mercoledì, Dicembre 1

Controllo delle armi: l’ultima fatica di Obama

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NRA che esercita un forte controllo sul Congresso, assegnando addirittura un indice di gradimento ad ognuno dei suoi membri. Secondo i dati diffusi dalla lobby stessa, sembra che essa possa contare sul voto di 242 componenti della Camera dei Rappresentanti su 435 e su 46 senatori su 100. Segno che, evidentemente, anche una parte dei Democratici sta con chi si oppone a qualsiasi limitazione al libero acquisto delle armi da fuoco, concepito quasi come un diritto fondamentale dellindividuo, in un Paese che ha inserito nel Secondo Emendamento alla propria Costituzione questo principio: «Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto». Il fatto che gli Stati Uniti d’America ospitino la metà dei cittadini privati proprietari di armi da fuoco in tutto il pianeta, pur essendo abitati soltanto dal 4% della popolazione mondiale, certamente deve far riflettere. E allo stesso modo deve far riflettere l’esempio virtuoso di un Paese come l’Australia, che ha più che dimezzato il numero di omicidi e suicidi che avvengono entro i suoi confini rendendo più severe le norme sul possesso delle armi. A fare ciò è stato, per di più, un Governo conservatore, quello presieduto da John Winston Howard. Lopinione pubblica americana sembrerebbe disposta, a quanto dicono i sondaggi, ad accettare qualche piccola restrizione, ma ogni proposta legislativa orientata in questo senso dovrebbe comunque passare attraverso il voto di un Congresso che se non ha permesso al Presidente di agire nel 2012, quando il Senato aveva una maggioranza Democratica, non lo farà adesso che entrambe le Camere sono controllate dal Partito Repubblicano.

«Oggi è una giornata vergognosa per Washington. Ma non è finita qui. La mia amministrazione farà di tutto per proteggere la nostra comunità dalla violenza delle armi», aveva tuonato allora Obama, accanto a lui alcuni dei genitori dei bambini uccisi nella scuola elementare Sandy Cook, a Newtown, e Gabrielle Giffords, ex deputata democratica sopravvissuta alla strage di Tucson, Arizona. Lintesa bipartisan con cui si era tentato di estendere i controlli a cui sono sottoposti coloro che comprano armi presso rivenditori autorizzati anche agli acquisti online e alle fiere era stata affossata dal voto contrario di molti parlamentari, sia Repubblicani che Democratici. L’NRA aveva vinto ancora una volta. La legislazione in materia si regge ancora oggi in modo pressoché esclusivo sul già citato Brady Act, che prende nome da James Brady, membro dello staff di Ronald Reagan, gravemente ferito nell’attentato che coinvolse il Presidente nel 1981 e diventato allora un fervente attivista anti-armi. La legge, firmata da Bill Clinton nel 1993, non ha tuttavia sortito grandi effetti se si considera che nel suo primo anno di vita su soli 250 casi portati a processo ben 217 furono rifiutati dalla Corte.

Barack Obama, già nel corso del suo primo mandato, ha espresso la chiara volontà di essere il Presidente che avrebbe messo mano in modo deciso alla legislazione sulle armi e lo ha ribadito a margine di ognuna delle stragi che nei sette anni della sua amministrazione è stato costretto a commentare. Adesso, con un solo anno di Governo davanti a sé e nessuna elezione, né presidenziale né congressuale, da vincere, può essere in condizione di farlo. Difficile dire se ci riuscirà, ma ci sono buone ragioni per credere che sarà questa – dopo la riforma sanitaria, le svolte in politica estera e l’impegno per la crescita negli anni della crisi – lultima grande fatica del Presidente che propose un ‘change’ radicale alla società americana. E magari chissà, sarà questa la causa a cui continuerà ad offrire il proprio impegno, alla maniera in cui tanti ex Presidenti hanno fatto con altri intenti e altre battaglie, dopo la sua uscita dalla Casa Bianca.

 

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