venerdì, Settembre 17

Cooperazione civile militare: big Italia

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Il nostro Paese vanta una ricca tradizione d’intervento negli scenari internazionali di crisi. L’Italia è spesso intervenuta con successo in contesti particolarmente complessi, facendo valere la propria conoscenza del territorio, i legami con le autorità locali e le comunità beneficiarie, la diffusa presenza delle organizzazioni della società civile e il delicato ruolo di negoziazione svolto della nostra diplomazia.
Per varie ragioni, le potenzialità dell’Italia e il suo ruolo sullo scenario internazionale sono state molto limitate nel corso di questi ultimi cinque anni.
La spendig rewiev, che è arrivata come una mannaia su molti programmi della difesa, è calata anche in un settore molto caro al nostro Paese: la cooperazione civile militare.
Gli operatori umanitari italiani continuano essere tra i professionisti più ricercati, anche dalle grandi agenzie delle Nazioni Unite e dalle ONG internazionali più accreditate.
Le strutture dello Stato e organizzazioni della società civile realizzano interventi in ambito umanitario che costituiscono nicchie di eccellenza, spesso assai poco valorizzate.

Pochi, o pochissimi, sanno che la potenzialità degli operatori umanitari è espressa in una delle sue forme più alte in concomitanza con le missioni militari internazionali.
E’ una strana associazione di concetti quella tra militari e organizzazioni umanitarie.
Cambiano i metodi, cambia l’approccio ma resta immutata la volontà di lavorare per soggetti che vivono la loro vita con la paura che la morte gli bussi alla porta.
La morte per malattia o la morte per mano di un altro uomo rimane morte in tutte le sue sfaccettature.
Negli ultimi anni l’Italia, nella sua componente umanitari e militare, si è distinta per una professionalità e un coordinamento che ha fatto scuola a tutto il mondo.
Quasi nessuno conosce il metodo italiano dell’approccio omnicomprensivo nei teatri operativi, metodo che prevede una collaborazione strettissima tra operatori umanitari e militari schierati.
Il Comprensive approach si concentra non solo sugli obbiettivi -da quelli strategici a quelli tattici- militari in senso stretto, ma coinvolge tutti i settori dilaniati da un Paese in guerra: sanità, economia, istruzione.

Ma perché far operare ONG e militari insieme?
La risposta è semplice, nessuno dei due può svolgere un lavoro eccellente senza l’altro.
Gli operatori delle organizzazioni non governative non potrebbero operare senza la certezza di essere fisicamente protetti dall’attacco di terroristi e clan in lotta tra loro.
E’ già stato riscontrato più volte come, senza l’adeguata sicurezza nei teatri operativi, le ONG rischiano di aggravare la situazione della popolazione, sovvenzionando in modo indiretto il mercato nero.
I militari, dal canto loro, hanno una lunga tradizione stereotipata di violenza e crudeltà, gli operatori umanitari servono a dare un volto nuovo al loro impiego.
Ai più critici ed intransigenti oppositori della Cooperazione civile militare (CIMIC) la Storia ha già ampiamente dato risposta con prove pratiche di una sinergia realmente esistente.
Le critiche mosse a questo nuovo tipo di interventismo umanitario e militare sono basate, il più delle volte, su considerazioni di tipo politico che non su veri casi di studio.

La Civil-Military Cooperation (CIMIC) incentrata sul Provincial Reconstruction Team (PRT) ha dato una grande prova di sé in Afganistan.
La Conferenza di Bonn, convocata nel dicembre 2001 dopo la caduta del regime talebano, creò l’International Security Assistance Force (ISAF) quale forza internazionale sotto mandato dell’ONU.
L’incarico fu quello di assistere l’insediamento e la stabilizzazione del Governo transitorio (Afghan Transitional Authority) creando un’area di sicurezza intorno alla capitale e di facilitare la ricostruzione del Paese.
ISAF venne, pertanto, costituita come una coalizione internazionale posta sotto l’autorità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
L’impegno internazionale in Afghanistan è impostato secondo il modello di ‘light footprint’, auspicato dalle Nazioni Unite, per evitare che i militari siano percepiti solo come una forza di occupazione.
I PRT avevano il vantaggio di richiedere risorse proporzionalmente limitate e di massimizzarne il potenziale ai fini della stabilizzazione e del coinvolgimento di vari attori nella ricostruzione.
Per questi motivi sono progressivamente divenuti un modello di riferimento e sono stati utilizzati sia in Iraq che in Afghanistan dalla NATO per svolgere attività post-conflitto di ricostruzione e sviluppo in aree considerate troppo ostili per le organizzazioni non governative e le agenzie delle Nazioni Unite.

Tale generica descrizione viene declinata dall’Handbook predisposto da ISAF ad uso del personale civile e militare che inquadra i PRT come delle «organizzazioni civili-militari istituite alla fine del 2002 in Afghanistan per contribuire allo stabilimento di un ambiente sufficientemente sicuro da consentire alle autorità locali di acquisire il monopolio della forza e di avviare, con l’aiuto della comunità internazionale e della società civile, un processo di ricostruzione, transizione politica e sociale e di sviluppo economico, in linea con quanto disposto dalla Afghan National Development Strategy».

In altre parole, i PRT sono «organizzazioni civili-militari create per operare in contesti semipermissivi, generalmente a seguito di un conflitto», ne deriva che queste istituzioni sono a carattere transitorio ed ausiliario.
I PRT esauriscono la loro funzione nel momento in cui le autorità locali, assumono il monopolio della forza e sono in grado di garantire stabilità all’area di competenza.

La flessibilità è un carattere fondamentale del concetto di PRT, che per sua natura deve adattarsi alle condizioni sul campo in maniera tale da poter rispondere appropriatamente alle sfide dettate dalle condizioni di sicurezza e sviluppo economico e sociale del paese.
È infatti facilmente comprensibile che un modello unico di organizzazione non potrebbe far fronte alle diverse necessità in termini di sicurezza e ricostruzione infrastrutturale.

In tal senso, il PRT risponde all’esigenza diffusamente sentita di pensare globalmente ed agire localmente.

Quanto detto fino ad ora è bello solo sulla carta, nella realtà dei fatti il PRT si traduce in attività quotidiane studiate fin nel minimo dettaglio.
A partire dalla progettazione e realizzazione di opere di ricostruzione, l’erogazione di aiuti di emergenza e doni, in alcuni casi il pattugliamento, attività anti-droga si passa a questione meno materiali come la partecipazione ad iniziative di confidence-building, la promozione del dialogo con i leader locali, la mediazione tra i key leaders ( gli anziani) e le autorità locali.
Fondamentale è la formazione delle forze di sicurezza, la smobilitazione dei gruppi armati, la fornitura di servizi medici, la raccolta di informazioni di interesse strategico, la facilitazione del dialogo tra il governo ed i soggetti umanitari.
Un settore molto importante, che è alla base stessa della Cooperazione civile militare è la ricostruzione dal settore della sicurezza (Security Sector Reform) nel quale operano gli OMLT (Operational Mentoring and Liaison Team), che hanno il compito di addestrare e fare da mentori all’esercito.

In virtù di quanto sopracitato, il PRT smette di esistere quando il Paese è in grado di provvedere all’uso esclusivo della forza su suolo nazionale, si fa evidente dunque l’importante dell’addestramento delle forze di polizia ed esercito a livello locale.

Un ambito originale in cui l’Italia ha acquisito un ruolo di eccellenza, riconosciuto a livello internazionale, riguarda la conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale nelle aree di crisi, considerando le memorie storiche e le identità stesse delle comunità di riferimento uno strumento di coesione e recupero sociale, oltre che di sviluppo economico sostenibile.
Al fine di garantire il rispetto dei principi umanitari di neutralità, imparzialità e indipendenza, il coinvolgimento dei militari nelle operazioni umanitarie è limitato a casi di eccezionale gravità.
Dove non esiste la reale possibilità di far operare la componente civile in autonomia e sicurezza allora viene fatto ricorso agli asset militari.

E’ ovviamente fondamentale che non si confonda ulteriormente la natura militare con l’assistenza civile umanitaria.
I due ambiti per quanto siano capaci di lavorare insieme con ottimi risultati, si occupano di situazioni diverse per quanto sinergiche.
Dopo quindici anni di presenta all’attivo sul suolo afghano è evidente come la componente CIMIC sia essenziale all’assolvimento delle operazioni internazionali dell’Italia.

 

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