lunedì, Agosto 2

Cooperazione internazionale, rischio profit dietro l'angolo

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‘Aiutiamoli a casa loro’. Al di là dell’evidente strumentalità dello slogan leghista in queste quattro parole c’è, sia pure volgarizzato, un contenuto difficilmente non condivisibile. Ovvero la necessità di aiutare quei Paesi più poveri ad uscire da una situazione di indigenza o difficoltà economica, oltre che di iniqua distribuzione di risorse spesso ingenti. Per fare questo ogni Paese deve dotarsi di una legge che regolamenti la cooperazione allo sviluppo, evitando che questa invece di essere un supporto diventi un altro strumento per privilegiare l’uno o l’altro soggetto, sia esso presente nel paese donante che nel Paese di destinazione dell’aiuto.

In Italia dal 26 febbraio 1987 è in vigore la legge n. 49, nata con l’obiettivo di trasformare la cooperazione in una ‘parte integrante della politica estera dell’Italia’, imperniata sulla solidarietà e sui diritti umani. All’interno del ministero c’era e c’è tuttora un organismo apposito che si occupa di questo settore, la DGCS (Direzione generale della cooperazione allo sviluppo) con un sottosegretario impegnato ad occuparsi della materia. Da allora però sono passati ventotto anni, oltre un quarto di secolo, durante i quali il mondo è cambiato radicalmente. E presto si è sentita la necessità di modificare questa legge promulgandone una nuova. In tanti hanno espresso questo desiderio durante questo lungo periodo, dallo scomparso Rino Serri a Massimo D’Alema; da Patrizia Sentinelli ad Andrea Riccardi fino all’ex viceministro Lapo Pistelli che più di altri ne ha recentemente sponsorizzata l’approvazione. Così circa un anno fa, durante l’estate del 2014, prima il Senato e poi la Camera licenziavano la nuova normativa, la legge 125/14 che dovrebbe, il condizionale è d’obbligo visti i numerosi ritardi accumulati nella costruzione di tutto ciò che dovrebbe rendere questa normativa operante, entrare in vigore il prossimo gennaio 2016. Diversi i punti di forza introdotti rispetto alla 49; tante le debolezze e i punti critici; e molte le contraddizioni insite in questa legge tanto attesa.

Il primo grande cambiamento, mediatico potremmo dire, riguarda il nome del grande palazzo della Farnesina. Non si chiama più Mae (Ministero degli Affari Esteri) ma Maeci (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale)  tanto per sottolineare lo stretto legame tra i due aspetti e la necessità che la cooperazione resti di competenza della Farnesina e non della Presidenza del Consiglio o di un altro ministero. Insomma un punto di forza sicuramente anche se con tutta evidenza non sufficiente. L’altra grande novità riguarda il ridimensionamento della Dgcs e la nascita di una agenzia ad hoc che inevitabilmente alleggerirà il peso della Direzione e del personale diplomatico interno ad esso. A questi due soggetti si affianca, e questa è l’altra grossa novità, la Cdp (Cassa depositi e prestiti) che sostituisce l’Artigiancassa, già banca di riferimento per il pagamento delle varie rate dei crediti di aiuto. La Cdp è un organismo presieduto da Claudio Costamagna, bocconiano, presidente fino a luglio dell’Azienda Salini-Impregilo, molto legato al mondo della finanza. Fermo restando il valore aggiunto caratterizzato dall’apertura al privato ‘profit’ da parte del mondo della cooperazione c’è da chiedersi però quali potranno essere i risultati di un approccio comunque denso di rischi. Se consideriamo che, come recita e ammonisce un comunicato congiunto di Cgil, Cisl e Uil dello scorso 16 luglio, «la Cassa Depositi e Prestiti dovrebbe prevedere quei procedimenti decisionali che garantiscano le finalità di cooperazione nonché le prerogative di indirizzo e valutazione attribuite dalla legge al MAECI ed all’Agenzia», insomma un compito dirimente, la preoccupazione appare legittima visto che finanza e cooperazione allo sviluppo non sembrano, fino a prova contraria, molto compatibili. Su altri due nodi cruciali va fatta chiarezza, una urgenza anche questa sottolineata dai tre sindacati: da un lato «la necessità di definire puntualmente le condizioni e le modalità di selezione dei soggetti cui affidare la realizzazione delle iniziative di cooperazione»; e dall’altro «la responsabilizzazione rispetto agli standard internazionali in materia di diritti umani, lavoro dignitoso, responsabilità sociale e tutela ambientale delle iniziative realizzate tramite soggetti aventi finalità di lucro».

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