domenica, Maggio 9

Cooperative, una via d’uscita dalla crisi field_506ffb1d3dbe2

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La crisi economica ha lasciato, e sta continuando a lasciare, una profonda ferita nei soggetti che da sempre compongono il mondo economico del nostro Paese, ma c’è un settore che in questi ultimi cinque anni ha dimostrato di avere le potenzialità per tenere testa ai momenti difficili. Questo settore è quello delle cooperative, che dal 2008 al 2011 (anno a cui risalgono gli ultimi dati certi) ha registrato un andamento anticiclico rispetto agli altri ambiti economici, sia in termini di produttività che in termini di occupazione.

L’Euricse, la European research institute of cooperative and social enterprise, ha presentato in merito proprio oggi il secondo rapporto che valuta l’andamento delle cooperative in Italia in relazione anche alle altre forme aziendali. Le finalità del rapporto erano quelle di quantificare la rilevanza economica della cooperazione nell’economia italiana e analizzarne l’evoluzione dal 2008, ma anche di comprendere come le cooperative si sono evolute prima della crisi. Secondo il rapporto, infatti, «le cooperative, unitamente ai loro consorzi, hanno generato a fine 2011 un valore aggregato della produzione superiore ai 120 miliardi e investito oltre 114 miliardi di euro, escluse le cooperative che operano nel settore del credito e le società di capitali controllate da cooperative». Il contributo economico dato dal mondo delle cooperative negli anni di crisi riguarda, però, anche il livello occupazionale. «Le cooperative» si legge nel rapporto «occupavano alla fine del 2011, a seconda delle fonti, tra il milione 200 mila e il milione 300 mila addetti». Le fonti che rilevano l’andamento occupazionale in questo ambito, infatti, sono diverse. Secondo i dati elaborati dal Censis nel 2012, gli occupati in imprese cooperative sarebbero aumentati dell’8% tra il 2007 e il 2011, mentre secondo i dati dell’Inps sulle posizioni lavorative attivate nel 2011, dalle cooperative già operative dal 2008, l’aumento rilevato dal Censis è derivato soprattutto dalle nuove cooperative vista la quasi stazionarietà degli occupati nelle cooperative già operative prima della crisi (+1,11%). Andamenti quindi in netto contrasto con la diminuzione di occupati registrata dall’insieme delle imprese e dal mercato nel suo complesso.

L’andamento anticiclico delle cooperative si riscontra, quindi, sia nella loro produttività che nella tenuta occupazionale, anche per quanto riguarda le forme contrattuali. «Considerando tutte le posizioni lavorative attivate nel corso del 2011» si legge ancora nel rapporto «si registrano 1.750.000 posizioni individuali, quindi persone. Il 67% di queste con contratto a tempo indeterminato mentre le forme di lavoro più atipiche risultavano marginali e in tendenziale contrazione».

La performance positiva realizzata dalle cooperative è incoraggiante per affrontare i prossimi anni di crisi che ci attendono e per avere una prospettiva di rilancio della nostra economia. I posti di lavoro offerti dalle cooperative, in controtendenza rispetto agli altri ambiti occupazionali, può rappresentare un modo per ridurre la disoccupazione giovanile, forse, e per guardare con più ottimismo alle potenzialità dell’economia italiana. Uscire dallo schema delle tradizionali forme aziendali, vincolate al capitale investito che deve essere tutelato a tutti i costi, per andare verso forme aziendali maggiormente mirate al capitale umano e alla tutela dei soci, può rappresentare la via d’uscita a questa crisi che sembra non vedere mai la luce?

Il presidente di Euricse, Carlo Borzaga, racconta l’attività svolta dalle cooperative in questi anni, il loro contributo economico e le potenzialità che possono ancora mostrare.

Dottor Borzaga, quale è stato e quale è tuttora il ruolo delle cooperative nella crisi economica?

Il peso delle cooperative nell’economia italiana è molto cresciuto in questi anni. Secondo il ‘conto satellite’, il contributo complessivo della cooperazione italiana al Pil nel 2009 è stato pari al 10%, calcolando anche il contributo dell’indotto generato dalle cooperative in quanto acquirenti di altre imprese e dai redditi distribuiti dalle cooperative stesse. Le cooperative stavano crescendo già da prima della crisi. Sia i dati censuari che quelli del Registro delle imprese confermano che il numero di cooperative, il fatturato e gli occupati sono cresciuti con continuità già a partire dagli anni’90 e, almeno a partire dal 2000, a tassi superiori a quelli delle imprese di diversa natura, sia private che pubbliche. Con la crisi le cooperative hanno mantenuto i livelli di occupazione e questo ha fatto crescere il peso delle cooperative, sia sul Prodotto interno lordo che sull’occupazione. Confrontando i dati con l’andamento delle Spa, le cooperative sono cresciute quattro volte di più dal 2006 al 2010. Le cooperative sociali, tra il 2008 e il 2011, hanno aumentato il valore della produzione del 14,1% e gli investimenti del 19,4%. Anche le posizioni lavorative sono cresciute in modo significativo, in particolare sono aumentate dell’8,3% le posizioni a tempo indeterminato e del 12,2% quelle a termine. Sono aumentati anche i lavoratori svantaggiati regolarmente assunti dalle cooperative sociali di tipo B. Le cooperative, proprio perché hanno un diverso obiettivo, mirato alla tutela dei soci più che a quella del capitale, hanno continuato a produrre sulla base della domanda e sugli occupati. La diversità sta  nella forma: le cooperative non hanno priorità di tutelare il capitale, quindi hanno registrato un andamento anticiclico rispetto agli altri ambiti economici. Le altre imprese riducono le produzioni per tutelare il capitale, mentre le cooperative hanno un obiettivo diverso e si comportano in modo diverso. 

Come è cambiata l’economia italiana dal 2008?

Ci sono interi settori che sono stati fortemente ridimensionati, in particolare quelli maggiormente legati alla domanda interna e alla tecnologia tradizionale, con l’arrivo di competitor internazionali con cui l’Italia non può più competere. Alcuni comparti del manifatturiero, come quello del biomedicale e dell’elettronica, ma anche l’agricoltura sono tornati a essere settori importanti e importante è stato il ruolo delle cooperative, soprattutto nel comparto agricolo. L’aumento del numero delle cooperative, che oggi sono quantificabili tra le 55 e le 60 mila attività, è dovuto alla cooperazione sociale per i servizi alla persona. Le cooperative sociali hanno continuato a crescere nonostante la contrazione delle risorse pubbliche destinate al sociale, aprendosi a domande diverse e trovando altri mercati, andando incontro alla domanda privata e alle imprese, e aprendosi al settore sanitario. Le posizioni lavorative dei soggetti svantaggiati dal 2006 al 2011 sono aumentate del 26%, anche per periodi limitati. Si tratta comunque di dinamiche positive.

Quali sono i settori in cui le cooperative sono più presenti?

La diffusione, e quindi la rilevanza delle cooperative, varia significativamente da settore a settore. La presenza cooperativa è rilevante soprattutto nel settore agricolo, dove il contributo al Pil e alle unità di lavoro sale ad oltre il 40%, e in alcuni comparti dei servizi, sia di natura più privata come il commercio e i trasporti, che di interesse pubblico come l’assistenza sociale e la sanità. Settore, quest’ultimo, in cui le cooperative sociali hanno generato nel corso del 2011 un valore della produzione pari a poco più di 7 miliardi e investito 5,5 miliardi di euro. Le cooperative ricoprono, invece, un ruolo marginale nel manifatturiero, con l’eccezione del settore delle industrie alimentari e delle bevande dove però operano soprattutto cooperative di imprenditori agricoli e non cooperative di lavoratori. In generale, la forma cooperativa si conferma particolarmente idonea nei settori dove il lavoro è il fattore strategico o in quelli dove l’aggregazione tra produttori consente, al contempo, di sfruttare le economie di scala e di mantenere un’elevata flessibilità nei processi produttivi alla base della catena del valore.

Cosa possono ancora fare le cooperative per il rilancio dell’economia?

Non si può dare un giudizio generale, ma bisogna parlare per settori. Le cooperative occupano settori molto diversi, come abbiamo visto, e dipende dalle dinamiche settoriali. Sicuramente possono crescere ancora, anche come valore della commercializzazione. Ad esempio, le cooperative agricole che hanno registrato performance positive possono ancora fare tanto, ma è importante recuperare la reputazione e il valore. Ci sono spazi ampi nel sanitario e nei servizi alla persona. Basterebbe che le cooperative potessero assumere con gli stessi tipi di contratto che hanno le altre forme aziendali. La pubblica amministrazione dovrebbe dare in gestione a cooperative beni di proprietà pubblica che non vengono utilizzati, altrimenti il loro sviluppo rimane teorico e non produce nessun reddito. Ci sono spazi anche nella manifattura e nel turismo, ma anche nel settore sociale, dove le cooperative potrebbero gestire le case popolari, ad esempio, e sviluppare in forma cooperativa una serie di alloggi ad affitto contenuto. Un’edilizia privata ma costruita con costi bassi e non speculativi. A Milano un’esperienza del genere è già partita, con appartamenti abbastanza ampi e interessanti per giovani coppie con redditi limitati. Ci sono poi le cooperative di comunità, che stanno sorgendo nei quartieri, dal negozio alla distribuzione di energia elettrica. In Germania in pochi anni hanno costruito 500 cooperative per la costruzione immobili con energia solare.

Quali opportunità offre il mondo delle cooperative per i giovani?

Se le cooperative hanno modo di crescere possono assumere personale, e in genere assumono giovani. Le cooperative tra giovani, invece, sono più difficili da realizzare. Quando si avvia un’impresa, in genere è di piccole dimensioni, e la forma più semplice è quella della Srl. La piccola cooperativa deve avere almeno 3 soci, se uno dei soci lavora deve essere assunto come lavoratore dipendente o co.co.pro. A questo punto si creano incertezze consistenti sulle entrate. Si tratta di un limite legislativo che non consente ai soci cooperatori di avere nell’impresa lo stesso ruolo dei soci delle Srl. Se, invece, si parla di giovani professionisti con partita iva, invece, con le riforme fatte da Monti, l’attività può essere svolta dall’impresa. I professionisti hanno la partita iva e possono rapportarsi con l’impresa con una fatturazione propria. In questo modo si avrebbe uno spazio maggiore per i giovani ma senza vincolare i costi della cooperativa.

La legislazione attuale tutela e supporta le cooperative? Come può essere migliorata?

Il nostro legislatore, quando prende misure di politiche agevolative per le imprese, non considera le cooperative. Il provvedimento Passera sulle start-up, ad esempio, ha incluso le cooperative solo nel testo finale. Nelle start-up le cooperative sono pochissime, sono quasi tutte srl, che come abbiamo detto è la forma più comune per una giovane impresa. Le cooperative vengono incluse formalmente nella legge, ma senza che possano beneficiare degli incentivi previsti. Il legislatore non tiene conto che certe cose si possano fare anche in forma cooperativa. Ci sono normative, come la 142, che rende difficile lo start up di una cooperativa. Ci sono poi leggi che prevedono comportamenti che non sono favorevoli allo sviluppo delle cooperative, ad esempio imponendo limitazioni e vincoli che si trovano nelle pubbliche amministrazioni. Si parla da anni di beni in disuso ma non viene fatto niente per utilizzarli al meglio, ci sono tempi lunghi e poca chiarezza. Un altro problema è la difficoltà degli enti pubblici a gestire l’esternalizzazione dei servizi. Le cooperative vengono scelte a ribasso, vincono le gare e offrono servizi scadenti. Poi la colpa ricade sulle cooperative, ma la colpa è di chi fa le gare improntate solo sul ribasso e non sulla qualità dei servizi da offrire. I ribassi, infatti, si fanno risparmiando sul costo del lavoro e sulla qualità dei servizi offerti. Siamo di fronte all’incapacità della pubblica amministrazione di fare gare in modo corretto, facendo vincere solo chi fa il maggior ribasso. Quando il legislatore interviene non considera le specificità delle cooperative, che sono una realtà economica a parte, con peculiarità precise.

In cosa consiste la differenza tra le cooperative e le società di capitali?

Le differenze riscontrate nel rapporto che abbiamo presentato tra cooperative e società di capitali, come Spa e Srl, vanno quasi completamente imputate alla diversa natura proprietaria e solo marginalmente ad altri fattori. La funzione anticiclica delle cooperative è da attribuire soprattutto al loro essere imprese con obiettivi e strutture proprietarie che tendono a salvaguardare l’interesse dei soci in quanto portatori di un particolare bisogno, piuttosto che di capitale a rischio. Tra il 2006 e il 2010 la crescita del valore aggiunto dell’insieme delle cooperative ha raggiunto il 25% contro il 7% delle Spa, mentre quello dei redditi da lavoro è stata del 30% contro il 13% delle Spa. Dietro alle performance positive delle cooperative c’è anche una generale solidità patrimoniale e livelli di efficienza non dissimili da quelli delle altre forme di impresa. Dal confronto statistico tra tutte le cooperative, le società a responsabilità limitata e le società di capitali che avevano depositato il bilancio per il 2009, realizzato utilizzando indicatori non influenzati dai diversi obiettivi delle forme di impresa, risulta che le cooperative, contrariamente a quanto spesso sostenuto dagli economisti, presentano buoni livelli di patrimonializzazione e sono caratterizzate da indicatori economico-finaziari più equilibrati rispetto alle società di capitali. In passato i confronti sulle performance delle imprese cooperative con spa e srl sono stati fatti utilizzando indicatori come il royal Roi, dal quale emergeva che le cooperative avevano un valore più basso, ma le cooperative hanno un’altra finalità e usando altri indici si può vedere che non hanno una produttività ridotta rispetto alle srl e alle spa. In questo rapporto mettiamo anche in dubbio idee provenienti da rapporti economici che non sono in grado di individuare la specificità della forma cooperativa. Un’analisi corretta dal punto di vista economico non può usare questo indicatore perché le cooperative hanno finalità diverse rispetto alle altre forme di impresa.

È possibile creare un’economia basata sulle cooperative?

Studio le cooperative sociali dagli anni 80, in un periodo in cui ancora nessuno ci credeva. Esistevano delle iniziative che non erano ancora cooperative ma che avevano potenzialità per diventare imprese. Quello che stiamo vedendo adesso è che stanno crescendo le potenzialità di transazione economiche a carattere cooperativo (sharing economy). Si sta sviluppando un’attività complessa non sulla base di scambi di mercato e del guadagno, ma governata dai principi della cooperazione, del fare insieme qualcosa per un fine comune. Il principio che governa queste transazioni è la reciprocità: fare qualcosa per utilizzare quello che gli altri sviluppano. Questo rischia nei prossimi anni di cambiare il modo di transazione, dove non serviranno più i brevetti ma l’economia sarà basata sui principi di reciprocità. Una rivoluzione che scombussolerà il settore. Stiamo andando verso un sistema economico più cooperativo in senso lato, dove servono imprese diverse dalle Spa. Queste nuove forme potranno essere rappresentate dalle cooperative ma anche da altre forme di impresa che garantiscono la partecipazione degli stakeholders, come sono ad esempio le fondazioni. La sostanza è quella del meccanismo cooperativo, cambia solo la forma.

 

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