domenica, Dicembre 5

Cooperazione internazionale, rischio profit dietro l'angolo

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Il problema dunque del ruolo dei ‘profit’ non è affatto risolto con questa nuova normativa. A questo aggiungiamo la mancanza di una istituzionalizzazione dei rapporti tra i principali attori della cooperazione allo sviluppo in Italia, ovvero la DGCS, l’Agenzia e la Cassa Depositi e Prestiti che potrebbe essere fonte di confusione o di prevalenza di chi ha più risorse. Anche ActionAid, associazione che da quarant’anni si occupa di povertà e sviluppo sostenibile, pur riconoscendo l’esistenza di alcuni parametri rispetto l’intervento dei privati esprime preoccupazione per alcuni punti vaghi non ancora risolti: «La legge 125/14 riconosce per la prima volta l’apporto dei soggetti aventi finalità di lucro – si legge in un rapporto dell’associazione – fatta eccezione per le società e le imprese iscritte nel registro nazionale delle imprese di esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, ma non dà maggiori indicazioni circa le caratteristiche dell’apporto dei soggetti aventi finalità di lucro come eventuali promotori dell’attività di cooperazione, né circa le opportunità che la collaborazione con quella componente del settore privato possa offrire, né circa le regole cui tale contributo dovrà sottostare». ActionAid, che su questo tema si avvale della competenza di Edoardo Missoni, medico ed educatore italiano e già segretario dell’Organizzazione mondiale del movimento scout, ha anche denunciato la scarsa chiarezza nei riguardi dell’apporto «che il legislatore si attende da imprese e istituti bancari. Spetterà alla normativa secondaria individuarne i criteri e le modalità. Si tratta di apporti finanziari? Di partecipazione ai processi di pianificazione o individuazione delle iniziative? Di contributi tecnici?» si chiede l’organizzazione umanitaria fondata nel 1972 in Gran Bretagna.

Di fronte a questo quadro sembra mancare un ruolo attivo da parte del variegato arcipelago delle ong, che avevano un buon canale comunicativo con Lapo Pistelli. Ma il suo spostamento avvenuto lo scorso giugno ai vertici dell’Eni ha privato questo mondo di un interlocutore, oltre che di un uomo che avrebbe potuto presiedere bene questo complesso universo della cooperazione e che invece con tutta evidenza ha preferito altre strade. Le ong insomma difficilmente potranno fare da argine ad eventuali smanie dei ‘profit’ anche se continuano a lavorare nel Cncs (Consiglio nazionale cooperazione e sviluppo), organismo previsto dalla legge sulla scia di quello che era il tavolo interistituzionale il quale insieme al vecchio Mae e al Mef (Ministero economia e finanze) cercavano di confrontarsi sui temi della cooperazione insieme ad altri attori. Fatti positivi si colgono nel ripristino del comitato interministeriale sulla cooperazione allo sviluppo, già presente con la legge 49 e poi abolito, e la prevista partecipazione del viceministro al consiglio dei ministri quando si parla di cooperazione che dà più forza ad una figura prima presente solo formalmente. Un passo avanti a metà se consideriamo che nei principali paesi europei esiste un ministro della cooperazione che partecipa a tutte le riunioni. Altro punto dolente riguarda le risorse umane. «Siamo partiti con il piede sbagliato», dicono i sindacati, «non si può duplicare una struttura dando vita ad una agenzia senza alcun segnale di un aumento dei dipendenti. Non sono previsti concorsi per sostituire il personale in uscita e poi c’è il problema del personale comandato,che se non passasse all’Agenzia dovrebbe rientrare alle amministrazioni di appartenenza, di sapere che cosa andrà a fare nella nuova struttura. Senza dimenticare che sono rimaste senza risposta richieste relative a quali funzioni dovranno svolgere il personale di ruolo MAE e gli esperti di cooperazione che sceglieranno di rimanere alla Direzione e, come detto, coloro che opteranno per l’Agenzia».

La legge nel suo complesso resta un passo in avanti. Come dicono ad Intersos, associazione nata nel 1992 con il sostegno delle Confederazioni sindacali italiane, «fosse toccato a noi, avremmo scritto diversamente alcune parti del disegno di legge ed esplicitato maggiormente le finalità che devono guidare le azioni di tutti». Ma per loro si tratta comunque di «una buona legge adeguata ai tempi e aperta al futuro». Restano, come dicevamo, i tanti punti vaghi ed irrisolti che solo parzialmente sono compensati da elementi di forza. Ed il rischio di aver messo su una struttura che non riesce a stare in piedi da sola. Aiutata solo dai ‘profit’ con tutto ciò che ne può conseguire in termini di snaturamento della filosofia di quello che dovrebbe essere solo un aiuto solidale, ‘no profit’ appunto.  Contro questa deriva sarà dirimente il ruolo che potrà giocare la società civile in tutte le sue più interessanti espressioni, dalle ong ai sindacati fino alle associazioni dei migranti, per evitare appunto sbandamenti verso strade più consone al mercato che alla solidarietà.

 

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