domenica, Luglio 25

Controllo delle armi: l’ultima fatica di Obama

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Nove morti, dieci con l’assalitore, freddato dalla polizia dopo aver seminato il terrore all’interno di un’università pubblica. È il tragico bilancio della strage di Roseburg, in Oregon, solo l’ultimo di una serie interminabile di episodi efferati che hanno visto protagoniste le armi da fuoco e l’assoluta facilità con cui chiunque, negli Stati Uniti d’America, può entrarne in possesso. E ci si limita qui a parlare, appunto, di stragi – come lo furono quella di Columbine, Virginia Tech, Aurora e Newtown, per citarne alcune –, la manifestazione più evidente e mediaticamente d’impatto di un fenomeno che cresce nelle pieghe della vita quotidiana di una Nazione, esprimendosi in forme anche più ‘banali’, ma non per questo meno agghiaccianti: appena tre giorni dopo i fatti di Roseburg, un ragazzino di undici anni ha ucciso con il fucile del padre una vicina di casa, che di anni ne aveva otto.

Quello che Barack Obama ha tenuto nel pomeriggio di giovedì primo ottobre è stato il quindicesimo discorso dall’inizio della sua Presidenza che aveva per oggetto una strage causata dalle armi da fuoco, e questo spiega l’esasperazione contenuta nelle sue parole: «I servizi televisivi sono routine. I miei discorsi da questo palco diventano routine. Come anche le cose che diciamo nei giorni successivi. Siamo diventati insensibili». E poi, con maggiore durezza, puntando il dito contro coloro che per il Presidente sono i responsabili di questa vera e propria piaga nazionale: «E quello che è routine è anche la reazione di quelli che si oppongono a qualsiasi tipo di legge sul controllo delle armi. Posso immaginare i comunicati stampa che verranno diffusi: “Abbiamo bisogno di più armi”, diranno, “meno leggi sul controllo delle armi”. C’è davvero qualcuno che crede a queste cose?».

Sembra di sì, a giudicare dalle esternazioni di Donald Trump, frontrunner nelle primarie repubblicane in corso, che ha proposto di risolvere il problema dotando di armi gli insegnanti nelle scuole così da metterli in condizione di rispondere col fuoco al fuoco dei possibili assalitori. E in effetti già nel giugno di quest’anno, dopo che un giovane squilibrato aveva colpito una chiesa di afroamericani a Charleston, in South Carolina, più di un esponente del Partito Repubblicano era giunto ad ipotizzare che se il reverendo Clementa Pinckney e i suoi parrocchiani fossero stati armati la portata di quell’attacco avrebbe potuto essere limitata.

Sul fronte opposto, i Democratici, impegnati anche loro nella campagna elettorale per le primarie, puntano ad interpretare le istanze di chi chiede una regolamentazione. Se la favorita Hillary Clinton ha fatto appello ai detentori di armi «responsabili» perché si uniscano in un fronte comune isolando gli estremisti, il suo principale sfidante, il senatore Bernie Sanders, che per molti anni, in contraddizione con le sue idee radicalmente di sinistra, ha goduto dell’appoggio della National Rifle Association (NRA), e che votò contro la legge Brady sull’introduzione di controlli per gli acquirenti di armi da fuoco, oggi dice: «Dobbiamo mettere al bando le armi semiautomatiche d’assalto che sono state progettate con la precisa funzione di uccidere esseri umani». Non meno netto è Harry Reid, capogruppo democratico in Senato, che punta il dito contro i Repubblicani, accusandoli di «comportarsi come burattini della NRA».

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