lunedì, Agosto 2

Convention repubblicana: Trump voce d'America field_506ffbaa4a8d4

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L’aria era carica di elettrica attesa ieri sera a Cleveland. Atteso sul palco della Quicken Loans Arena proprio lui, Donald Trump. Il magnate miliardario che qualche mese fa ha lanciato una campagna elettorale strampalata e in cui nessuno credeva, stasera si è trovato a pronunciare il  discorso di accettazione della nomination. Il suo è stato il discorso di accettazione più lungo dal 1972.

«Questa convention si svolge mentre l’America è in crisi. La Polizia è sotto attacco, il terrorismo minaccia il nostro modello di vita. C’è violenza per le strade, caos nelle nostre comunità». Sin dalle prime battute, Trump traccia un disegno oscuro della situazione americana e mondiale. Un panorama incerto, frutto di anni di politiche sbagliate. E il magnate rincara la dose toccando l’inflazionato tasto dell’immigrazione: «Aumentano gli omicidi. Entrano sempre più numerosi gli immigrati clandestini. Gli afro-americani e i latinos sono più poveri oggi di quando Obama divenne Presidente». Lo sguardo, poi, si rivolge alla famiglia americana e all’economia: «I redditi delle famiglie sono più bassi che nel 2000. Il nostro deficit commerciale è ai massimi storici, 800 miliardi annui. Obama ha raddoppiato il nostro debito pubblico eppure le nostre strade cascano a pezzi, i nostri aeroporti sono da Terzo mondo». Particolare, secondo Trump, anche la situazione geopolitica: «All’estero l’America è stata umiliata. Il mondo è meno sicuro e meno stabile». E la colpa sarebbe da ricercarsi nel suo avversario diretto: «Tanto più, dopo che Obama mise Hillary Clinton alla guida della nostra politica estera: i suoi errori sono stati sottolineati anche da Bernie Sanders».

E se una virata decisa della leadership del Paese è per il tycoon imperativa, lui è certo di dover essere il volto di tale cambiamento: «Con me, il popolo americano tornerà ad essere il primo». Punta, dunque, ancora una volta sul nazionalismo Trump, sfruttando anche un sentimento condiviso in tutto il mondo: ripiegare attenzione e risorse all’interno dei propri confini, lasciando perdere aspirazioni di globalismo, ma proteggendo il proprio ‘orticello’.
Nazionalismo e nostalgia. Trump non manca di richiamarsi a un ideale americano che sembra tramontato da tempo, a quell’America che era sopra tutti, senza se e senza ma, dove l’american dream era qualcosa di più di un effimero miraggio. L’America di Ronald Reagan in buona sostanza, il personaggio a cui Trump si ispira maggiormente e di cui vorrebbe presentarsi come degno erede: personaggio atipico come lui, comunicativo come Trump, capace di parlare allo stomaco dell’elettorato. «Renderò sicuri i nostri confini, vi proteggerò dal terrorismo», promette allora The Donald. E rimarca: «l’americanismo, non il globalismo, sarà il nostro credo».
Tra le misure da applicare subito c’è la già citata chiusura immediata delle frontiere all’immigrazione «da qualsiasi Paese compromesso col terrorismo». In generale «ammetterò in America solo individui che sostengono i nostri valori e amano il nostro popolo».
Sull’economia, poi, Trump per un attimo pare ricalcare il fulgore di Bernie Sanders. Il magnate accusa, infatti, il capitalismo americano di esseretruccato‘ e ‘venduto alle grandi lobby‘. E la soluzione più vincente per il tycoon è ancora quella di distaccarsi dalla massa di politicanti e tecnocrati che hanno condotto l’America sul baratro, presentarsi come una voce fuori dal coro, come l’outsider che non può essere comprato, perché ricco. E promette: «Io sarò la vostra voce. Io ho abbracciato madri che hanno perso i figli perché i nostri politici si facevano i propri interessi invece del bene comune. Io non sopporto l’ingiustizia, non tollero l’incompetenza»; lui: ‘America First‘.

Lesta la ripresa di Hillary Clinton, che trasforma le parole di Tump nell’ennesimo slogan da campagna elettorale. Clinton che non viene risparmiata dal fuoco incrociato del magnate: «Quando un Segretario di Stato cancella 33.000 email per nascondere i propri crimini all’autorità giudiziaria, mente e resta impunita, vuol dire che la corruzione del nostro Paese ha raggiunto livelli mai visti». E l’eredità che la Clinton lascia sul suolo americano ha per Trump i contorni di «Morte, distruzione, debolezza».

Trump attacca poi il Nafta, il trattato di libero scambio che diede l’avvio alla globalizzazione,  firmato dall’allora Presidente Bill Clinton, e in generale si dice intenzionato a rinegoziare tutti gli accordi di libero commercio transnazionali. Trump promette, invece, di riportare i posti di lavoro in America e usa toni forti contro Cina e Messico, i Paesi in cui si rifugiano le fabbriche che abbandonano gli States. In tal senso promette una drastica semplificazione della normativa fiscale, l’abbassamento delle tasse, e un maxi-piano di investimenti per la modernizzazione delle infrastrutture.
Al vetriolo anche lo sguardo su Obamacare, la riforma sanitaria fortemente voluta dall’attuale Presidente e che Trump si prepara ad abrogare.

Altra grande protagonista della serata è stata la figlia di Donald Trump, Ivanka Trump. La giovane, da sempre sotto i riflettori, non ha tradito le attese che accompagnano chi ha fatto della popolarità la sua carta vincente. A lei è spettato il compito di correggere la diffusa percezione del rapporto che Trump avrebbe col genere femminile, anche per accaparrarsi qualche voto dal gentil sesso, fetta demografica in cui Trump registra scarsissime preferenze. E la Trump è riuscita ad imbastire un discorso coerente e convincente senza dover necessariamente screditare la figura di Hillary Clinton. La giovane si è limitata a tratteggiare un ritratto del padre del tutto alternativo rispetto a quello che è diffuso tra i detrattori del miliardario. È il ritratto di un padre che sprona la figlia a pensare in grande, a lavorare costantemente per raggiungere i propri obiettivi. «Vi chiedo di giudicare mio padre per i suoi risultati», ha detto la Trump. «È un combattente che combatterà per voi». Dopo il flop del discorso di Melania Trump, i riflettori erano tutti per Ivanka, che non ha potuto fare altro che pronunciare il miglior discorso della convention.

 

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