sabato, Ottobre 16

COP21, ecco la nuova bozza d'accordo field_506ffb1d3dbe2

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Una nuova bozza del testo sul clima che dovrebbe essere firmato venerdì è stata presentata oggi ai negoziatori della Cop21 di Parigi. Il testo è parecchio più snello del precedente: 29 pagine contro le 48 a cui si era arrivati sabato scorso. Numeri alla mano si è passato da 1.609 parentesi (parti da revisionare) e 228 opzioni a 366 parentesi e 47 opzioni.

Tuttavia, fa notare lo stesso presidente della conferenza, Laurent Fabius, c’è ancora molto su cui lavorare. Fabius ha riassunto lo stato dell’arte dei lavori e ha invitato nuovamente i gruppi di lavoro sul testo dell’accordo ad accelerare per «costruire rapidamente delle soluzioni di compromesso». Fabius ha dato un nuovo appuntamento per questa sera alle 20. Il ministro degli Esteri francese ha spiegato che il testo presentato questo pomeriggio alla COP21 «costituisce un passo in avanti» poiché è stato notevolmente ridotto, quindi «nettamente migliore, ma ancora troppo lungo». Fabius ha però sottolineato con soddisfazione che «rispetto alla precedente versione sono state eliminate tre quarti delle parentesi quadre», vale a dire i punti controversi. Il presidente della COP21 ha poi precisato che i gruppi di lavoro sono arrivati molto vicini alle conclusioni per quel che riguarda «la trasparenza» dei controlli sugli impegni assunti e «il trasferimento delle tecnologie».

I punti sui quali vi è invece ancora da discutere «sono tre in particolare: la differenziazione, i finanziamenti e il livello di ambizione».

Dalla prima parola – differenziazione – dipendono un po’ tutte le altre questioni, poiché va intesa in termini responsabilità: com’è noto, i Paesi sviluppati sono i maggiori responsabili delle emissioni passate, e i Paesi in via di sviluppo, in particolar modo le economie cosiddette emergenti (India e Cina), chiedono che essi si assumano questa responsabilità quando si tratta di riduzione delle emissioni attuali e soprattutto di supporto finanziario verso politiche e azioni di mitigazione e adattamento.

I Paesi sviluppati ritengono, invece, che la situazione sia molto cambiata rispetto al 1992, quando la convenzione è stata firmata. Chiedono quindi che i Paesi in via di sviluppo si prendano la loro parte di responsabilità nella riduzione delle emissioni di gas serra e soprattutto che contribuiscano in termini finanziari. Che ci sia, dunque, un diverso livello di differenziazione da quello .

La seconda questione su cui non c’è assolutamente accordo è quella dei finanziamenti. Qui il testo è tutto una parentesi, viste le numerose opzioni in ballo. Ad esempio, non è chiaro chi e in che misura contribuirà a sostenere le suddette azioni di mitigazione e adattamento: tutte le parti o solo i Paesi sviluppati? Sarà una cooperazione in cui i Paesi sviluppati avranno un ruolo maggiore? Contribuiranno in qualche misura anche quelli in via di sviluppo? Finanziamenti saranno anche privati? Accordi multilaterali, bilaterali? Le trattative sono ancora aperte.

Infine l’ambizione, ovvero la definizione nero su bianco dell’obiettivo che si vuole raggiungere: 2°C come annunciato alla vigilia, oppure tra 2 e 1,5°C o meno di 1,5°C. Tutti traguardi raggiungibili solo attraverso maggiori riduzioni e dunque chiedendo un maggiore sforzo ai Paesi in via di sviluppo. In tal senso, il Segretario di Stato americano John Kerry ha dichiarato appena mezz’ora prima della diffusione del nuovo testo: «Il 65% delle emissioni viene dai paesi in via di sviluppo».

 

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