giovedì, Aprile 15

Contro il terrorismo di Bruxelles serve la UE

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Oggi pomeriggio, a Bruxelles, riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri dell’Interno europei, per coordinare la risposta europea agli attacchi di Bruxelles. Al centro dell’attenzione quel ‘patto europeo’, invocato anche dal Premier italiano Matteo Renzi, che metta per davvero, al di là delle parole, in comune sicurezza ed intelligence.

Aldo Pigoli insegna Storia delle Civiltà e Culture Politiche e Storia dell’Africa contemporanea all’Università Cattolica. È esperto di geopolitica e analisi delle relazioni internazionali, con particolare attenzione alle tematiche dei conflitti e dello sviluppo nel continente africano. È stato ricercatore e analista presso istituzioni pubbliche e organizzazioni private; ha coordinato l’Osservatorio su Mediterraneo e Medio Oriente allargato per il Senato della Repubblica. Già Vice Direttore della Rivista di Geopolitica e Analisi Internazionali ‘Equilibri.net‘, dove dal 2002 al 2009 ha diretto i Desks di Analisi su Africa e Americhe.

 

Secondo lei gli attentati di Bruxelles erano prevedibili?

La capacità di previsione relativamente a questo tipo di situazioni ed eventi è sempre parziale e limitata, nonostante gli sforzi e gli investimenti da parte delle autorità politiche e degli strutture di intelligence e sicurezza. Da quanto sta emergendo in queste ore, chi ha organizzato gli attacchi, pianificava il tutto già da tempo. Ciò sembra, quindi, essere solo indirettamente collegato con gli eventi relativi alla ‘caccia’ a Salah Abdelsalam ed al suo arresto. E’ tuttavia probabile che vi sia stato uno stimolo ad accelerare la preparazione ed a colpire prima di esser intercettati dalle forze di intelligence. Ciò che appare evidente è che l’attacco di Bruxelles farà alzare ulteriormente ‘l’asticella’ dei livelli di alert e prevenzione, ma ovviamente ciò non potrà bastare a scongiurare situazioni future.

 

Cosa non ha funzionato negli schemi dell’intelligence?

Non è semplice dire cosa abbia funzionato o meno nelle attività d’intelligence. Sicuramente, siamo di fronte a minacce dalla complessità estrema e quindi di difficile identificazione. Hard e soft security devono andare a braccetto. Un problema fondamentale è che se è vero che esiste un ‘attacco all’Europa’ di cui Bruxelles è il simbolo politico-istituzionale, allora è necessario sviluppare una reale azione di coordinamento politico e di intelligence a livello di tutti i Paesi europei, unitamente ai Paesi della NATO e, per estensione, a tutti quei Paesi che sono oggetto delle minacce di attentati e che dimostrano di condividere valori e principi che devono fondare la strategia di azione e non solo reazione agli eventi. E qui si apre il grande tema di come comportarsi con i Paesi mediorientali e, soprattutto, con la Russia.

 

Come avviene il coordinamento delle agenzie di intelligence a livello europeo?

Il coordinamento avviene già da anni, a vari livelli, compreso il sistema Frontex. Quello che è fondamentale aumentare o, per certi versi, creare, è la volonta politica di essere ‘una cosa sola’, in modo che l’intelligence sia realmente comune e non il solito, vecchio strumento di real politik nazionale. E’ evidente che questo è il nodo centrale di sciogliere. Una politica estera e di difesa e sicurezza comuni significherebbero anche un modo totalmente diverso di approcciarsi ai vari teatri e scenari internazionali, in primis la lotta a chi fa del terrore uno strumento di azione militare e pressione politica. Tutto il resto rischia di essere superfluo e pericolosamente fuorviante!

 

Gli organismi che ci sono vanno bene o ne servono altri?

Si può sempre migliorare ciò che si ha a disposizione. Tuttavia, non serve aggiungere strutture di intelligence per risolvere le lacune. Gli Stati Uniti e ciò che è accaduto con l’11 settembre 2001 ci hanno insegnato che non è la quantità che serve, ma il coordinamento e la condivisione delle informazioni, con alla base un’adeguata volonta politica di utilizzare le informazioni raccolte e processate.

 

L’Italia corre rischi?

Si, evidentemente. E’ in atto un ecsalation della violenza che non sappiamo quantificare e di cui non conosciamo le reali dimensioni. Forse siamo meno a rischio di altri Paesi, ma è un affermazione che lascia il tempo che trova. D’altronde, già da diversi anni la minaccia terroristica in Italia è stata più volte contenuta, prevenuta e contrastata.

 

Come si sta organizzando l’intelligence italiana?

L’Italia ha una storia di contrasto al terrorismo che ha creato una reale capacità di lettura del contesto e di sviluppo di capacità di prevenzione. L’esperienza di successo di Expo 2015 ha messo, inoltre, in luce che a livello nazionale e locale esiste un reale coordinamento. L’attenzione è elevata e quindi si sta facendo tutto quello che si reputa necessario.

 

 

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