilità affinché le parti e i soggetti interessati possano ragionevolmente sperare che le promesse saranno mantenute.

Parlando di finanziamenti, Bruxelles conferma il proprio impegno per conseguire congiuntamente l’obiettivo dei Paesi sviluppati di mobilitare 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 a favore dell’azione per il clima nei Paesi in via di sviluppo. Secondo dati Ocse e dalla Climate Policy Initiative, nel 2014 sono stati mobilitati 62 miliardi di dollari, dunque al di sotto dei due terzi della somma prevista. Degno di nota è però che la maggior parte di questi finanziamenti proviene proviene dall’Ue.

Il 10 novembre i Ministri delle Finanze del Vecchio continente hanno confermato che lo scorso anno l’Unione e gli Stati membri hanno erogato 14,5 miliardi di euro in finanziamenti pubblici (sotto forma di sovvenzioni e prestiti) per il clima, in netto aumento rispetto agli anni precedenti. Almeno 14 miliardi di euro, con una media di 2 miliardi di euro l’anno di contributi provenienti dal bilancio Ue, sono destinati a sostenere le attività nei Paesi in via di sviluppo tra il 2014 e il 2020.

Secondo un sondaggio di Eurobarometro, i cittadini europei sono preoccupati per i cambiamenti climatici e sostengono le iniziative promosse per contrastarlo. Con percentuali quasi prossime all’unanimità, il 91% degli intervistati considera i cambiamenti climatici come un problema serio, il 93% ritiene che per combattere i cambiamenti climatici serva un’azione collettiva di tutti i Paesi del mondo, ben il 92% è a favore di un’azione nazionale per migliorare l’efficienza energetica e il 91% ad accrescere l’uso delle rinnovabili entro il 2030. Il 93% afferma di aver già adottato alcune misure per combattere nel proprio piccolo i cambiamenti climatici, come ad esempio ridurre e riciclare i rifiuti (74%) e provare a limitare l’uso degli articoli ‘usa e getta’, come i sacchetti di plastica dei supermercati e gli imballaggi eccessivi (57%).

Si tratta di numeri importanti, che testimoniano la sensibilità dei cittadini europei di fronte al problema dei cambiamenti climatici. E che chiedono all’Europa e agli Stati membri di essere all’altezza della sfida.

 

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