giovedì, Settembre 16

COP21: la posizione dell'Ue a Parigi Tre elementi chiave per un accordo credibile: obiettivo di lungo termine, valutazioni periodiche, trasparenza

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L’Unione Europea si presenta alla COP21 con una lunga esperienza di lotta contro i cambiamenti climatici. Per questo punta senza mezzi termini ad un accordo globale vincolante. Tuttavia, la crescita economica – e dunque, delle emissioni di gas serra – da parte delle economie emergenti rischia di relegare il Vecchio continente ad una progressiva marginalizzazione del proprio ruolo. Si può sintetizzare così la posizione dell’Ue alla 21esima Conferenza delle parti dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (COP21 Unfccc)  che si è aperta due giorni fa a Parigi, l’ultima chiamata del clima.

Era il 1992 quando un’Europa allora unita si distinse per il contributo apportato a Rio dei Janeiro, in occasione della prima storica Conferenza sul clima. La bandiera di Bruxelles contava appena dodici stelle contro le attuali ventotto, ma già allora, prima che l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht del novembre 1993 ne definisse la configurazione attuale, il nostro continente offrì un’indubbia dimostrazione di coerenza e lungimiranza nella scelta dei propri obiettivi sul clima di medio-lungo periodo. Qualità in seguito ribadite nella successiva ratifica del Protocollo di Kyoto e nel rispetto degli obiettivi che esso proponeva.

L’azione ambientalista dell’Ue prese nuova forma nel 2005 con il lancio del Sistema europeo di scambio delle quote di emissione di gas serra (European Union Emissions Trading System, EU ETS). Si tratta di un meccanismo, il primo al mondo nel suo genere, elaborato per far sì che l’emissione di anidride carbonica e di altri gas serra abbia un costo economico, in modo tale da compensarne quello ambientale.

Nel 2009 fu la volta del Pacchetto Europeo Clima ed Energia che, con la Direttiva ‘20-20-20’, impone ai Paesi dell’Unione di ridurre di emissioni del 20% rispetto al 1990, di innalzare al 20% la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e contestualmente di ottimizzare l’efficienza energetica, tagliando del 20% i consumi.

Le ragioni alla base di tali misure furono molteplici: da un lato vi era la consapevolezza che i costi ambientali e sociali conseguenti al proprio modello di crescita non erano sostenibili nel lungo periodo; dall’altro vi erano motivazioni prettamente economiche: il divario tra il costo dell’energia per le proprie aziende e quelle statunitensi e cinesi (tra le più inquinanti al mondo, ma che proprio in quegli anni stavano dando il via ad una poderosa svolta ‘green’) penalizzava l’industria europea in termini di competitività. Vi erano poi le opportunità offerte da una transizione  verso le fonti rinnovabili in termini di sviluppo del know how e creazione di posti di lavoro.

Tuttavia, proprio nel 2009 il percorso dell’agenda climatica globale registrò un brusco stop con il fallimento della Conferenza sul clima di Copenaghen, un insuccesso che ebbe ripercussioni anche sulla vocazione tradizionale ambientalista dell’Ue. La quale non era certo responsabile del flop dell’iniziativa, ma che rivelò tutti i limiti al cospetto di nuovi e vecchi attori sulla scena internazionale nel momento in cui fu chiamata a gestire un apputamento di tale importanza.

Da allora, complice la crisi del debito e lo sfilacciamento politico che ne è seguito, l’ambizione europea si è affievolita e il coraggio delle posizioni ha sempre più spesso lasciato il posto alla ricerca di compromessi al ribasso. A ridimensionare l’impegno ambientalista ha contribuito anche l’allargamento del 2004 a molti Paesi appartenenti all’ex blocco socialista, la cui economia è ancora fortemente legata all’uso dei combustibili fossili.

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