sabato, Maggio 8

Convention Repubblicana: Cruz dice no a Trump field_506ffbaa4a8d4

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A Cleveland va in scena la terza notte di convention del partito repubblicano. È la consacrazione del magnate newyorchese Donald Trump, che ora dopo ora sta affondando la sua presa sul partito diventandone il volto e il futuro, quantomeno fino al verdetto delle elezioni di novembre.

Alla Quicken Loans Arena, a gran sorpresa, era atteso Ted Cruz. L’ex sfidante di The Donald, colui che definì il tycoon ‘amorale’ e ‘bugiardo seriale’, ha avuto lo stomaco di presentarsi nella tana del leone e parlare ai suoi più feroci sostenitori. Ma l’endorsement non è arrivato. Cruz ha parlato di Brexit, ha strappato un boato alla folla quando ha rivendicato il diritto a essere armati per proteggere la propria famiglia, ma non ha pronunciato le parole magiche. Dopo oltre 15 minuti di discorso nientevotate Trump‘, niente appoggio al suo acerrimo rivale. Cruz, piuttosto, ha invitato la folla a votaresecondo coscienza‘, a scegliere un candidato che «vi fidiate possa difendere la nostra libertà e rispettare la Costituzione». E «votate secondo coscienza» potrebbe rapidamente trasformarsi in uno slogan con cui Trump si troverebbe a fare i conti fino a novembre. Infatti,  Hillary Clinton ha subito ripreso con un tweet le parole di Cruz, inserendo un link che riporta a una pagina per la registrazione al voto. Ma la tana del leone non perdona. La folla pro Trump sommerge Cruz di fischi e il magnate fa un ingresso a sorpresa sul palco, costringendo il senatore del Texas ad allontanarsi dal palco senza aver dato il tanto atteso endorsement. Una scelta, questa, che potrà essere capitalizzata da novembre in poi, sempre che la Clinton sconfigga Trump alle generali. Se uno scenario del genere si concretizzerà, e se Cruz intende ripresentarsi nel 2020, l’idea è quella di ripresentarsi scevro dell’ombra di un endorsement scomodo. È l’ennesimo segno di quanto il partito sia ancora traballante sotto il peso di un candidato così contraddittorio e di come aspirare a un’unione completa del Gop dietro la figura caotica di Trump sia forse destinato a rimanere un sogno.

Durante la terza giornata di lavori in Ohio ha fatto anche il suo ingresso in scena Michael Pence, candidato vicepresidente di Trump. Un discorso ingessato il suo, da compitino di scuola. Ma che non ha mancato di attaccare l’operato della Clinton in veste di Segretario di Stato, cercando di screditarne le decantate competenze politiche, competenze che invece mancherebbero al suo alleato. Dall’Isis a Bengasi, dall’accordo con l’Iran alle dichiarazioni della Clinton sulla chiusura di alcune miniere, Pence non ha risparmiato un colpo al candidato democratico. Giocando sul filo della decontestualizzazione, Pence ha tentato di affossare la Clinton e proporre Trump come unico candidato possibile a soddisfare i bisogni di un’America sempre più allo sbando dopo 8 anni di Amministrazione Obama. Un film già visto dunque, l’unica scelta possibile che ci si aspetta dal candidato vicepresidente.

E se l’appoggio politico è scarso, la narrativa del candidato sposta l’attenzione dal terreno dell’ars politica a quello della famiglia. Continua, infatti, la sfilata dei numerosi figli del magnate, tutti ben attenti a tesserne le lodi. Ieri sera è stato il turno di Eric Trump, che ha esortato l’America a votare per il candidato che «non può essere comprato, venduto o intimidito». La retorica della famiglia sembra, quindi, voler continuare a puntare sulla mancanza di esperienza politica come punto a favore di Trump. La sua lontananza dai politicanti di Washington, dai polverosi e consunti meccanismi della politica più spicciola, la sua forza e la sua esperienza come imprenditore sono i temi più cari alla famiglia Trump. Sono gli stessi su cui si è giocata la campagna delle primarie e su cui il magnate sembra puntare anche in vista delle generali di novembre.

Ma il nodo è destinato a rimanere il partito. A costo di perdere nuovamente le chiavi della Casa Bianca per i prossimi 4 anni, le alte sfere del Gop non accettano di sostenere un candidato così atipico, nonostante Trump abbia ottenuto la nomination repubblicana per voto popolare. In mancanza di un terzo candidato credibile, anche per la scarsa appetibilità di uno scontro con Trump, mediaticamente fortissimo, e Clinton, che continua a registrare alte preferenze, oltre chi spera di spianarsi la strada per il 2020, resta nebuloso il progetto a breve termine di quella parte di Gop che di Trump non vuole nemmeno sentirne parlare.

 

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