martedì, Maggio 11

COP21, i leader del mondo per salvare il pianeta Ankara non si scusa con Mosca, ancora tensione. Domani vertice ad Algeri per la Libia

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Ultima chiamata per gli abitanti della terra. Ora o mai più. Si apre con questo spirito Cop21, la XXI Conferenza sul clima, in una Parigi blindata. «Abbiamo un obbligo di successo e la posta in gioco è troppo importante per potersi accontentare di un accordo al ribasso» ha esordito il ministro degli Esteri francese, nonché presidente della conferenza, Laurent Fabius. «L’accordo per limitare il surriscaldamento globale non è scontato ma è alla nostra portata» ha detto ancora. A fargli eco è stato anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon che, dopo aver chiesto a tutti di osservare un minuto di silenzio per le vittime degli attacchi del 13 novembre, ha quantificato l’impegno. «Abbiamo bisogno di un accordo significativo e forte qui a Parigi» ha precisato «è necessario stare sotto i due gradi di aumento della temperatura, anche per garantire la pace e la sicurezza internazionale». Dopo di lui ha parlato il vero padrone di casa, Francois Hollande, soddisfatto per l’avvio della conferenza, nonostante il dolore, il caos, la tensione e i problemi delle ultime settimane. «Cop21 è per tutti noi un’immensa speranza che non abbiamo il diritto di deludere. È una sfida che non dobbiamo perdere perché ci stanno guardando un miliardo di essere umani».

L’obiettivo del vertice mondiale è intervenire per invertire la tendenza a distruggere il pianeta. «Il mondo non ha mai affrontato una sfida così grande come quella sul futuro della vita. Qui non bastano le dichiarazioni di intenti, noi a Parigi siamo a un punto di rottura e di partenza per una trasformazione mondiale» ha detto ancora Hollande, invitando tutti a collaborare fattivamente non solo sul tema ambientale, ma anche su quello del terrorismo internazionale. «Sono due grandi sfide che dobbiamo affrontare, perché ai nostri figli dobbiamo lasciare di più che un mondo libero dal terrore, un pianeta preservato dalle catastrofi, un pianeta sostenibile» ha concluso il capo dell’Eliseo. D’accordo con lui anche Vladimir Putin, suo alleato anche sulla questione siriana. «Dobbiamo siglare un accordo globale, efficace, equilibrato e giuridicamente vincolante che permetta alle economie di svilupparsi ai limiti di 2 gradi il riscaldamento climatico» ha detto. Anche Matteo Renzi, nel suo discorso, ha parlato di una sfida importante per salvaguardare il futuro di questo mondo. «Noi facciamo la nostra parte. Ma allo stesso tempo siamo consapevoli che abbiamo bisogno di un accordo internazionale, altrimenti tutto sarà inutile. Siamo a Parigi per trovare un compromesso alto. Il mondo di oggi e di domani guarda a Parigi. L’Italia non si tira indietro». Lo ha scritto poco dopo sulla sua pagina Facebook aggiungendo che da qui al 2020 aziende e istituzioni metteranno a disposizione quattro miliardi per un grande investimento sulle nuove generazioni.

Poi è stata la volta del presidente americano Barack Obama, che ci ha tenuto particolarmente a venire personalmente proprio per dimostrare la volontà dell’America di riconoscere i suoi errori e di voler lavorare in sinergia con gli altri Paesi.  Appena arrivato a Parigi, Obama ha voluto fare una visita al Bataclan, per fare un omaggio alle vittime, ponendo all’ingresso una rosa bianca. E al meeting ha parlato in maniera schietta e decisa. «Siamo la prima economia mondiale e il secondo inquinatore al mondo, ma riconosciamo il nostro ruolo nell’aver creato il problema e ci assumiamo anche la responsabilità di fare qualcosa in proposito. Possiamo cambiare il futuro qui e adesso, però bisogna agire ora, mettendo da parte gli interessi di breve termine» ha detto. Una stoccata non da poco, considerando che tutti gli intenti finora non sono valsi a raggiungere univoci soluzioni. Il problema resta lo scontro tra il Nord e il Sud del mondo, tra Paesi super industrializzati e Paesi in via di sviluppo, che rivendicano quasi un diritto ad inquinare. Perché ora tocca a loro. A sottolineare questo gap è proprio il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, attuale presidente dell’Unione africana, che ha bollato come tirchi i Paesi ricchi, accusandoli di voler scaricare sui Paesi in via di sviluppo la responsabilità di ridurre le emissioni di gas serra. Mugabe ha ricordato che sono i Paesi ricchi i responsabili delle pericolose condizioni climatiche in cui ci troviamo oggi. «È immorale non solo che i Paesi sviluppati siano tirchi nel fornire i mezzi ai Paesi in via di sviluppo, ma che anche vogliano scaricare su di noi il compito di mettere ordine nel caos che loro hanno creato». Mugabe ha ricordato che i Paesi africani non sono responsabili dei cambiamenti del clima e sono oggi quelli più a rischio, dal momento che non hanno le risorse per far fronte alle conseguenze del surriscaldamento. «Non siamo in grado e non vogliamo assumere altri impegni. Se lo facessimo lederemmo le nostre aspirazioni per lo sviluppo, in particolare i nostri sforzi per eliminare la povertà». A porre limiti alle soluzioni, infatti, ci sono poi la scarsità di aiuti dei Paesi ricchi per finanziare la conversione alle energie rinnovabili dei poveri: solo 100 miliardi di dollari promessi nel 2009, di cui ben 38 mancano ancora all’appello. É anche per questo che la debacle di Copenaghen sembra aggirarsi come un fantasma nel cielo di Parigi, con gli scettici maliziosamente pronti a scommettere che i leader del mondo si siano dati appuntamento oggi, anziché allo scadere dei 12 giorni della Cop, per evitare di mettere la faccia su un summit che potrebbe rivelarsi un clamoroso fiasco.

Ma sembra che i segnali dell’inevitabile disastro globale stiano cominciando a spaventare davvero i leader della terra e lo sa bene la Cina che, proprio alla vigilia della sua partecipazione a Cop21, si trova ad affrontare il più alto tasso di inquinamento. Nel quartiere di Dongcheng, proprio nel cuore di Pechino, il livello di smog ha raggiunto 482: dieci volte più di quanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità consideri accettabile. L’impenetrabile cappa di particolati nocivi ha avvolto anche altre città della Cina in un alone cupo, malato e giallastro proprio quando il presidente Xi Jinping è atterrato nella capitale francese. La Cina, dunque, affronta questo appuntamento scontando la sua grande contraddizione: economia emergente a livello planetario, ma anche maggior produttore di gas serra al mondo. «I Paesi sviluppati devono mantenere i loro impegni finanziari sul clima, che ammontano a 100 miliardi di dollari all’anno» ha detto il presidente cinese, sottolineando che le nazioni ricche dovrebbero accettare responsabilità più condivise per procedere a limitare il riscaldamento globale e aiutare i Paesi poveri ad adattarsi a un mondo modificato dal riscaldamento globale. Discussioni a parte, c’è stato modo di chiacchierare tra i leader del mondo che hanno posato sorridenti per la foto di rito. Grande assente solo Putin, che è arrivato a sessione iniziata. Forse è stato solo un ritardo, ma voci di corridoio hanno insinuato che il presidente russo non volesse trovarsi faccia a faccia col nemico del momento, la Turchia.

È ancora alta tensione tra Ankara e Mosca dopo l’abbattimento dell’aereo russo sui cieli della Siria. Recep Tayyp Erdogan, dopo dichiarazioni al veleno, nei giorni scorsi aveva chiesto a Vladimir Putin di parlare faccia a faccia per chiarire la questione, ma lo zar aveva risposto che avrebbe acconsentito solo con delle scuse formali. Nessuno dei due leader si è piegato e infatti oggi, al margine della conferenza di Parigi, la Turchia è rimasta muta e impassibile. Il primo ministro Ahmet Davutoglu, al termine di un incontro con il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha detto che la protezione dello spazio aereo e dei confini non è solo un diritto ma un dovere del governo. E nessun primo ministro, presidente o altra autorità della Turchia si scuserà per avere fatto il proprio dovere. «Se la Russia vuole parlare e prevenire incidenti di questo tipo, siamo pronti e possiamo dare qualsiasi informazioni sull’incidente. Se vogliono collaborare, siamo pronti», ha detto Davutoglu in tono di sfida. Ma il premier turco ha anche aggiunto che la Turchia non ha nessuna intenzione di aggravare la situazione ed è pronta a parlare a ogni livello con chiunque per evitare altri casi simili. Davutoglu ha spiegato che quella della scorsa settimana è stata un’azione difensiva. «Se non ci fosse stata una violazione del nostro spazio aereo, non ci sarebbe stato l’abbattimento del caccia russo» ha spiegato. «Le nostre regole di ingaggio sono molto chiare e le abbiamo comunicate ai nostri amici russi tre volte negli ultimi mesi» Sarebbe stata la Russia, secondo la Turchia, ad essere, invece, contraddittoria sulle sanzioni applicate contro la Turchia come ritorsione per l’abbattimento dell’aereo e dovrebbe riconsiderarle. «In passato eravamo tutti contro le sanzioni economiche. Anche la Russia era contraria, quando l’Unione europea le ha applicate contro Mosca per la crisi in Ucraina. Ora è lei che le applica» ha spiegato. L’ultima provocazione è arrivata sulla Siria. Davutoglu, infatti, ha detto che i raid di Mosca non bombardano l’Isis, ma i civili, provocando l’afflusso in Turchia di decine di migliaia di civili ogni giorno. Intanto, oggi le spoglie del tenente colonnello Oleg Peshkov, il pilota del Su-24 russo abbattuto, sono state trasferite dalla Turchia per essere restituite alla Russia.

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