mercoledì, Settembre 22

Contro l’ISIS, ricordiamo le regole della guerra

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 Abu Bakr al-Baghdadi

La notizia, confermata e smentita, poi riconfermata e così via, della ‘uccisione’ del leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi-, vera o falsa che sia, propone un paio di questioni non proprio secondarie.

Sta diventando, infatti, una prassi frequente, quasi un topos, quello di cercare, in situazioni di conflitto, la morte del capo o presunto capo delnemico’.

È vero, in guerra lo scopo è anche quello di uccidere il nemico ma, da un po’ di tempo a questa parte, i tentativi di uccidere specifiche persone, o di cercare di farlo, sta diventando un’abitudine, che mette uno come me che aspira a fare il giurista, in una posizione di disagio notevole.

Premesso che, personalmente, non amo che si uccida nessuno, so bene che in guerra, questa è una delle cose che si fanno o si cerca di fare. Ma, appunto, in guerra, e allo scopo di sconfiggere il nemico, di conquistarne il territorio, di distruggerne l’organizzazione amministrativa e politica: di vincere la guerra, insomma, non di uccidere il capo dell’entità nemica.

Certo, nei conflitti più antichi, spesso l’obiettivo era logicamente quello, nella misura in cui il capo era spesso l’unico collante dell’esercito avversario, e le guerre erano cose molto ‘personalizzate’, esse erano (nella terminologia più moderna, ma non certo odierna!) lo scontro tra il sovrano X e il sovrano Y. L’esercito ne era lo strumento, la popolazione civile (come diremmo oggi) era quella che alla fine pagava per tutti (come avviene anche oggi), sostanzialmente perché gli eserciti si affrontavano sui campi lavorati dai civili, si nutrivano con i prodotti dei civili, ed a loro era data libertà di bottino.
Alla fine, il vincitore uccideva l’avversario e ne prendeva le ricchezze, il territorio e, perché no, le mogli e le figlie   -sarà un caso, ma di amazzoni molto si parla, moltissimo si favoleggia (in certi casi, molto si spera), ma di guerre fatte da loro, con conquiste di territori, mariti e figli, almeno a me, mancano notizie, ma prometto di informarmi meglio.

In tempi più recenti, il capo si uccideva per prenderne i territori, in quanto il capo era un ‘selvaggio’: un indiano Sioux in America, un aborigeno in Australia, un Bantu in Africa, un Beduino nel deserto, e via utilizzando anche l’arma del disprezzo. Ma quelle non erano considerate guerre vere e proprie, servivano a ‘portare la civiltà e magari la religione vera’, gli uccisi erano selvaggi, appunto.

Le guerre ‘civili’ erano, fino alla Seconda Guerra Mondiale, fondate sull’onore e sciocchezze del genere, ma tese a realizzare il proprio interesse, quello degli Stati, non più dei soli singoli sovrani.

Il Patto della Società delle Nazioni chiedeva (all’art. 12) che gli Stati in guerra ‘avvertissero’ la Società, non che non la facessero… e infatti la fecero!
E, lo stesso, distingue tra le guerre ‘nobili e onorevoli’ degli Stati, e la conquista dei territori selvaggi (all’art. 22) da trattare semplicemente come propri da parte delle Potenze che li occupavano.

Con le due Guerre Mondiali, alla semplice uccisione del capo nemico, si sostituisce una sorta di processo al nemico, che finisce per essere una sorta di esecuzione differita.
I processi di Norimberga, in questo senso, ne sono un esempio, nella misura in cui condannano (non necessariamente a morte, ma spesso) gli esponenti politici del nemico, imponendo un Tribunale costituito ad hoc dai vincitori, sulla cui legittimità è almeno lecito dubitare.
Tanto lecito, che, a partire dalla guerra in Iugoslavia, il Tribunale viene istituzionalizzato (prima per la ex Iugoslavia e poi per il Rwanda e, ancora,  in altri casi per ulteriori situazioni) e, per lo più, ci si rifà alle norme identificate dai tribunali di Norimberga (quindi ormai, per dir così, note), alle convenzioni e ai Protocolli di Ginevra, e in parte alle norme di umanità generale ricavabili da qualunque sistema giuridico moderno.

A partire dal 2001, si comincia a fare funzionare la Corte Penale Internazionale, dove i comportamenti criminosi sono chiaramente definiti, e per essi si afferma che sono perseguibili i governanti o militari che abbiano commesso quegli atti ivi previsti, ma dopo l’entrata in vigore dello Statuto. Si supera, così, il problema, grave, del dubbio di legittimità della condanna per un fatto che, al momento di essere commesso, non era previsto come crimine (che un fatto sia una ‘porcata’ non basta a dire che sia giuridicamente un crimine).

In altre parole: a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, si cerca di dare un crisma di legittimità ai processi contro i nemici e, non solo contro i nemici diretti, diciamo così, ma contro chiunque, in astratto, commetta certi atti: genocidi, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, aggressioni. Anche, dunque, il fatto di iniziare una guerra illecita: cioè fondata su interessi e non su diritti, come dice la Carta delle Nazioni Unite all’art. 2.4, quando afferma che l’uso della forza  -dal 1946 la parola ‘guerra’ scompare dal vocabolario internazionale-  è vietato se diretto contro l’indipendenza politica e l’integrità territoriale di un altro Stato.

La guerra viene ricondotta definitivamente, almeno in apparenza, alla situazione giuridica in cui due soggetti (non necessariamente due Stati) si combattono, nel rispetto delle regole del diritto di guerra: chi abbia ‘ragione o torto’ è cosa che si decide dopo la guerra che, intanto, va condotta secondo certe regole.

Ma le guerre non avvengono più solo fra Stati. Sempre più spesso (specie a partire dagli anni ‘60), situazioni di conflitto possono essere determinate dalla volontà di un popolo di vivere in uno Stato indipendente o di liberarsi di un Governo oppressivo.

Sempre più spesso, però, il modo in cui questi conflitti si combattono è il così detto terrorismo, cioè (una definizione del terrorismo nel diritto internazionale ancora non è stata trovata) atti intimidatori intesi a indurre, per paura, i Governi a fare o non fare determinate cose.
Il tema è delicatissimo, ma si può chiarire con un esempio: se è sicuramente e sempre un atto di terrorismo mettere una bomba in un supermercato, non lo è usare le bombe contro un occupante.
Basta citare l’episodio di Via Rasella, risalente alla Seconda Guerra Mondiale per capire cosa intendo. Chiamare terrorista chi agisce per la legittima aspirazione all’indipendenza o ad un Governo ‘democratico’ non ha senso e non giustifica in nessun caso l’uccisione senza processo: interno o internazionale. Accettare di ragionare diversamente equivale a negare (non che manchi chi lo faccia, sia chiaro) la nostra civiltà.

Che i membri dell’ISIS siano dei mascalzoni, è più che probabile, certo. Ma, e non entro nel merito ora di un discorso che sarebbe troppo lungo, se l’ISIS rivendica l’indipendenza di un certo territorio illegittimamente sottraendolo ad altri, va combattuto con le regole della guerra.
Se è solouna organizzazione terroristica (di quelle dimensioni, con quella forza, con quel controllo sui territori, con quegli appoggi internazionali? Ma sia pure…) i suoi membri vanno arrestati e processati.

Uccidere, siano i capi politici di Gaza o i capi dell’ISIS, con i cosiddetti assassini mirati (li chiamano così proprio quelli che li fanno) è Far West, non diritto, e, meno che mai, civiltà.  

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